COP30, L’ANALISI FINALE DI ITALIAN CLIMATE NETWORK
La COP30 di Belém si è chiusa sabato 22 novembre confermando alcune aspettative, e deludendone altre. La delegazione di Italian Climate Network ha seguito i negoziati di persona, osservandone da vicino progressi, lacune e compromessi su tutti i principali filoni: dalla mitigazione all’adattamento, passando per giusta transizione, perdite e danni, questioni di genere.
Dal Mutirão alle decisioni sul Global Stocktake, la COP ha ribadito la soglia di 1,5°C come riferimento dell’Accordo di Parigi, ma senza strumenti concreti per centrarla. Sul fronte dei combustibili fossili e degli NDC gli avanzamenti restano limitati, così come le misure per colmare i gap di ambizione e implementazione. La finanza per l’adattamento cresce solo lentamente, mentre la giusta transizione fa passi avanti sul piano sociale, meno su quello climatico.
«La COP30 e il Brasile hanno voluto lanciare un segnale forte verso la sopravvivenza del sistema multilaterale sul clima», commenta il Presidente di Italian Climate Network, Jacopo Bencini. «Ma quella che hanno chiamato la “COP della verità” – verità scientifica, verità politica, la prima nel nuovo contesto diplomatico guidato dai BRICS, senza gli Stati Uniti – si è scontrata con le verità della realpolitik e di un’alleanza strumentale con la Cina rivelatasi debole e fallace nelle ultime 72 ore del vertice».
«La COP30 ha ribadito l’obiettivo di 1.5°C, ma senza gli strumenti necessari per dare un significato reale a questa soglia, che oggi è soprattutto politica: i modelli climatici ci dicono infatti che è ormai praticamente spacciata», sottolinea la Direttrice Scientifica di Italian Climate Network, Serena Giacomin. «Quel riferimento dovrebbe indicare direzione e velocità della transizione, cioè un piano d’azione credibile per allontanarsi dai combustibili fossili nei tempi imposti dalla fisica del clima».
Di seguito trovate l’analisi dettagliata dei principali risultati, compromessi e criticità della COP30, realizzata dalla nostra delegazione per offrire un quadro completo degli esiti negoziali e delle implicazioni per il percorso globale verso la neutralità e la giustizia climatica.
- Global Mutirão
- Mitigazione
- 1.5°C e IPCC
- Adattamento
- Giusta Transizione
- Global Stocktake
- Perdite e Danni
- Articolo 6
- Gender Action Plan
Global Mutirão
Il testo del Global Mutirão puntava a sciogliere quattro nodi rimasti fuori dall’agenda di COP30: i gap di ambizione e implementazione degli NDC, l’attuazione dell’articolo 9.1 dell’Accordo di Parigi e le misure di aggiustamento del carbonio alla frontiera. Le intenzioni erano buone, ma il risultato è poco ambizioso.
Per il gap sugli NDC si lanciano due iniziative: il Global Implementation Accelerator, volontario e pensato per sostenere l’attuazione di NDC e NAP, e la Belém Mission to 1.5, che punta ad accelerare implementazione, cooperazione e investimenti. Non passa invece la Roadmap sul transitioning away dai combustibili fossili proposta dal Brasile: nel testo il riferimento ai fossili scompare del tutto e le decisioni del Global Stocktake di Dubai vengono solo richiamate in blocco, senza citare i paragrafi più avanzati.
Sulla finanza climatica si istituisce un work programme di due anni, includendo anche l’articolo 9.1 nel quadro dell’articolo 9. Si chiede uno sforzo per almeno triplicare la finanza per l’adattamento entro il 2035, esortando i Paesi sviluppati a rafforzare la loro traiettoria. L’obiettivo si inserisce nella decisione presa a Baku di mobilitare almeno 300 miliardi di dollari l’anno dai Paesi sviluppati verso quelli in via di sviluppo, includendo i flussi delle banche multilaterali e i contributi volontari Sud-Sud. È un risultato debole rispetto alla richiesta dei Paesi meno sviluppati.
