cooling poverty
09
Lug

IL CALDO CHE DIVIDE: QUANDO IL CLIMA DIVENTA UNA QUESTIONE DI GIUSTIZIA 

  • Le ondate di calore non colpiscono tutte le persone allo stesso modo: età, reddito, qualità dell’abitare e accesso ai servizi determinano chi è più esposto.
  • La cooling poverty è una nuova forma di disuguaglianza che rende il raffrescamento una questione di salute pubblica oltre che energetica.
  • Adattamento non significa solo piantare alberi, ma ripensare le città affinché proteggano le persone più vulnerabili.

La povertà energetica non è un fenomeno nuovo. Da oltre quindici anni l’Unione Europea la riconosce come una sfida sociale oltre che energetica, sviluppando strumenti di monitoraggio, finanziamento e supporto agli enti locali. La pandemia, che ha costretto milioni di persone a trascorrere molto più tempo nelle proprie abitazioni, e la crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina hanno però reso evidente quanto sia fragile l’equilibrio tra reddito, costi dell’energia e qualità della vita.

Oggi oltre 40 milioni di persone in Europa vivono in condizioni di povertà energetica, ovvero hanno difficoltà a sostenere il costo dei servizi energetici essenziali, spesso superiore al 10% del reddito familiare. In alcuni casi, questo significa dover scegliere tra riscaldare o raffreddare la propria casa e pagare una cura medica indispensabile. 

A queste persone si aggiungono tutte quelle che vivono esposte al rischio di diventare energeticamente povere. È qui che entra in gioco il concetto di vulnerabilità. Se la povertà energetica può essere osservata e misurata, la vulnerabilità è molto più difficile da individuare, e dipende da fattori economici, climatici e sociali che cambiano nel tempo e spesso sfuggono alle statistiche. Inoltre, questa vulnerabilità è stratificata: una donna anziana con basso reddito che vive in un alloggio mal isolato, magari in un quartiere con scarso accesso al verde, sperimenta il caldo in modo profondamente diverso rispetto a un individuo giovane e benestante. Allo stesso modo, persone migranti o con status giuridico precario possono incontrare barriere linguistiche, amministrative o sociali nell’accesso ai servizi e alle informazioni, aumentando ulteriormente il rischio.

La povertà da raffrescamento (cooling poverty) è probabilmente una delle nuove frontiere delle disuguaglianze urbane

La cooling poverty riflette e rafforza gerarchie sociali già esistenti: non riguarda solo chi può permettersi un climatizzatore (il cui uso peraltro, lo ricordiamo, è a sua volta problematico per il clima, tra consumi ed emissioni) , ma chi ha il controllo sul proprio ambiente domestico, sul tempo e sulle risorse. In molte città europee, le famiglie monoparentali – in larga maggioranza guidate da donne – e le lavoratrici dei servizi essenziali risultano particolarmente esposte, dovendo conciliare redditi limitati, carichi di cura e minore accesso a spazi freschi. L’aumento delle temperature, la maggiore frequenza delle ondate di calore e il fenomeno delle isole di calore urbane (tre fenomeni collegati ma distinti) pongono dunque una domanda sempre più urgente: le città sono luoghi sicuri durante l’estate?

Gli edifici in cui viviamo non sono stati progettati per proteggerci dal caldo. Materiali come pietra, cemento e metallo assorbono il calore durante il giorno e lo rilasciano lentamente nelle ore serali: basta sedersi su una panchina di pietra in una sera d’estate per rendersene conto.

Nel frattempo, le città continuano a crescere. Si stima che entro il 2050 circa otto persone su dieci vivranno in aree urbane, aumentando la domanda di energia proprio nei periodi più critici. La crescente richiesta di elettricità per il raffrescamento mette già oggi sotto pressione le reti energetiche, progettate per un clima diverso.

Il diritto al comfort climatico

Possiamo continuare a considerare il raffrescamento una questione privata, affidata esclusivamente alla possibilità di acquistare un climatizzatore? Oppure sta diventando una componente della salute pubblica, al pari dell’accesso all’acqua potabile o al riscaldamento in inverno? 

