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CITTÀ, GIUSTIZIA E CLIMA: UN’ANALISI FEMMINISTA DELLE DISUGUAGLIANZE URBANE E AMBIENTALI

Negli ultimi anni, il dibattito sulla giustizia climatica ha evidenziato come gli impatti del surriscaldamento globale non siano distribuiti in modo equo: alcune comunità e gruppi sociali subiscono conseguenze più gravi, a causa di fattori strutturali e storici che amplificano le disuguaglianze. Per la rubrica il Caleidoscopio, in questo articolo esploreremo come le discriminazioni legate a genere, classe e abilismo si intreccino alle dinamiche della crisi climatica. Lo faremo per lo più attraverso le teorie femministe di Leslie Kern, con particolare riferimento ai suoi libri “La città femminista” e “La gentrificazione è inevitabile e altre bugie”. Questi testi offrono una prospettiva critica su come le città siano spazi di disuguaglianza e su come i processi di trasformazione urbana possano escludere alcune categorie di persone. Rifletteremo su come i cambiamenti climatici colpiscano in modo sproporzionato queste comunità e sulle possibili soluzioni.

Le città come specchio delle disuguaglianze sociali

Le metropoli italiane offrono esempi di come una pianificazione urbanistica standardizzata spesso trascuri le necessità di diverse categorie di cittadini. A Roma, il centro storico è spesso inaccessibile a causa delle strade acciottolate e delle infrastrutture antiquate. Milano, il rinnovo di quartieri come Porta Nuova e CityLife ha creato aree moderne ma scarsamente accessibili per le persone disabili, a causa di marciapiedi e segnaletiche inadeguate. Napoli, invece, ha una rete di trasporto pubblico frammentata, che non solo penalizza la mobilità delle persone vulnerabili ma aumenta anche i rischi legati alla sicurezza, specie per le donne e in particolare di notte, a causa della mancanza di un’illuminazione adeguata e di personale di supporto nelle stazioni. Inoltre, l’integrazione dei mezzi di trasporto pubblico è insufficiente, il che in media penalizza in particolare persone anziane, donne e pendolari.

Spesso le politiche di urbanizzazione ignorano inoltre la realtà delle periferie, dove in troppi casi mancano infrastrutture di base come i trasporti pubblici: questo costringe molte persone, o almeno chi può permetterselo, a usare mezzi privati, a discapito di una sostenibilità ambientale. L’inefficienza delle politiche pubbliche ha esacerbato le disuguaglianze tra il centro città, in media più accessibile e ben servito, e le periferie, dove vive una grande parte di popolazione emarginata. L’assenza di un’adeguata pianificazione ha anche contribuito a creare situazioni di segregazione sociale, dove le persone più vulnerabili si trovano a vivere in ambienti che non solo sono meno sicuri ma anche più esposti agli impatti dei cambiamenti climatici.

Questi esempi testimoniano come le politiche urbanistiche continuino a favorire un “cittadino ideale” – solitamente rappresentato dal maschio bianco di classe media – lasciando le minoranze e le fasce più vulnerabili a convivere con ambienti che non rispondono alle loro reali esigenze quotidiane.

‘La Città degli uomini’
L’urbanista Leslie Kern nel suo saggio La Città Femminista fa una analisi critica e dettagliata di come la progettazione urbana delle città moderne sia solo apparentemente ‘neutra’. Le città sono invece per lo più progettate e costruite da e per uomini bianchi della classe borghese, con il risultato di privilegiare le loro esperienze ed esigenze, trascurando quelle delle donne e delle altre minoranze (persone anziane e disabili, bambini e minoranze etniche). In particolare, Kern mostra che le città sono poco accoglienti per le madri, e in generale per le persone che si occupano dell’attività di cura, con trasporti pubblici che non tengono conto delle loro necessità, come quella di fare più fermate per combinare esigenze lavorative e responsabilità familiari. Un tema centrale del libro è la “geografia della paura” che molte donne sperimentano nelle città. Kern analizza come la percezione di insicurezza influenzi il modo in cui le donne si muovono e occupano gli spazi urbani, limitando spesso la loro libertà di movimento.