Sulle misure di aggiustamento del carbonio alla frontiera, si chiede ai subsidiary bodies di organizzare dialoghi nelle sessioni di giugno 2026, 2027 e 2028, coinvolgendo le Parti e altri attori, per valutare opportunità, sfide e ostacoli alla cooperazione internazionale nel commercio. Si ribadisce anche il paragrafo 3.5 della Convenzione ONU sul Clima: le Parti devono favorire un sistema economico internazionale aperto e solidale, e le misure climatiche – incluse quelle unilaterali – non devono diventare strumenti di discriminazione arbitraria o restrizioni mascherate al commercio.
Il testo riconosce i gravi gap pre-2020 di ambizione e implementazione dei Paesi sviluppati, ma la risposta resta del tutto insufficiente. A novembre 2025 solo 122 Parti hanno presentato il nuovo NDC, ben oltre la scadenza di febbraio: un segnale chiaro del divario crescente tra le esigenze dell’Accordo di Parigi e l’azione nazionale. Il negoziato prende atto dei gap senza offrire strumenti reali per colmarli, limitandosi a invitare i Paesi a elaborare piani di implementazione e investimento. Ancora più debole è il linguaggio sulla neutralità climatica. La bozza precedente puntava al net-zero nazionale entro metà secolo; il testo finale parla invece di un generico allineamento “towards global net zero”, formula vaga che scarica ogni responsabilità sugli esiti collettivi e permette ai singoli di evitare traiettorie vincolanti. Anche sul piano operativo si fa poco: qualche workshop tra pari e richiami al capacity-building, ma nessun meccanismo di follow-up, nessun indicatore e nessun requisito minimo per la qualità degli NDC. Qui un’analisi più approfondita del testo.
Mitigazione
In quella che per due anni era stata attesa come la COP dell’adattamento, la mitigazione era tornata ad assumere un ruolo centrale alla luce dello scatto in avanti della Presidenza brasiliana, impegnata sin dai primi giorni verso la creazione di una roadmap per l’uscita ordinata dai combustibili fossili. In parallelo, si è negoziato per due settimane nel Programma di Lavoro sulla Mitigazione, nell’attesa di capire se l’eventuale roadmap ne avrebbe preso il posto. Al termine della COP la roadmap non ha trovato il consenso necessario a entrare nei testi, e dal Programma di Lavoro si torna a casa solamente con l’indicazione di integrare la piattaforma esistente sotto l’Articolo 6.8, pensata per condividere buone pratiche sugli approcci non di mercato, con una componente aggiuntiva che i Paesi potranno usare per condividere le loro esperienze in progetti migliorativi rispetto all’ambizione degli NDC. Sebbene sia il testo Mutirão sia la decisione finale sul programma di lavoro mantengano un linguaggio adeguato sulla scienza, sull’IPCC e sull’obiettivo minimo di Parigi di 1,5°C, l’assenza di ogni riferimento testuale alle fonti fossili, al transitioning away di Dubai, alla proposta di una roadmap e a nuovi e più stringenti strumenti a potenziamento del processo degli NDC segnano il punto più basso di questa COP – viste anche le aspettative improvvisamente alte. Infine, nessuna decisione in merito a un eventuale proseguimento del Programma di Lavoro oltre il 2026 – in presenza di una roadmap strutturata la sua continuazione avrebbe potuto risultare un duplicato evitabile ma, in sua assenza, rischiamo ora di perdere anche l’ultimo spazio di confronto sul tema centrale della Convenzione e dell’Accordo: il taglio delle emissioni climalteranti.
