GIUSTA TRANSIZIONE, TUTTI CONTRO IL CBAM
- Le politiche di aggiustamento frontaliero del carbonio sono state protagoniste dei negoziati di oggi sulla Giusta Transizione.
- Per i Paesi in via di sviluppo, il CBAM non rispetta il principio delle responsabilità comuni ma differenziate e rispettive capacità (CBDR-RC).
- Unione Europea e Regno Unito difendono la natura nazionale dell’iniziativa, affermando che l’Accordo di Parigi non consente di “puntare il dito” contro specifiche misure.
I negoziati di giovedì sul filone della Giusta Transizione sono stati largamente focalizzati sulle politiche di aggiustamento frontaliero delle emissioni, che nel gergo usato dai Paesi G77 compaiono come “misure unilaterali che limitano il commercio”. In sala, i Paesi in via di sviluppo hanno continuato a mostrare preoccupazione per l’entrata in vigore di queste politiche, di cui fa parte il Meccanismo di Aggiustamento del Carbonio alla Frontiera (il Carbon Border Adjustment Border – CBAM) di Unione Europea e Regno Unito. Dall’altro lato, i Paesi sviluppati si difendono dietro alla natura volontaria di qualunque politica nazionale e alla necessità di queste misure per raggiungere propri obiettivi climatici a lungo termine, evitando allo stesso tempo delocalizzazioni e cambiamenti nelle scelte di partenariati, il carbon leakage. Ma quali sono le ragioni dietro le diverse posizioni?
I Paesi in via di sviluppo tentano di aprire una discussione concreta sull’argomento da molto tempo. Per la prima volta a Bonn, durante i negoziati intermedi dello scorso giugno, abbiamo visto il tema inserito in agenda sotto forma di una nota a piè di pagina che invitava a parlarne in filoni relativi, incluso il Just Transition Work Programme. A COP30, i Paesi in via di sviluppo sono tornati più determinati che mai e hanno ottenuto che le consultazioni che la Presidenza sta portando avanti in questi giorni vertessero anche su questo tema. Oltre a questo, il CBAM rimane uno dei punti caldi anche nel filone della Giusta Transizione.
Il CBAM europeo, operativo dal 2026, prevede l’imposizione di una tassa sul carbonio pari a quello a cui sono soggette le produzioni domestiche. Gli importatori dovranno dichiarare le emissioni di CO2 generate durante la produzione dei prodotti e comprare corrispondenti certificati, il cui valore verrà definito sulla base di quello dell’Emission Trading Scheme. Si prevede che questo meccanismo abbia conseguenze sul prezzo delle merci importate, con impatti direttamente proporzionali all’intensità carbonica dei prodotti – elementi che secondo l’EU renderanno più giusta la competizione a cui sono soggette le industrie locali. Il meccanismo verrà inizialmente applicato ai beni a più alta intensità di carbonio e a maggiore rischio di carbon leakage (cemento, ferro e acciaio, alluminio, fertilizzante, elettricità e idrogeno), ma potrà essere successivamente allargato anche ad altri prodotti. Anche il Regno Unito introdurrà il suo specifico meccanismo a partire dal 2027, imponendo una tassa sul carbonio inizialmente su alluminio, cemento, fertilizzanti, idrogeno, ferro e acciaio.
La discussione a cui abbiamo assistito in sala giovedì è stata particolarmente dura. I Paesi in via di sviluppo ritengono che la misura non rispetti il principio di Responsabilità Comuni ma Differenziate e Rispettive Capacità, definito dall’articolo 2.2 dell’Accordo di Parigi, secondo cui la responsabilità dei cambiamenti climatici è comune, ma differente, così come lo sono le capacità delle Parti di affrontarli.
Il CBAM non è stato disegnato per tenere in considerazione questo principio, in quanto impone una tassa sul carbonio sui prodotti importati indipendentemente dalla natura dei Paesi di provenienza. La tassa, direttamente proporzionale alle emissioni prodotte durante la fase di produzione, svantaggia i Paesi meno sviluppati che in media hanno accesso a tecnologie particolarmente vecchie e impattanti. Inoltre il ricavato della misura servirà a finanziare la transizione all’interno dell’Unione, e non ad aiutare altri paesi nel loro sviluppo, e i flussi finanziari si troverebbero così ad muoversi da Paesi in via di sviluppo verso Paesi sviluppati, in contraddizione con i loro obblighi finanziari definiti dall’Accordo di Parigi. L’impatto che potrebbe generare sul commercio spingerà i Paesi ad adottare politiche per la decarbonizzazione di specifici settori, potenzialmente riducendo le risorse a loro disposizione per lo sviluppo sostenibile e l’eradicazione della povertà, oltre che la libertà di determinare le proprie politiche nazionali – questo almeno il punto politico principale dei principali oppositori, che nel frattempo in molti casi si sono attrezzati mettendo in piedi propri sistemi di tassazione del carbonio, puntando quindi a mantenere sul territorio nazionale le imposte altrimenti destinate alle casse dei partner europei
Dal punto di vista di Unione Europea e UK, il CBAM è una misura nazionale e parte integrante di obiettivi di decarbonizzazione ambiziosi, che richiedono l’adozione di misure per plasmare la propria economia e favorire la ricerca e l’innovazione. Il meccanismo è frutto di un processo trasparente, che nel caso dell’UE ha anche previsto valutazioni di impatto e ha superato una fase di transizione in atto dal 2023. Inoltre, l’Accordo di Parigi non è stato definito per analizzare specifiche misure, ma anzi garantisce la determinazione nazionale e un processo dal basso verso l’alto (“bottom-up”). Tuttavia, viene garantito di voler di mantenere aperto il dialogo su come amplificare i benefici e ridurre gli impatti oltre-confine di simili misure climatiche.Una cosa è certa: ne sentiremo parlare ancora. I negoziati di COP30 sono ripresi dall’ultima nota informale prodotta a Bonn, che presenta due placeholders (spazi vuoti nel testo in vista di future decisioni) specifici sulla tematica, insieme all’opzione di non includere alcun testo: il primo sugli impatti oltre il confine di queste misure, il secondo sulla promozione della cooperazione internazionale e la preoccupazione riguardo alle politiche unilaterali. Per raggiungere un testo definitivo bisognerà risolvere questi nodi.
Articolo a cura di Claudia Concaro, delegata di Italian Climate Network alla COP30 di Belém.
Immagine di copertina: foto di Claudia Concaro.
