21
Nov

COP30: LA PRESIDENZA TENTA UN COLPO DI MANO SUL GLOBAL GOAL ON ADAPTATION

  • Indicatori adottati, UAE – Belém Work Programme formalmente concluso e lancio del nuovo processo Belém – Addis Vision, ma nessuna decisione sulla finanza per l’adattamento.
  • Gli indicatori sono volontari, non comparabili, non prescrittivi e non legati ai finanziamenti, compromesso chiave per ottenere il via libera dei Paesi in via di sviluppo.
  • Novità politiche rilevanti: primo riferimento alle persone di discendenza africana.

Sul finire della seconda settimana di COP30 è arrivata una mossa politica decisa della Presidenza brasiliana: una nuova bozza di decisione sul Global Goal on Adaptation (GGA) che abbandona completamente la struttura a opzioni dei co-facilitatori, propone un unico testo negoziale e tenta di chiudere anni di discussioni su indicatori, governance e processo post-Belém.

La bozza segna una svolta chiara: gli indicatori vengono adottati, si “conclude” formalmente l’UAE–Belém Work Programme nato a Dubai per rendere operativo l’adattamento globale, e viene lanciato un nuovo processo politico, il Belém – Addis Vision, un percorso 2026–2027 concepito per allineare indicatori, target e reporting, in vista del secondo Global Stocktake. Il riferimento ad Addis Abeba non è casuale: salvo sorprese, sarà la sede di COP32.

Ma il prezzo di questo atto di forza è altrettanto evidente: nessuna decisione sulla finanza per l’adattamento, che viene rimandata al Global Mutirão della Presidenza, il testo che include i punti più controversi non aggiunti in agenda di cui abbiamo parlato qui, come messo in evidenza con una nota fluorescente nel testo. Il risultato è un GGA “tecnicamente completo”, ma ancora politicamente sospeso.

Da 4000 indicatori a 50: cosa sono i “disclaimer” e perché contano

Come avevamo anticipato nel precedente articolo, il lavoro tecnico di quest’anno è stato titanico: da un elenco di oltre 4000 indicatori iniziali si è arrivati a poco più di 50, elaborati dagli esperti UNFCCC nel workshop di settembre. La nuova bozza conferma il pacchetto nella sua interezza, senza tentare aggiustamenti politici dell’ultimo minuto.

Questa lista, però, esce dalle sessioni a porte chiuse: eravamo entrati a COP con i 116 indicatori preparati a settembre. Che fine hanno fatto gli altri? I 59 indicatori che, per ora, sono stati salvati sono molto più sintetici e politici. Salta così tutto ciò che era troppo prescrittivo: gli indicatori su standard, protocolli, legislazione nazionale, quelli con opzioni multiple (soprattutto sulla finanza), e gli indicatori troppo settoriali. L’accordo mantiene i temi, ma elimina la maggior parte dei dettagli operativi. In pratica, si passa da un quadro tecnico molto ricco a un set di indicatori volutamente minimalista, non vincolante e molto più politico, pensato per essere accettabile da tutti.

Ma la vera battaglia non è sulla lista: è su ciò che la circonda.
Il testo presidenziale introduce infatti un insieme di disclaimer, richiesti a gran voce dal Sud globale, che definiscono gli indicatori come:

  • volontari
  • non prescrittivi
  • non punitivi
  • non utilizzabili per condizionalità o accesso ai finanziamenti
  • non comparabili tra Paesi
  • rispettosi della sovranità nazionale

Questi disclaimer sono il compromesso che ha permesso a molti Paesi in via di sviluppo di accettare l’adozione, pur giudicandola prematura. Senza questi paletti, la lista sarebbe stata percepita come un meccanismo di valutazione implicita, soprattutto da parte di LMDC (Like Minded Developing Countries), Gruppo Arabo e diversi Paesi africani, che da settimana scorsa denunciano indicatori “intrusivi” – come quelli su spesa pubblica, tassonomie, riforme istituzionali o capacità statistica nazionale.

I Paesi sviluppati hanno sostenuto invece che una lista priva di elementi operativi non sarebbe servita a nulla: volevano indicatori adottati, chiari e utilizzabili sin da subito nei piani nazionali, e soprattutto nei rapporti sulla trasparenza (BTR) e in vista del Global Stocktake del 2028. La dinamica negoziale ha fatto convergere le Parti verso una linea più vicina a quella dell’Unione europea che a quella di LMDC: l’esito politico di un processo in cui le posizioni più prudenziali non hanno trovato sufficiente massa critica.

Un passaggio nuovo e molto significativo rafforza questa direzione: la Conferenza delle Parti sotto l’Accordo di Parigi (CMA) “encourages Parties, as appropriate and at their discretion, to test the Belém Adaptation Indicators.”

È la prima volta che si chiede esplicitamente ai governi di sperimentare gli indicatori. Per i Paesi sviluppati è un passo naturale; per molti Paesi in via di sviluppo rischia invece di tradursi in pressioni politiche, soprattutto in assenza di finanza e con capacità statistiche molto diseguali.