1.5°C e IPCC
La COP30 ha mantenuto nei testi la soglia di 1.5°C come obiettivo dell’Accordo di Parigi. È un riferimento importante, ma rischia di restare quasi solo nominale, perché non è stato accompagnato dagli strumenti necessari per renderlo praticabile. Continuare a riferirsi all’1.5°C non significa ignorare ciò che la scienza ci sta dicendo sul suo futuro superamento, ma riconoscere che oggi il valore dell’1.5°C è soprattutto politico: è la bussola che dovrebbe orientare la direzione e la velocità della transizione. Parlare di 1.5°C vuol dire fissare l’ordine di grandezza del cambiamento richiesto, non discutere del decimo esatto a cui ci troviamo. Ma per completare questo messaggio, la soglia dell’1.5°C avrebbe richiesto un passo coerente: segnare una transizione ordinata lontana dai combustibili fossili, definendo una roadmap chiara, verificabile e allineata alla fisica del clima. Questo, però, non è avvenuto. La soglia rimane sulla carta, ma nei testi non sono entrati gli strumenti per raggiungere l’obiettivo. E questo indebolisce la capacità del processo multilaterale di guidare la riduzione delle emissioni nei tempi imposti dal sistema climatico. I decimi di grado non sono dettagli: sono differenze reali di rischio, soprattutto per i Paesi più vulnerabili. Per questo è essenziale che il riferimento all’1.5°C diventi un impegno operativo e non resti ancora solo un richiamo formale.
Parallelamente, a COP30 si è discusso molto del ruolo dell’IPCC, soprattutto alla luce del fatto che il prossimo ciclo di valutazione (AR7) arriverà dopo il secondo Global Stocktake del 2028. È un paradosso che viene spesso interpretato come un limite della scienza, ma in realtà rivela l’opposto: la scienza non è lenta, è rigorosa. I rapporti dell’IPCC sintetizzano decine di migliaia di revisioni e garantiscono un livello di qualità impossibile da replicare al di fuori del processo scientifico. Certamente la scienza può e deve continuare a includere prospettive diverse, compresi i saperi locali, purché integrati attraverso il metodo scientifico. Il vero problema non è la lentezza della scienza, ma quella della politica: i dati necessari a orientare politiche efficaci di mitigazione e adattamento li abbiamo da oltre mezzo secolo. Eppure, proprio in una COP in cui il riferimento all’1.5°C è stato mantenuto, nessuna decisione è stata presa sui combustibili fossili, né sugli strumenti necessari a rafforzare l’ambizione degli NDC. Mettere in discussione l’IPCC significa indebolire l’unica infrastruttura epistemica comune su cui i negoziati possono fondarsi. In un momento in cui il multilateralismo è sotto pressione, difendere la centralità dell’IPCC significa garantire che le decisioni politiche restino ancorate alla best available science: l’unico linguaggio condiviso capace di guidare scelte che riguardano la sicurezza collettiva.
Adattamento
Global Goal on Adaptation
Il testo finale adotta gli indicatori, chiude formalmente l’UAE – Belém Work Programme e si apre la Belém – Addis Vision, un percorso 2026–2027 pensato per armonizzare metodologie, reporting e obiettivi in vista del secondo Global Stocktake. Il risultato è un GGA tecnicamente completo, ma politicamente sospeso perché la finanza resta delegata al Global Mutirão e molto debole. Sul fronte tecnico contiamo poco più di 50 indicatori: un set snello, non prescrittivo e molto più politico. A bilanciarlo interviene un pacchetto di disclaimer – volontarietà, non comparabilità, assenza di condizionalità, rispetto della sovranità – che ha permesso a molti Paesi del Sud globale di accettare l’adozione pur giudicandola prematura. I Paesi sviluppati avrebbero voluto indicatori subito utilizzabili nei piani nazionali e nella trasparenza. La Belém – Addis Vision diventa così il ponte politico-tecnico che dovrà stabilizzare la lista, raffinare metadati e metodologie e allineare Piani di adattamento, adaptation communications e rapporti di trasparenza. Il testo contiene inoltre un elemento storico: l’inclusione delle persone di ascendenza africana tra le categorie vulnerabili, accanto a bambini, giovani, persone con disabilità, popolazioni indigene, comunità locali e migranti. Un ampliamento importante che mostra un crescente riconoscimento della dimensione sociale e di giustizia dell’adattamento. Il testo è rimasto lo stesso rispetto alla bozza del 21 novembre, analizzata nel dettaglio qui. Resta il nodo decisivo: senza finanza, gli indicatori rischiano di rimanere un esercizio teorico.