Città e cambiamenti climatici, una relazione problematica

Pur rappresentando il progresso e la modernità, le città sono particolarmente vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici. Storicamente pianificazione urbana ha privilegiato la mobilità veicolare e l’espansione edilizia, trascurando invece l’adattamento ai cambiamenti climatici. Un esempio significativo riguarda la scarsità di aree verdi, che limita la capacità delle città di assorbire CO₂ e gestire le ondate di calore. La mancanza di spazi verdi nelle aree centrali di molte città ha portato alla creazione di isole di calore urbane, che aggravano ulteriormente gli impatti della crisi climatica. Anche la gestione delle acque è un problema critico: l’assenza di superfici permeabili e di infrastrutture adeguate per raccogliere le acque piovane rende le città particolarmente vulnerabili alle alluvioni. Le recenti inondazioni hanno dimostrato che in caso di eventi meteorologici estremi le città prive di sistemi di drenaggio efficienti possono essere sommerse, con conseguenze che colpiscono in modo sproporzionato le fasce più deboli della popolazione. 

Anche la condizione abitativa è una questione cruciale. Molti edifici, costruiti con standard obsoleti, sono poco efficienti dal punto di vista energetico, il che aumenta le emissioni di CO₂ e rende le abitazioni meno resilienti agli eventi climatici estremi. L’espansione incontrollata delle città contribuisce inoltre ad aumentare il consumo energetico e a rendere difficoltoso l’accesso ai servizi essenziali. La progettazione urbanistica, che spesso ignora i principi di sostenibilità, rende difficile l’integrazione delle energie rinnovabili e l’adozione di soluzioni climatiche adattive, come l’uso del fotovoltaico sui tetti e delle micro-reti locali. 

Le politiche di adattamento ai cambiamenti climatici, quando vengono implementate, tendono a concentrarsi su soluzioni “verdi” e “intelligenti” che sembrano benefiche ma che, in realtà, non affrontano le disuguaglianze sociali sottostanti. A volte, infatti, anche le politiche ambientali ignorano le necessità dei gruppi vulnerabili, che nella maggior parte dei casi non vengono nemmeno coinvolti nei processi decisionali. Le politiche di “greenwashing“, che puntano a migliorare l’immagine delle città senza affrontare concretamente le problematiche sociali, non solo non sono efficaci, ma rischiano di aggravare le disuguaglianze.

Gentrificazione e cambiamenti climatici

Anche il fenomeno della grntrificazione può essere influenzato dalle conseguenze dai cambiamenti climatici possono contribuire quando il degrado di alcuni quartieri – spesso già marginali – viene sfruttato per giustificare investimenti che ne modificano radicalmente il tessuto sociale. Un esempio significativo è rappresentato dalla città di New Orleans, dove la distruzione provocata dall’uragano Katrina è stata utilizzata come pretesto per riqualificare le aree colpite, ma questo ha portato all’espulsione dei residenti originari, spesso donne e minoranze etniche, che non potevano sostenere l’aumento dei costi abitativi e dei servizi.

Il capitalismo dei disastri
Nel suo libro Shock Doctrine. The rise of Disaster Capitalism, la giornalista e attivista canadase Noami Klein afferma che i sostenitori del neoliberismo hanno sfruttato sistematicamente disastri naturali, guerre e crisi economiche per imporre politiche economiche radicali che altrimenti sarebbero state impopolari. Questo approccio, che Klein chiama “capitalismo dei disastri”, favorisce gli interessi delle grandi aziende a scapito della maggioranza della popolazione. L’uragano Katrina è uno dei casi esaminati dall’autrice per dimostrare il funzionamento di questo fenomeno avallato dal capitalismo neoliberista. Secondo Klein, la catastrofe fu utilizzata per privatizzare il sistema scolastico e ridurre i servizi pubblici di New Orleans, come ospedali e alloggi popolari. La ricostruzione della città si trasformò in una ghiotta occasione per ‘liberarsi’ delle minoranze povere e razzializzate e lasciare spazio a rinnovati quartieri di lusso. L’autrice sostiene che i disastri stanno diventando delle «finestre su un futuro crudele e spietatamente diviso, in cui il denaro e la razza comprano la sopravvivenza».

Questo fenomeno, definito “gentrificazione climatica“, dimostra che i cambiamenti climatici possono accelerare l’esclusione sociale, trasformando le catastrofi naturali in opportunità per ristrutturare le città a favore ancora una volta ‘del cittadino ideale’ della classe media bianca, escludendo le comunità vulnerabili.
La gentrificazione climatica non riguarda solo l’accesso alle risorse, ma anche la gestione della resistenza ai disastri naturali. Le persone più ricche e privilegiate, che possono permettersi di ristrutturare e assicurare abitazioni e infrastrutture, sono in grado di proteggersi meglio dagli eventi climatici estremi. Al contrario, le persone più povere, che vivono in abitazioni più vulnerabili e in zone più esposte ai disastri, sono costrette ad affrontarne gli impatti più gravi, con un ulteriore accrescimento delle disuguaglianze sociali.

