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ELEZIONI IN BRASILE 2022: UN EVENTO CHIAVE PER IL CLIMA

Da quando Jair Bolsonaro ha assunto la presidenza del Brasile nel 2019, la politica estera del Paese più grande del sudamerica ha ricalcato lo stile del suo leader. Esponente politico noto per il suo conservatorismo nazionale, dallo stile polarizzante e controverso, Bolsonaro è stato spesso descritto come un politico di estrema destra populista. Per questa ragione non si può dire che nella gestione delle relazioni internazionali del proprio Paese Bolsonaro abbia avuto uno stile accomodante, cosa che si è riflessa nel lavoro dei suoi inviati diplomatici, inclusi i negoziatori della delegazione Brasiliana all’UNFCCC.

Durante queste due settimane di negoziati intermedi qui a Bonn, si invece è notato un cambio di attitudine da parte della delegazione Brasiliana​, con i negoziatori che hanno fatto interventi costruttivi in più di un’occasione, invece di darsi all’abituale ostruzionismo. Brasilia sembra aver dato un po’ di respiro ai propri diplomatici, sorge quindi spontaneo chiedersi a cosa sia dovuto questo cambio di approccio, che quasi inquieta quando si considera la totale dissonanza con ciò che quotidianamente accade in Brasile. La ragione più probabile è l’incertezza che regna attorno alle incombenti elezioni nazionali di ottobre, che probabilmente non permette di aggiungere ulteriori “grattacapi” alla già tesa situazione interna al Paese. Il divario tra il sostegno a Bolsonaro e l’ex presidente Luiz Inácio “Lula” da Silva, suo diretto competitore nelle prossime elezioni, negli ultimi tempi si è assottigliato. Gran parte del primo mandato di Bolsonaro è stato consumato dall’approccio controverso del governo nell’affrontare il COVID-19, che ha tristemente visto il Brasile scalare le classifiche dei paesi più colpiti dalla pandemia alimentando il malcontento nei suoi confronti; in aggiunta i più recenti attacchi di Bolsonaro al sistema elettorale del Paese stanno ora dominando i titoli dei giornali, causando ulteriore tensione e un crescente timore verso un possibile colpo di stato.

Tutto ciò è particolarmente rilevante se si considera che Brasile è il quinto emettitore di carbonio del mondo. Bolsonaro ha tendenza autocratiche e ha portato il Paese su posizioni anti progressiste su moltissimi temi, inclusi diritti umani, ambiente e clima. Ha mantenuto la promessa fatta in campagna elettorale nel 2018 di aprire la foresta pluviale amazzonica agli affari, innescando le premesse per il genocidio delle popolazioni indigene che la popolano e una “bomba al carbonio” nel processo. È solo di qualche giorno fa la notizia della morte del giornalista britannico, Dom Phillips, e di un ex agente federale per la protezione degli indigeni, Bruno Pereira, i cui resti sembra che siano stati trovati nelle profondità della giungla amazzonica, dove si trovavano per indagine giornalistica sulla violazione dei diritti delle popolazioni indigene. Ci sono voluti quattro giorni perché Bolsonaro avviasse le ricerche dei due uomini, riluttante a mobilitare l’esercito e la marina sostenendo che si trattava di un “caso di polizia”, di fatto ritardando le ricerche. L’episodio è indicativo del generale atteggiamento di Bolsonaro verso le popolazioni indigene e i loro alleati, considerati come un intralcio ai suoi piani di sfruttamento delle risorse naturali del Brasile, e quindi non meritevoli dell’attenzione e tutela del governo.

Bolsonaro può essere considerato il negazionista del clima più pericoloso delle Americhe, in tre anni grazie alle sue politiche il Brasile ha registrato tassi di deforestazione dell’Amazzonia senza precedenti, di fatto indebolendo gli impegni presi come Paese aderente all’Accordo di Parigi per la riduzione delle emissioni (Nationally Determined Contribution – NDC). Dato il peso delle emissioni brasiliane, se riuscisse ad assicurarsi un ulteriore mandato, le implicazioni per la foresta amazzonica sarebbero gravissime e si correrebbe il rischio di non riuscire a limitare l’aumento delle temperature medie globali al 1,5°C gradi. 

Questo è il motivo per cui le elezioni in Brasile sono probabilmente l’evento legato al clima più importante del 2022 dopo la drammatica invasione dell’Ucraina. In un momento in cui i governi di tutto il mondo tornano a ricerca dei combustibili fossili per sfuggire alla crisi energetica, sarebbe fondamentale avere uno dei principali emettitori a livello globale al tavolo negoziale, con un nuovo presidente e un piano ridurre concretamente le emissioni, proteggere i diritti delle popolazioni indigene e arrestare la distruzione incontrollata di uno degli ecosistemi fondamentali per sostenere la vita sull’intero pianeta.

Articolo a cura di Chiara Soletti, Policy Advisor e Coordinatrice della Sezione Clima & Diritti Umani

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