Piani Nazionali di Adattamento
La valutazione dei Piani Nazionali di Adattamento (NAPs) riprende strutturalmente il testo discusso nelle settimane negoziali, ma risulta meno incisiva in alcuni termini, soprattutto in riferimento alla finanza. La decisione riconosce le esigenze e le difficoltà dei Paesi in via di sviluppo rispetto all’accesso alle risorse economiche, al trasferimento tecnologico e alla capacity-building. Emerge l’inadeguatezza e la mancanza di prevedibilità delle finanze fornite loro, e si sottolinea che anche il ritardo nell’ottenere i finanziamenti ostacola il progresso sull’adattamento, compreso il raggiungimento dell’obiettivo globale (GGA). I riferimenti alla natura e all’entità dei finanziamenti necessari (pubblici e/o privati) e alle diverse responsabilità delle Parti non vengono specificatamente menzionati. Si sottolinea l’importanza del monitoraggio dei flussi finanziari ed è chiesta una panoramica di quelli forniti dai Paesi sviluppati verso i Paesi in via di sviluppo. Dal punto di vista tecnico, si rileva l’importanza di una maggiore conoscenza degli impatti dei cambiamenti climatici e delle soluzioni di adattamento, nonché dei sistemi di monitoraggio, valutazione e apprendimento (MEL) per l’attuazione dei NAPs e per una migliore comprensione dei progressi compiuti in questo ambito, nella riduzione della vulnerabilità e nell’aumento della resilienza. Mancano riferimenti espliciti ai diritti umani, anche se emerge un approccio sensibile alle questioni di genere, partecipativo e trasparente, con attenzione ai gruppi, alle comunità e agli ecosistemi vulnerabili, nonché basato sulle migliori conoscenze scientifiche disponibili. Sono inoltre citate le popolazioni indigene come fonte di conoscenza e per l’importanza del loro coinvolgimento, con le comunità locali, nello sviluppo e nell’implementazione dell’azione per l’adattamento. Come si evince dal paragrafo 19 del Global Mutirão, ad oggi 71 Parti hanno presentato NAP, policy e processi di pianificazione sull’adattamento. Nel 2025 il Fondo per i Paesi meno sviluppati registra proposte per 60,3 milioni di dollari sui NAPs, mentre il Green Climate Fund approva 320 milioni per l’adattamento in 121 Paesi in via di sviluppo. La prossima valutazione del progresso sul processo di formulazione e implementazione dei NAPs avverrà nel 2030 a COP35.
Giusta Transizione
Il testo finale è un compromesso: avanza sul terreno della giustizia sociale, ma resta timido su quello climatico. La bozza rafforza il linguaggio su diritti umani, partecipazione e lavoro dignitoso. Si afferma il diritto a un ambiente pulito, sano e sostenibile, insieme a salute, sviluppo e parità di genere, mentre viene valorizzato il ruolo dei Popoli Indigeni e del previo, libero e informato consenso. Il testo riconosce l’importanza dell’istruzione, delle competenze, della protezione sociale e del lavoro di cura, includendo finalmente settori spesso ignorati nei negoziati. Importante è la creazione di un Meccanismo di Giusta Transizione, con l’obiettivo di aumentare la cooperazione internazionale, l’assistenza tecnica, il capacity-building e lo scambio di conoscenze, e di permettere percorsi di giusta transizione equi e inclusivi. Il meccanismo sarà complementare ad altri filoni di lavoro e strumenti sotto la Convenzione e l’Accordo di Parigi, e dovrebbe essere reso operativo a COP31. Vittoria della società civile, che ne aveva fatto la bandiera per questa COP. Sul fronte energetico, richiama l’accesso universale all’energia, il potenziamento delle rinnovabili e soluzioni di cottura pulite, insieme alla necessità di cooperazione internazionale su finanza, tecnologia e capacity-building. Fin qui, bene.
Ma quando si passa alla mitigazione, il testo perde mordente: spariscono i riferimenti ai paragrafi chiave del Global Stocktake, non c’è traccia del phasing out dei sussidi fossili e non viene nemmeno menzionato il tema delle fonti fossili, né il transitioning away concordato a Dubai nel 2023. Si riconosce inoltre il ruolo delle migliori evidenze scientifiche disponibili, ma senza richiamare esplicitamente l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) come riferimento centrale.