Uscire dal loop: città inclusive e resilienti

Come uscire da questo circolo vizioso che collega disuguaglianze sociali, crisi climatica e ulteriori processi di esclusione? La risposta risiede nella progettazione di città pensate per tutte e tutti, in cui la pianificazione urbana non sia più un privilegio delle persone più abbienti e privilegiate ma un diritto condiviso, che tenga conto delle esigenze dell’intera cittadinaiza, comprese donne, minoranze etniche, persone anziani e disabili.

Un esempio virtuoso si può osservare in città come Copenaghen e Amsterdam, che hanno saputo reinventare il concetto di mobilità, investendo in reti ciclabili estese e sicure, riducendo la dipendenza dall’auto e promuovendo un trasporto pubblico efficiente e accessibile. A Copenaghen, ad esempio, l’attenzione alle piste ciclabili ha trasformato la città in un modello di sostenibilità e inclusività, dimostrando come la mobilità attiva possa contribuire a ridurre le emissioni di CO₂ e migliorare la qualità della vita. Le piste ciclabili estese e sicure, progettate per tutti, incluse le donne e le persone anziane e condisabilità, dimostrano che questi spazi sono accessibili e praticabili per chiunque, indipendentemente dalle capacità fisiche, e non sono pensati solo per ciclisti esperti.

Le città che implementano queste infrastrutture, infatti, spesso considerano anche la sicurezza delle donne, ad esempio migliorando l’illuminazione e creando percorsi separati dal traffico automobilistico, in modo da offrire un ambiente più sicuro per le cicliste, riducendo il rischio di molestie o incidenti. Le piste ciclabili progettate con questa visione sono anche abbastanza larghe da permettere la circolazione di biciclette adattate per persone con disabilità motorie, come le biciclette a tre ruote o quelle elettriche. Inoltre, la presenza di curve dolci, superfici antiscivolo e una segnaletica chiara, facilita l’uso delle piste ciclabili anche per chi ha mobilità ridotta o per chi potrebbe essere più vulnerabile a cadute o incidenti, come le persone anziane.

Un altro modello interessante è rappresentato dalla città tedesca di Friburg, dove l’urbanistica integrata e la pianificazione partecipata hanno dato vita a quartieri che, oltre a ridurre l’impatto ambientale, favoriscono anche l’inclusione sociale. La pianificazione partecipata implica che i residenti, inclusi quelli provenienti da gruppi vulnerabili, vengano coinvolti attivamente nel processo di progettazione urbana. Questo tipo di coinvolgimento aiuta a creare città che sono più resilienti ai cambiamenti climatici e anche più inclusive. Ciò significa che anche le persone vulnerabili, come quelle con mobilità ridotta o a basso reddito, possono beneficiare di queste soluzioni, vivendo in un contesto che risponde alle loro esigenze quotidiane.

Infine, non possiamo dimenticare l’importanza di politiche abitative inclusive. Alcune città nordamericane ed europee hanno introdotto regolamentazioni per impedire che le zone colpite da eventi climatici estremi diventino terreno fertile per la speculazione immobiliare. Ad esempio, a Vancouver si è puntato su piani di riqualificazione che prevedono l’inclusione di alloggi a prezzi calmierati e spazi comunitari, contrastando in tal modo il fenomeno della gentrificazione post-disastro, e assicurando che le persone possano rimanere nelle loro case o possano accedere a nuove abitazioni accessibili, anche dopo un evento climatico estremo.

Affinché le città diventino davvero resilienti al cambiamento climatico, in conclusione, è fondamentale che ognuno di noi, dalla politica ai cittadini, si impegni a costruire ambienti più inclusivi, sostenibili e giusti per tutte le persone, senza lasciare nessuno indietro.

Articolo a cura di Anna Pelicci, Volontaria Sezione Diritti e Clima in ICN

Questo articolo fa parte de Il Caleidoscopio, la rubrica di approfondimenti che punta a chiarire teorie e riflessioni sviluppate dal movimento femminista, calandole nel contesto delle tematiche legate al clima per capire meglio le richieste e i concetti di azione climatica e giustizia climatica. Come il caleidoscopio restituisce immagini plurime sempre diverse, le nostre riflessioni femministe vogliono restituire un’immagine pluriversale del mondo e fornire strumenti utili a renderlo più equo, inclusivo, giusto e sostenibile.
Direzione e Coordinamento di Erika Moranduzzo, Coordinatrice della Sezione Diritti e Clima di Italian Climate Network.

Fonti:

  • Leslie Kern, La gentrificazione è inevitabile e altre bugie
  • Leslie Kern, La città femminista
  • Noami Klein, The Shock Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism 

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