17
Nov

COP30: IL TENTATIVO DELLA PRESIDENZA DI TENERE TUTTI A BORDO

  • Continuano le consultazioni della Presidenza brasiliana su quattro temi lasciati fuori dall’agenda.
  • Siamo di fronte ad un gap di implementazione e di ambizione nei Contributi Nazionali Determinati.
  • Sono emerse possibili soluzioni su come procedere, ma una convergenza sembra ancora lontana.

Parallelamente a tutti i filoni negoziali, a COP30 la Presidenza brasiliana sta tenendo intense consultazioni. Il focus sono quattro punti proposti da alcune Parti per essere inclusi in agenda (li riportiamo qui per come sono stati indicati nel riassunto della Presidenza): 

  • Implementazione dell’articolo 9.1 dell’Accordo di Parigi 
  • Promuovere la cooperazione internazionale e affrontare le preoccupazioni relative alle misure unilaterali che limitano il commercio
  • Rispondere al report di sintesi sui Contributi Nazionali Determinati e affrontare il gap di implementazione e ambizione
  • Riportare e rivedere, in conformità con l’articolo 13 dell’Accordo di Parigi, la sintesi sui Biennial Transparency Reports

Le consultazioni sono state proposte come modo per evitare una possibile impasse per l’approvazione dell’agenda. I più attenti si ricorderanno, infatti, che alcuni di questi temi sono già emersi in passato. A Bonn, lo scorso giugno, l’adozione dell’agenda è stata ritardata per due giorni proprio per il tentativo di inserire le politiche di aggiustamento frontaliero delle emissioni (tra le righe, CBAM) e gli obblighi finanziari dei Paesi sviluppati verso quelli in via di sviluppo (articolo 9.1). A questi temi vediamo ora affiancate due nuove proposte: rispondere ai risultati emersi dai Biennial Transparency Report e dagli ultimi Contributi Nazionali Determinati (Nationally Determined Contributions, NDC). Ci troviamo, infatti, di fronte a due gap: di implementazione e di ambizione. Dai 100 Biennial Transparency Reports sottomessi dalle Parti, rappresentanti il 69% delle emissioni globali nel 2021, emerge che ci stiamo muovendo per implementare i primi due NDC, anche se probabilmente troppo lentamente per raggiungere i target promessi al 2025 e al 2030. Ed ecco il gap di implementazione.
Dall’altro lato i nuovi NDC, che definiscono un obiettivo al 2035, mancano dell’ambizione necessaria: se implementati nella loro totalità, determinerebbero una riduzione delle emissioni al 2035 del 12% rispetto alle emissioni al 2019. Questo considerando solo gli NDC già pubblici (che rappresentano il 69% delle emissioni globali) e gli obiettivi della precedente amministrazione statunitense. Il Global Stocktake ci dice, in linea con la scienza, che per limitare il riscaldamento globale a 1.5°C, con limitato o nessun overshoot, le emissioni di gas effetto serra dovrebbero ridursi del 60% al 2035 rispetto al 2019. Da qui il gap di ambizione. 

Lunedì in sala si è percepita una certa urgenza per trovare un accordo. Attualmente, però, una convergenza sembra ancora lontana

Implementazione dell’articolo 9.1 dell’Accordo di Parigi

Per i Paesi in via di sviluppo l’obiettivo finanziario definito a Baku, il New Collective Quantified Goal on climate finance (NCQG), non copre l’articolo 9.1 dell’Accordo di Parigi, che quindi sarebbe ancora da rendere operativo. L’articolo, che definisce l’obbligo dei Paesi sviluppati di fornire risorse finanziarie per assistere i Paesi in via di sviluppo nella mitigazione e nell’adattamento, non viene infatti citato espressamente nel testo dell’obiettivo finanziario, che rientra sotto il più ampio cappello dell’articolo 9. Un appiglio usato per chiedere più chiaramente che si discuta di finanza pubblica proveniente dai Paesi sviluppati. A questo proposito, è arrivata la proposta da parte dei Like Minded Developing Countries di lanciare un work programme di tre anni sull’implementazione del 9.1. Per l’Arab Group è necessario un action plan per implementare l’articolo 9.1, con delle metodologie chiare per il conteggio dei flussi e di burden sharing. D’accordo anche molti Paesi in via di sviluppo: “non possiamo lasciare Belèm senza risolvere il 9.1”.

Per i Paesi sviluppati, invece, è importante sottolineare che l’NCQG implementa il 9.1, in quanto include sia le risorse pubbliche che quelle private mobilitate da fonti pubbliche dei Paesi sviluppati. La discussione dovrebbe quindi concentrarsi su come implementare la decisione presa a Baku nella sua completezza. Dal loro punto di vista, limitarsi a parlare del 9.1 non permette di discutere di altri importanti elementi, che invece sono correttamente riflessi nel NCQG – come l’accesso, il bilanciamento tra mitigazione e adattamento, la qualità delle risorse. 

Misure di aggiustamento del carbonio alla frontiera

Per i Paesi in via di sviluppo le misure di aggiustamento del carbonio alla frontiera, di cui fa parte il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), non rispettano il principio di responsabilità comuni ma differenziate e rispettive capacità, così come definito dall’Accordo di Parigi. Esse, infatti, non tengono in considerazione la provenienza dei prodotti importati, ma si applicano indifferentemente ai Paesi sviluppati e a quelli in via di sviluppo. Secondo un report di UNCTAD spesso citato in sala, l’introduzione del CBAM causerebbe una riduzione delle entrate dei Paesi in via di sviluppo di 5.9 miliardi di dollari, assumendo un prezzo di carbonio di 44 dollari alla tonnellata, mentre le emissioni di CO2 si ridurrebbero solo dello 0.1%. L’applicazione di queste misure poi, determinando un aumento delle entrate dei Paesi sviluppati, invertirebbe i flussi finanziari: al posto di essere diretti dai Paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo, come definito dai loro obblighi finanziari, seguirebbero la strada inversa. 

Alcune opzioni sul tavolo: avere delle discussioni sugli impatti delle politiche climatiche sotto il filone delle response measures; creare dei tavoli di lavoro sul nexus tra cambiamenti climatici e commercio nel 2026 e 2027, utilizzandoli come input per il Global Stocktake 2; rendere operativo l’articolo 3.5 della Convenzione che definisce che le Parti dovrebbero cooperare per promuovere un sistema economico internazionale aperto e supportivo; creare una piattaforma per capire gli impatti dei paesi in via di sviluppo al di là del confine di queste misure.

Articolo a cura di Claudia Concaro, delegata di Italian Climate Network alla COP30 di Belém.

Immagine di copertina: foto di Rafa Neddermeyer/COP30 Brasil Amazônia/PR

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