Il risultato è un testo che fotografa l’ampiezza sociale della giusta transizione senza però spingere davvero verso l’uscita dai combustibili fossili: un equilibrio politico che evita lo scontro, ma limita l’ambizione climatica.
Global Stocktake
Per quanto riguarda il Global Stocktake, anche quest’anno ci sono stati tre tavoli di lavoro: il testo approvato racchiude i risultati raggiunti, finalmente, dopo anni di stallo.
Il testo relativo al dialogo UAE chiarisce in modo definitivo alcuni punti politici rimasti in sospeso e, nel complesso, stabilizza la funzione del Dialogo, chiarisce la sua utilità per il GST2 e rafforza la dimensione politica del percorso, pur mantenendo uno scopo complessivo non prescrittivo.
Sullo scopo del dialogo, le Parti hanno scelto l’opzione più moderata: il Dialogo sarà “facilitative and non-prescriptive”, quindi non avrà il mandato più forte che alcuni sostenevano per accelerare l’implementazione del primo Global Stocktake. Sulle tempistiche prevale l’opzione più ambiziosa: dialoghi annuali nel 2026 e 2027 a Bonn, cioè fino all’inizio del GST2 previsto per il 2028. Un altro passaggio importante riguarda gli input: il testo apre ai contributi non solo delle Parti, ma anche di osservatori, organismi tecnici, organizzazioni internazionali e altri attori non-statali, ampliando notevolmente la base informativa. La novità più significativa è la decisione di usare formalmente i summary report prodotti dopo ogni dialogo come input per il GST2: una richiesta avanzata da mesi e ora finalmente confermata, che trasforma il UAE Dialogue in un vero ponte politico tra GST1 e GST2. Infine, viene introdotto anche un high-level ministerial round table, previsto per COP32 nel 2027: un segnale politico forte, che rialza il profilo del processo. Tuttavia, dal testo scompare ogni riferimento alle modalità per assicurare l’interazione attiva tra le Parti e altri stakeholders, inclusa la possibilità di partecipazione virtuale e l’attenzione all’equità nell’accesso, ma è solo garantita la possibilità di inviare input tre mesi prima. Il rischio è che il Dialogo perda quella dimensione inclusiva che ha sempre caratterizzato il processo del Global Stocktake, e che ne rappresenta una condizione essenziale di legittimità politica. Ma dopo anni di fermo, questo dialogo è finalmente operativo.
Il tavolo riguardo alle modalità per il GST2 è il più importante, e finalmente ha raggiunto il suo scopo, dopo aver rischiato di fallire per un disaccordo tra le Parti, che avrebbe portato all’utilizzo della stessa procedura del GST1 senza migliorarla. Sul piano scientifico si compie un passo importante: il testo riconosce esplicitamente il ruolo centrale dell’IPCC come fonte di best available science, pur bilanciandolo con l’esigenza di includere contributi più rappresentativi da Paesi in via di sviluppo e istituzioni regionali, quindi non sarà l’unica fonte scientifica. Entra con maggiore chiarezza anche il tema delle Perdite e Danni, riconosciuto tra le dimensioni che i co-facilitatori del dialogo tecnico sono incoraggiati a trattare esplicitamente. Sparisce invece l’intera parte sulle tempistiche del contact group: questo rende più incerte la durata e la struttura della fase politica del GST2. Allo stesso modo, è totalmente assente il livello ministeriale: nessun richiamo a roundtable di alto livello o a una governance rafforzata del processo. Nel complesso, la nuova bozza si concentra su aspetti procedurali generali – inclusività, disponibilità degli input, ruolo del segretariato – ma tralascia alcuni elementi importanti, come chiare tempistiche.
Dopo anni di stallo, possiamo ritenerci soddisfatti del compromesso che hanno trovato sul ruolo della scienza e sull’inclusione delle perdite e danni, consci delle Parti che sono sedute al tavolo, ma per il prossimo GST ci aspettiamo di più.
