GIORNO 5 – 14 NOVEMBRE 2025
A Belém si sta chiudendo la prima settimana di negoziati, e sono ore molto concitate. Questo Bollettino vi arriva in diretta mentre praticamente si lavora ancora in tutte le sale.
Domani in ogni caso dovranno chiudersi i lavori della prima settimana, con la plenaria finale degli organi sussidiari (di supporto) pronti ad inviare eventuali testi, bozze, note ai Ministri per la seconda settimana di negoziati: quando la COP entra nel vivo.
A prendere la scena oggi è stato il negoziato sul Global Goal on Adaptation(GGA). Si capisce che diventerà un pezzo chiave del puzzle finale ordito dalla Presidenza brasiliana e dai suoi alleati, e lo si capisce dal fatto che in altre sale che si svolgevano in parallelo (ad esempio, sull’Articolo 6.4) alcuni delegati abbiano detto con chiarezza che su alcuni punti era inutile discutere troppo ora, visto che il tavolo GGA era ancora in corso. Segnali emergenti di un “pacchetto” in composizione, probabilmente strutturato attorno a giusta transizione, finanza per l’adattamento e – la parte più delicata del pacchetto sembra essere ancora sul tavolo – transitioning away dalle fonti fossili.
Che la Presidenza brasiliana stia lavorando bene verso un ambizioso risultato finale lo si capisce dai primi segnali di nervosismo di alcuni Paesi. In primis, uno dei classici blocker, l’Arabia Saudita. Nel corso di una consultazione informale nel pomeriggio la delegata saudita si è espressa con forza contro l’inserimento di linguaggio scientifico, di riferimenti alla IPCC, e infine di qualsiasi riferimento alla necessità di mantenere le temperature globali entro +1,5°C entro la fine del secolo, adducendo come motivazione “l’anti-scientificità di simili affermazioni ora che il grado e mezzo è stato superato”.
Abbiamo chiesto alla nostra Direttrice Scientifica, Serena Giacomin, come avrebbe contribuito alla discussione in sala:
“Le soglie dell’Accordo di Parigi non fanno riferimento alla temperatura di un singolo anno, ma alla media mobile pluriennale del riscaldamento globale. 1,5°C è la soglia più ambiziosa, definita come mantenimento dell’aumento della temperatura entro 1,5°C rispetto al periodo pre-industriale su una media di più anni.
Il superamento del 2024 è quindi un evento temporaneo, non strutturale – continua Giacomin -. L’IPCC lo chiarisce da anni: il sistema climatico può oscillare attorno a queste soglie, anche negli scenari più ottimistici è previsto. Non si può quindi affermare che l’obiettivo dei 1,5°C sia “già perso”: serve una media di più anni e non siamo ancora in quella condizione.
Gli ultimi numeri del UNEP Emissions Gap Report 2025 mostrano che la traiettoria attuale delle emissioni è lontana da quella compatibile con 1,5°C: anche integrando gli aggiornamenti più recenti, siamo su un percorso più vicino ai 2,5–2,8°C. Questo rende evidente quanto sia difficile centrare l’obiettivo, ma non ne invalida il significato scientifico né politico. Usarlo come argomento per cancellare riferimenti all’IPCC o alle soglie è una distorsione del processo negoziale.
Il messaggio più importante è che ogni decimo di grado conta. la scienza ci dice che ogni 0,1°C di riscaldamento evitato comporta una riduzione tangibile di: frequenza e intensità degli estremi perdite e danni rischi per salute, economia e sicurezza delle persone impatti irreversibili sugli ecosistemi”.
Per questo come organizzazioni di esperti, giovani esperti e come società civile continueremo a lottare affinché quel linguaggio, scientifico sulla base di dati solidi, rimanga nei testi di Belém oltre ogni distorsione, distrazione. Nel frattempo, in sala, a tenere la barra dritta ci hanno pensato la Nuova Zelanda e altri Paesi. Ma serve la voce di tutti noi – anche da casa.