Una città resiliente non è quella in cui ogni famiglia può permettersi un climatizzatore, ma quella in cui nessuno è costretto ad affrontare un’ondata di calore senza alternative. Significa poter raggiungere facilmente un luogo fresco, come una biblioteca, un parco o un centro civico. Significa avere strade ombreggiate, edifici che non accumulano calore, spazi verdi distribuiti in modo equo e servizi di prossimità accessibili a tutti. Nel XXI secolo, il diritto alla salute passa anche dal diritto al comfort climatico. E garantire tale comfort significa anche riconoscere e redistribuire le disuguaglianze di cura e di accesso allo spazio urbano. Chi si occupa di bambini, anziani o persone fragili – spesso donne – ha una mobilità più limitata e una maggiore dipendenza da servizi di prossimità. Senza un’equa distribuzione di spazi freschi e accessibili, il rischio è che l’adattamento climatico riproduca o addirittura accentui le disuguaglianze.

Come si governa un rischio invisibile

La comunicazione dei rischi meteorologici e idrogeologici, e i relativi sistemi di allerta, stanno facendo importanti passi avanti. Ma come si comunica il caldo? 

Il caldo è il rischio climatico più silenzioso. Non invade le case all’improvviso come un’alluvione, non produce immagini spettacolari come un incendio. E proprio per questo rischiamo di sottovalutarlo. Le persone continuano la loro giornata, lavorano, dormono male, non riescono a studiare, si disidratano e spesso capiscono troppo tardi di essere in pericolo. Eppure, secondo uno studio del World Weather Attribution pubblicato il 26 giugno, le ondate di calore in Europa causano più decessi di tutti gli altri eventi meteo estremi combinati.

Come si comunica, allora, un rischio che non è visibile?

Alcune amministrazioni stanno iniziando a integrare il rischio climatico nella pianificazione urbana. Il recentemente aggiornato Profilo Climatico Locale del Comune di Milano, ad esempio, incrocia esposizione climatica, caratteristiche del territorio e vulnerabilità sociale per individuare le aree dove intervenire con maggiore urgenza.

Immagine di sinistra: UrbAlytics – Heatwave Potential Risk (HPR) Index ©LAND e Latitudo40, 2023
Immagine di destra: Comune di Milano – Mappa degli spazi freschi, 2026

Le cosiddette soluzioni basate sulla natura (Nature-based solutions), la depavimentazione, l’aumento della copertura arborea e l’apertura di scuole e biblioteche come rifugi climatici sono strumenti fondamentali. La vera sfida, però, è capire dove intervenire prima, raggiungendo le persone più esposte.

Le città che proteggono

Una biblioteca non è più soltanto luogo di lettura, una scuola non è più soltanto luogo di istruzione, una piscina pubblica non è più soltanto un impianto sportivo. Nel clima che cambia diventano infrastrutture climatiche, luoghi in grado di proteggere la salute delle persone oltre ad offrire servizi. 

Per costruire città davvero resilienti servono governance, partecipazione e una nuova capacità di leggere la vulnerabilità. La cooling poverty non è un deficit delle persone, ma la combinazione di condizioni individuali e caratteristiche della città. Età, genere, etnia, reddito e livello di istruzione si intrecciano con la qualità degli edifici, la presenza di verde, l’accessibilità ai servizi, le politiche sociali ed energetiche. 

La vulnerabilità non è, insomma, una caratteristica biologica o economica, ma il risultato della relazione tra persone e città.

Il caldo supera i confini della crisi climatica ed energetica: rappresenta, prima di tutto, una sfida complessa che investe la pianificazione urbana, la salute pubblica, il welfare e la governance. Affrontarlo richiede una visione sistemica, capace di far dialogare competenze e priorità differenti.

La sfida cruciale per le città non riguarda la semplice capacità di adattamento, ma la natura stessa di questo percorso: la transizione saprà essere inclusiva e giusta? Adattarsi ai cambiamenti climatici significa, infatti, garantire che nessuno subisca l’impatto delle temperature estreme più degli altri.

Articolo di Caterina Vetrugno, volontaria di Italian Climate Network.

Immagine di copertina: foto di Caterina Vetrugno

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