cop30 gender
16
Nov

COP30, GENDER ACTION PLAN: IL TESTO C’È, L’ACCORDO ANCORA NO

  • Il nuovo Gender Action Plan 2026-2034 è pronto, ma l’accordo si blocca su linguaggio e definizioni richieste dai Paesi più conservatori.
  • Restano aperti i nodi su diritti, protezione delle attiviste e finanziamenti: il testo passa ora ai ministri.

Nella prima settimana di COP30 i lavori sul nuovo Gender Action Plan sono stati intensi. Nonostante la COP29 il negoziato sul tema si fosse chiuso con un po’ di amarezza per le controversie sul linguaggio, l’impegno a rinnovare questo importante percorso per altri dieci anni era rimasto saldo.

A Belém le delegazioni hanno lavorato in modo spedito: i facilitatori, attivi da giugno, hanno sollecitato le Parti a trovare un accordo sul testo negoziale entro la prima settimana, tenuto conto del gran lavoro già svolto. Come avevamo annunciato il testo per l’adozione c’è, così come il nuovo Gender Action Plan allegato. Il testo prevede l’adozione del nuovo GAP 2026-2034 e la revisione della sua implementazione, insieme al Lima Work Programme on Gender, entro il 2029. A questo si accompagna il GAP vero e proprio, un testo in formato tabellare di più di 25 pagine che indica per ognuna delle cinque priorità del GAP gli obiettivi, le attività e i risultati attesi. Quello che manca è l’intesa finale e soprattutto l’accordo: ancora una volta i Paesi più conservatori si sono mostrati inflessibili sui termini da inserire nel testo.In particolare, durante le sessioni la Russia ha più volte opposto l’utilizzo di termini su cui, a suo dire, non esiste un consenso condiviso tra le Parti – tra cui ‘diritti alla salute sessuale e riproduttiva delle donne’ (sexual and reproductive health rights), ‘persone nella loro diversa identità di genere’ (intesa come la comunità LGBTIQ+) e il termine ‘gender transformative’. La delegazione russa ha anche chiesto di sostituire la parola ‘rispondente alle questioni di genere’ (‘gender-responsive’) con il termine ‘prospettive di genere’ (‘gender-perspective’) in relazione per esempio alle misure di implementazione finanziaria e di capacity building. 

Arabia Saudita, Iran, Argentina e Paraguay hanno alzato ulteriormente la posta. L’Argentina ha sottolineato l’assenza della nota a piè di pagina che era stata inserita a Bonn per rinviare allo Statuto di Roma, e sottolinea una visione binaria del genere (uomo/donna), condivisa anche dal Paraguay. Iran e Santa Sede hanno proposto una loro nota esplicativa con interpretazioni binarie di genere. Il Paraguay ha persino citato la definizione dal dizionario spagnolo del termine “genere”, che però ne riconosce la natura di costrutto sociale, contraddicendo quindi parzialmente la propria posizione. L’Iran ha chiesto di sostituire “eguaglianza” con “bilanciato”.

Di fronte a ciò, l’Unione Europea – insieme a ILAC (Independent Association of Latin America and the Caribbean), Norvegia, Regno Unito, Canada, AOSIS (Alliance of Small Island States) e EIG (Environmental Integrity Group) -, ha inviato un messaggio chiaro: queste note a piè di pagina sono una linea rossa. Il testo deve saper accogliere le diverse prospettive culturali, ma senza inserirle tutte come interpretazioni ufficiali, preferendo termini tecnici abbastanza ampi da comprenderle. “Se accogliessimo tutte le interpretazioni di genere, avremmo tante note a piè di pagina quanti sono i Paesi Parte alla Convenzione di Parigi”, ha commentato l’UE con ironia.

Vale la pena sottolineare che termini tecnici che abbracciano la complessità sociale e le teorie di giustizia sociale non tolgono nulla ai Paesi più conservatori: al contrario, i termini binari limitano i diritti, riducono le opzioni in gioco e favoriscono una sola lettura a discapito della ricchezza della diversità.

Sul fronte delle tematiche emergenti la Russia, appoggiata da Arabia Saudita e Paraguay, ha rifiutato di includere la protezione delle ambientaliste e delle attiviste per i diritti umani o delle donne vittime di violenza di genere. Una posizione che va contro la realtà: le Nazioni Unite hanno già riconosciuto che queste donne, soprattutto indigene e in prima linea contro corporazioni potenti e governi, sono sotto attacco. I cambiamenti climatici, inoltre, aggravano la violenza di genere.
Messico, Cile e Panama hanno ribadito che non accetteranno un testo che ignori queste priorità, e in particolare le esigenze delle donne ambientaliste e attiviste per i diritti umani.

Ci sono state poi discussioni inerenti le cosiddette soluzioni basate sulla natura, che devono ricevere supporto tecnico e finanziario per l’implementazione delle considerazioni di genere, con la proposta del gruppo G77, supportata da molte altre Parti, di sostituire quella dicitura con ‘ecosystem-based approach’. La proposta potrebbe non essere negativa, e certamente lascia trasparire una visione olistica ed ecologica del problema dei cambiamenti climatici. Altre Parti hanno chiesto la rimozione delle menzioni all’IPCC e alla Convenzione di Rio, ma le loro proposte sono state prontamente rigettate e non pare abbiamo attecchito, considerato che nel testo i riferimenti sono ancora presenti e non sono stati neppure messi tra parentesi (il che indicherebbe un punto in sospeso su cui sono necessarie ulteriori discussioni). Sul piano dei finanziamenti, le Parti non hanno adottato un linguaggio particolarmente vincolante, e in questo contesto l’Australia ha chiesto la rimozione della parola ‘finanza pubblica’ dal testo con l’opposizione degli LDC (Less Developed Countries).

Da parte della società civile, YOUNGO e la Women and Gender Constituency hanno richiamato le Parti a ricordare che il testo negoziale non è un gioco accademico, ma incide concretamente sulle vite di milioni di donne e bambine nella loro diversità. Hanno chiesto di mettere al centro queste priorità, non le mere preferenze governative – un appello condivisibile.

Il testo dunque c’è, anche se ancora pieno di parentesi e pronto per essere passato alla Presidenza dopo il passaggio ai ministri, chiamati a risolvere le questioni più delicate nella seconda settimana di COP30. La Women and Gender Constituency si è già attivata con le delegazioni di Svezia e Cile per spingere verso un testo più coerente con il linguaggio tecnico e con gli interessi della diversità umana. Ora non resta che vedere se questo sforzo di lobby darà i suoi frutti.

Articolo a cura di Erika Moranduzzo, Coordinatrice della Sezione Clima e Diritti di Italian Climate Network.

Immagine di copertina: foto di  UN Climate Change – Kiara Worth

You are donating to : Italian Climate Network

How much would you like to donate?
€10 €20 €30
Would you like to make regular donations? I would like to make donation(s)
How many times would you like this to recur? (including this payment) *
Name *
Last Name *
Email *
Phone
Address
Additional Note
Loading...