Il terzo tavolo introduce due cambiamenti di rilievo sul dialogo annuale del GST. Per la prima volta le Parti vengono incoraggiate esplicitamente a utilizzare le lezioni imparate e le buone pratiche dei summary report nei propri processi nazionali. Sul piano procedurale, il testo conferma che il dialogo annuale si chiuderà nel giugno 2026, alla sessione SB64, ma apre una porta significativa: le Parti valuteranno la sua eventuale ripresa nel quadro del GST2. È una scelta che supera l’incertezza di cui si discuteva già a COP29, dove il tavolo era stato sospeso. Nel complesso, il testo valorizza il ruolo dei dialoghi come spazio di apprendimento concreto per le Parti, pur mettendo un punto fermo sulla loro durata e collegandone la possibile riapertura alle dinamiche del GST2. Questi dialoghi vengono anche citati nel Global Mutirão per accelerare l’ambizione (paragrafo 38), a simboleggiarne la rilevanza.
Perdite e Danni
A COP30 il negoziato sul Fondo ha segnato l’avvio della fase pilota di finanziamento tramite le Barbados Implementation Modalities (BIM), un primo pacchetto di interventi a fondo perduto per il biennio 2025–2026, con accesso diretto anche tramite supporto al bilancio nazionale e priorità ai Paesi più vulnerabili. Le BIM sono concepite come misure transitorie in attesa della definizione del modello operativo di lungo periodo e dei futuri cicli di ricostituzione del Fondo. La decisione finale accoglie il primo rapporto del Board, riconosce i progressi compiuti nella definizione dei criteri di finanziamento e delle modalità di accesso diretto, e sollecita la rapida conversione degli impegni in contributi effettivi. Restano alcune criticità, tra cui il ritardo nell’adozione della strategia di mobilitazione delle risorse, che il Board dovrà completare “in modo accelerato” in linea con le decisioni sul nuovo obiettivo di finanza climatica (NCQG).
Sul fronte delle risorse, i nuovi impegni finanziari portano i contributi annunciati a circa 817 milioni di dollari. Sono fondi utili per l’avvio del Fondo, ma non ancora un percorso stabile: quello verrà definito con la prima ricostituzione nel 2027. La decisione chiede al Board di definire un modello operativo di lungo periodo che assicuri erogazioni rapide e senza eccessivi ostacoli burocratici, mantenendo alti standard fiduciari e di salvaguardia sociale e ambientale, e rafforzando la collaborazione con la Santiago Network.
In materia di Perdite e Danni, a COP30 le Parti hanno approvato anche il rapporto congiunto del Comitato esecutivo del Warsaw International Mechanism (WIM) e del Santiago Network, riconoscendo i progressi nella messa in opera dell’assistenza tecnica ai Paesi più vulnerabili, inclusa la prima attivazione di richieste di supporto. La revisione del WIM evidenzia la necessità di rafforzarne l’implementazione – dai dati sulle perdite non economiche all’accesso a conoscenze tecniche basate sulle esigenze dei Paesi – e di migliorarne la complementarità con il Fondo per Perdite e Danni. Non arrivano però decisioni sostanziali sulla governance: il confronto sull’assetto istituzionale è rinviato al 2026, mantenendo per ora un ruolo soprattutto tecnico e di coordinamento, separato dai flussi finanziari del Fondo.