Cos’è davvero il “Belém – Addis Vision”

La bozza presidenziale introduce un elemento completamente nuovo: il Belém – Addis Vision, una sorta di ponte politico e tecnico che guiderà il lavoro tra il 2026 e il 2027.
L’obiettivo è duplice: evitare di riaprire subito la lista degli indicatori, stabilizzando il pacchetto appena adottato, e creare uno spazio strutturato per raffinare metodologie, metadati e allineamento tra strumenti di reporting, in modo da arrivare al 2028 con un quadro coerente che possa alimentare il secondo ciclo del Global Stocktake.

Il processo include la possibilità di sviluppare linee guida tecniche, workshop tematici, e un lavoro di convergenza tra Piani Nazionali per l’Adattamento, adaptation communications e rapporti sulla trasparenza. Non è solo un processo tecnico, ma uno strumento politico per disinnescare le richieste dei Paesi che chiedevano più tempo, più supporto e soprattutto più finanza.

Le Parti hanno reagito in modo differenziato: i Paesi sviluppati vedono il Vision come un modo per consolidare rapidamente l’architettura del GGA; AILAC e il Gruppo Sur lo considerano lo spazio ideale per consolidare temi come genere, diritti, popolazioni indigene e afrodiscendenti; il Gruppo Africano e i Least Developed Countries lo leggono come una promessa condizionata, cioè utile solo se arriveranno risorse per sviluppare sistemi di monitoraggio nazionali; LMDC e Gruppo Arabo continuano a considerare prematuro chiudere gli indicatori ora spingendo per una revisione più sostanziale, temendo che un processo troppo “tecnico” renda difficile contestare gli elementi più sensibili in futuro. Sarà quindi questa la bozza definitiva?

Il nodo politico: un GGA ambizioso, ma senza finanza

Il testo sul Global Goal on Adaptation è strutturato, completo, coerente e, almeno sulla carta, pronto a essere utilizzato. Ma di fatto manca la colonna portante: la finanza.

La decisione è rimandata al Mutirão, dove si dovrà discutere l’eventualità di una quota dedicata all’adattamento, in che modo i fondi saranno accessibili ai Paesi più vulnerabili, se la finanza arriverà in forma di grant e non di debito, e se verranno inclusi nuovi donatori.

Le Parti del Sud globale ripetono da giorni lo stesso mantra: senza finanza, gli indicatori rischiano di diventare un esercizio teorico. Il divario resta enorme: solo il 26% della finanza climatica va oggi all’adattamento, e la maggior parte è sotto forma di prestiti. Per di più i Paesi in via di sviluppo chiedono di raggiungere la quota di 120 miliardi di dollari entro il 2030, mentre nel 2023 ne hanno visti arrivare solo 26.

Un’aggiunta storica: il riferimento alle persone di discendenza africana

​​Nel nuovo testo negoziale sul Global Goal on Adaptation compare una formulazione più ampia e articolata delle categorie considerate vulnerabili, ma anche alcune assenze significative. La bozza richiama infatti l’importanza di un approccio trasversale ai diritti, riconoscendo esplicitamente il contributo di bambini e giovani, persone con disabilità, popolazioni indigene e comunità locali, migranti e, per la prima volta nella storia dei negoziati climatici, delle persone di ascendenza africana. Quest’ultimo passaggio, sostenuto con forza da Colombia, AILAC e diversi Paesi latinoamericani, segna un’evoluzione politica rilevante: amplia il perimetro delle vulnerabilità riconosciute dall’UNFCCC e inserisce nel discorso sull’adattamento una dimensione legata alla giustizia razziale, un tema molto presente soprattutto in Paesi come il Brasile, dove il 58% della popolazione ha origini africane. L’inclusione è stata inizialmente accolta con prudenza da alcuni piccoli Stati insulari, ma è ormai stabilmente parte del testo.

Un quadro allargato è un segnale incoraggiante, ma alcuni aspetti potrebbero essere integrati meglio. La bozza richiama diritti umani, genere, giustizia sociale ed equità intergenerazionale e, all’interno della descrizione delle categorie sociali, include una gamma ampia di caratteristiche demografiche e socio-economiche come vulnerabilità, genere, età, disabilità, razza, status socio-economico, popoli indigeni, migranti, bambini e giovani. Alcuni elementi spesso discussi nel dibattito climatico globale, come il ruolo degli environmental e human rights defenders, non sono menzionati esplicitamente, ma molte delle categorie richiamate coprono almeno in parte le condizioni di vulnerabilità in cui tali soggetti operano. Allo stesso modo, la dimensione di genere compare in diversi punti, anche in relazione a processi partecipativi e NAP gender-responsive, pur senza l’uso di formulazioni più dirette come empowerment of women, presenti in altri testi ONU. Manca invece un riferimento esplicito alle comunità LGBTIQ+, anche se la gamma di caratteristiche elencate offre comunque un quadro inclusivo di base. Sarebbe stato interessante vedere un unico paragrafo in cui si chiede che gli indicatori rispettino tutti questi diritti, al posto dell’attuale disseminazione, ma nel complesso la bozza incorpora già diversi elementi rilevanti.

Cosa ci attenderà nella prossima, e ultima, bozza? 

Articolo a cura di Anna Pelicci, capa delegazione di Italian Climate Network alla COP30 di Belém.

Immagine di copertina: foto di Rafa Neddermeyer

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