COP30 mutirao
22
Nov

GLOBAL MUTIRÃO, COSA DICE IL TESTO DI COP30

Il testo del Global Mutirão voleva essere il tentativo di rispondere a quattro temi caldi rimasti fuori dall’agenda di COP30: i gap di ambizione e di implementazione dei Contributi Nazionali Determinati (Nationally Determined Contributions, NDC), l’implementazione dell’articolo 9.1 dell’Accordo di Parigi e le misure di aggiustamento del carbonio alla frontiera. Per quanto le premesse fossero buone, i risultati mancano di ambizione. 

Per rispondere al gap degli NDC si decide di lanciare un Global Implementation Accelerator e una Beléèm Mission to 1.5. La prima si presenta come un’iniziativa volontaria, sotto la guida delle Presidenze COP30 e COP31, per accelerare l’implementazione di tutti gli attori per mantenere vivo l’1.5°C e supportare i Paesi nella concretizzazione dei loro obiettivi climatici (NDC) e dei Piani Nazionali di Adattamento (National Adaptation Plans, NAPs). La seconda, sotto la guida delle Presidenze COP29, COP30 e COP31, vuole permettere l’ambizione e l’implementazione di NDC e NAPs, riflettendo sull’accelerare l’implementazione, la cooperazione internazionale e gli investimenti. Non passa quindi la Roadmap per il transitioning away dai combustibili fossili, spinta dalla Presidenza brasiliana. Anzi, il riferimento ai combustibili fossili manca completamente nel testo, mentre le decisioni del Global Stocktake di Dubai vengono solo richiamate nella loro totalità, senza particolari riferimenti ai paragrafi più ambiziosi (28 e 33). Risultato che non riesce quindi a fare un passo avanti nella mitigazione, elemento fondamentale per raggiungere il target climatico dell’Accordo di Parigi e limitare il riscaldamento globale a fine secolo a 1.5°C.

Per quanto riguarda la finanza climatica, si decide di stabilire un work programme di due anni, includendo anche l’articolo 9.1 nel contesto dell’articolo 9. L’obiettivo di finanza per l’adattamento è una richiesta per sforzarsi per arrivare almeno a triplicarla entro il 2035 rispetto ai livelli del 2019, con l’esortazione ai Paesi sviluppati di aumentare la loro traiettoria a riguardo. L’obiettivo rientra nella decisione, presa l’anno scorso di Baku, di mobilitare almeno 300 miliardi di dollari all’anno ai Paesi in via di sviluppo, da paesi sviluppati (conteggiando anche i flussi climatici dalle Banche Multilaterali di Sviluppo e eventuali contributi volontari Sud-Sud). Risultato molto debole rispetto alla richiesta da parte dei Paesi meno sviluppati di fissare un obiettivo per triplicare la finanza per l’adattamento al 2030 rispetto ai livelli del 2025.

Sulle misure di aggiustamento del carbonio alla frontiera, si richiede ai subsidary bodies di tenere dei dialoghi nelle sessioni di giugno 2026, 2027 e 2028, con la partecipazione delle Parti e di altri stakeholders, per considerare opportunità, sfide e barriere per aumentare la cooperazione internazionale nel commercio. Allo stesso tempo, si riafferma il paragrafo 3.5 della Convenzione ONU sul Clima, che determina che tutte le Parti dovrebbero cooperare per promuovere un sistema economico internazionale aperto e supportivo, e che le misure per combattere i cambiamenti climatici, anche quelle unilaterali, non dovrebbero costituire un mezzo di discriminazione arbitraria o una restrizione dissimulata del commercio internazionale.

Nonostante il testo riconosca con chiarezza l’esistenza di gravi gap pre-2020 di ambizione e implementazione da parte dei Paesi sviluppati, la risposta negoziale resta drammaticamente insufficiente.
A novembre 2025, solo 122 Parti hanno sottomesso il loro nuovo NDC nonostante la scadenza fissata per febbraio: numeri che evidenziano una distanza crescente tra le esigenze dell’Accordo di Parigi e la realtà dell’azione nazionale.
Il testo negoziale prende atto dei gap, ma non introduce alcun meccanismo credibile per colmarli: si limita a “invitare” i Paesi a sviluppare piani di implementazione e investimento. Ma ancora più problematica è la scelta di annacquare ulteriormente il linguaggio sul percorso verso la neutralità climatica. La bozza precedente chiedeva di incoraggiare le Parti ad allineare i loro NDC verso il net-zero nazionale entro metà secolo, lasciando chiaramente intendere una responsabilità individuale. Nella versione approvata, invece, si parla semplicemente di allineamento “towards global net zero by or around mid-century”, un linguaggio debole e ambiguo che permette ai singoli Paesi di sottrarsi a qualsiasi traiettoria nazionale vincolante, scaricando implicitamente la responsabilità sulla performance collettiva. Anche le disposizioni operative restano minime: si prevedono workshop di scambio tra pari e richiami al rafforzamento delle capacità, ma mancano del tutto strumenti di follow-up, indicatori di implementazione o requisiti minimi di qualità degli NDC. 

Articolo a cura di Claudia Concaro e Anna Pelicci, delegate di Italian Climate Network alla COP30 di Belém.

Immagine di copertina: UN Climate Change – Kiara Worth

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