Articolo 6
Sebbene a COP30 non fossero in programma negoziati sullo sviluppo dell’Articolo 6 in quanto tale (l’intero pacchetto adottato a Baku non verrà riaperto fino al 2028), la COP ha ospitato confronti formali su tutti i sotto-filoni, in particolare sulla cooperazione bilaterale (Art. 6.2) e sul Meccanismo per i Crediti dell’Accordo di Parigi (PACM, Art. 6.4). Precedenti riunioni del Supervisory Body dell’Articolo 6.4 avevano innescato polemiche in merito a decisioni tecniche su permanenza, monitoraggio post-progettuale e sulla definizione di rischio accettabile di riversamento in atmosfera. Il Supervisory Body aveva rimandato ogni decisione specifica al Panel degli Esperti sulle Metodologie (MEP), che lavora a porte chiuse, adottando intanto uno standard elastico e non invasivo nel merito di ogni tipo di progetto. Questa decisione è stata confermata a COP30 nonostante il tentativo da parte di alcuni Paesi latinoamericani di ribaltare quella decisione, nel timore che metodologie troppo stringenti su permanenza e riversamenti possano escludere i progetti forestali dal nuovo Meccanismo. Altra questione spinosa riguardava lo stesso Supervisory Body, in quanto alcuni Paesi avrebbero tentato un putsch per estendere la durata del mandato di ogni partecipante per un tempo indefinito oltre gli attuali due anni, adducendo ragioni di competenza tecnica. La proposta non è passata. Per quanto riguarda le transazioni bilaterali sotto l’Articolo 6.2, è stata bocciata una proposta inizialmente sul tavolo di congelare ogni ITMO (unità di mitigazione autorizzata dal Paese ospitante) sul quale si fossero rilevate “inconsistenze persistenti” a livello tecnico Infine, questa COP30 segna la chiusura definitiva del Clean Development Mechanism, lo strumento del Protocollo di Kyoto ora sostituito dal PACM: sebbene la scadenza per far transitare gli ultimi progetti e crediti CDM dentro il PACM sia stata estesa a giugno 2026, è stato deciso in ogni caso di chiudere il CDM entro luglio 2027, con relativa disconnessione dei registri esistenti. Contestualmente il Fondo Fiduciario del CDM presterà al PACM 26,8 milioni di dollari per avviarne il funzionamento, risorse che poi il PACM riverserà al Fondo per l’Adattamento una volta a regime. Fuori dalle sale negoziali, come del resto già a COP29, un numero crescente di Paesi ha firmato accordi bilaterali per progetti di scambio sotto l’Articolo 6.2; particolarmente attivo il governo di Singapore.
Gender Action Plan
Con un colpo di coda finale, anche il testo del nuovo Gender Action Plan (GAP) si è rimesso un pochino in carreggiata. Certo, non ci si può definire soddisfatti in senso stretto ma in un’era dove difendere con le unghie e con i denti i diritti faticosamente conquistati è diventata la priorità, aver tenuto fermi certi punti è già qualcosa. Il testo finale adotta il rinominato Belem GAP 2026-2034, con prima revisione e il Lima Work Program on gender entro il 2029. Spariscono le note controverse sulle distinzioni binarie e il linguaggio tecnico viene in parte recuperato, con alcune novità. Il preambolo riconosce gli effetti differenziati dei cambiamenti climatici su donne e bambine in base a fattori identitari, richiamando di fatto il concetto di intersezionalità anche se in forma più blanda. Questo tema ricorre anche in altre parti del testo, insieme al mantenimento della raccolta di dati di genere ed età disaggregati e al ruolo riconosciuto all’IPCC. Si amplia inoltre la platea dei soggetti rilevanti per le politiche climatiche includendo le discendenti africane, come registrato anche in altri filoni negoziali. Nell’ambito della priorità A (capacity-building, knowledge management e comunicazione) si inserisce un punto sulla lotta a disinformazione e misinformazione per promuovere l’alfabetizzazione di genere, importante vista la diffusione di narrative fuorvianti su donne e bambine. Tuttavia, il testo indebolisce il linguaggio: si parla di ‘gender perspective’ invece di ‘gender responsive’, scompaiono riferimenti alla salute sessuale e riproduttiva e alla violenza domestica, mentre la violenza di genere compare solo in un punto. Debole anche la menzione al lavoro di cura, rimandata al filone Just Transition. Tra le materie emergenti (‘climate change matters’), le donne difensore dell’ambiente sono citate solo una volta sotto la priorità B (partecipazione e leadership), con una formulazione generica che non lega la protezione delle attiviste agli obblighi dei diritti umani. Infine, non c’è alcun richiamo generale ai diritti umani, nemmeno tramite il preambolo 11 dell’Accordo di Parigi: un segnale di riduzione delle tutele e di diluizione delle obbligazioni internazionali consolidate, in contraddizione con il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia.
Analisi a cura della delegazione di Italian Climate Network alla COP30 di Belém.
Immagine di copertina: foto DI Claudia Concaro, delegata di Italian Climate Network.
