21
Nov

IN DETTAGLIO: CAPIRE LA POSIZIONE ITALIANA A COP30

  • Quest’anno l’Italia si caratterizza come un blocker all’interno del gruppo europeo, sulla base di un’assenza di mandato da parte del Consiglio UE.
  • La delegazione italiana ha più volte confermato la propria disponibilità rispetto alla finanza per l’adattamento, ma non si espone su mitigazione e just transition.
  • Complessivamente, l’Italia si è presentata a COP30 con posizioni di retroguardia, tattiche e mai strategiche.

In queste due settimane di COP30, l’Italia è stata dipinta da molti osservatori come uno dei nuovi blocker, assieme alla Polonia, all’interno del gruppo negoziale europeo. Ha sicuramente colpito in questo senso l’assenza italiana in alcune delle principali iniziative collettive lanciate in COP, quali ad esempio quella del gruppo di 82 Paesi a sostegno di una roadmap per l’uscita dai combustibili fossili, quella a favore di un “BAM”, Belém Action Mechanism per la giusta transizione, come anche dalla Coalizione per i Mercati Regolati del Carbonio.

Ma quali sono, in dettaglio, le posizioni italiane sui principali filoni negoziali qui in Brasile, ora che la COP si avvicina alla chiusura? In questo approfondimento tentiamo di ricostruire un quadro complessivo sulla base di interazioni con alcuni delegati e appunti presi a margine delle sessioni.

Mitigazione

L’Italia non ha aderito all’appello per promuovere la roadmap per l’uscita dalle fonti fossili nel testo finale, ma pare che la posizione fosse in realtà leggermente più sfumata: il Governo italiano avrebbe voluto prima conoscere in dettaglio i contenuti della roadmap anche per capire quanto poter spingere sull’uscita dal carbone come parte del pacchetto complessivo, tema particolarmente ostico nelle ultime ore rispetto a intransigenze della delegazione cinese sull’inserimento del carbone stesso nel testo. Nei vari bilaterali e poi nel gruppo europeo l’Italia ha affermato di voler vedere, nel linguaggio sulla roadmap, un chiaro riferimento al testo finale del Global Stocktake del 2023 inclusivo dei suoi paragrafi 28 (triplicare le rinnovabili e transition away dalle fossili) e 33 (protezione della natura e lotta alla deforestazione). Meno chiaro invece il ruolo italiano nel premere, nei testi, verso una riaffermazione dell’obiettivo di 1.5°C e del ruolo centrale dell’IPCC, temi sui quali non abbiamo comunque visto particolari resistenze da parte della delegazione di Roma. Rimane forte il sostegno italiano al lavoro del Mitigation Work Programme come parte della delegazione europea, nonostante politiche nazionali orientate a investimenti in estrazione e utilizzo di gas naturale anche tramite un mosaico di accordi commerciali firmati negli ultimi anni. Ribaditi anche in sede COP gli obiettivi nazionali del PNIEC, inclusa la necessità di un raddoppio dei consumi elettrici da energia rinnovabile entro il 2030. In realtà, proprio dalla COP di due anni fa, l’obiettivo che si è dato il mondo è quello di triplicare la capacità rinnovabile installata e raddoppiare l’efficienza energetica. Comunque il linguaggio e la postura sono stati sicuramente diversi da quelli usati nel contesto nazionale. D’altra parte, però, qui si negozia come Europa: la vera partita politica si gioca a livello di Consiglio Europeo.

Abbiamo appreso, infine, che la delegazione italiana era a conoscenza del piano brasiliano di lavorare a una roadmap per l’uscita dalle fonti fossili almeno da un anno e mezzo e che ci sarebbero state interazioni in tal senso tra le delegazioni dei rispettivi Paesi.

Adattamento

Nelle due settimane di Belém, l’Italia si è dichiarata “disponibile e flessibile” in merito alle richieste di molti Paesi in via di sviluppo sull’adattamento, quindi anche rispetto alla richiesta di portare a 120 miliardi di dollari all’anno le provvisioni finanziarie (principalmente pubbliche) su questo filone di lavoro.
L’Italia è tuttavia emersa come blocker anche su questo tavolo. Pare che nel bilaterale tra il Ministro Gilberto Pichetto e il Segretario Generale dell’ONU Guterres del 19 novembre quest’ultimo avrebbe chiesto all’Italia una maggiore flessibilità, appunto, verso un compromesso accettabile dai Paesi in via di sviluppo. L’Italia si è quindi trincerata dietro al fatto che, negoziando come Unione Europea, l’apertura di un singolo stato membro non sarebbe in ogni caso influente in assenza di un mandato del Consiglio Europeo. Consiglio che al contrario avrebbe escluso ogni nuovo impegno finanziario rispetto a quanto già deliberato in passato. Ci è stato anche detto che altri Stati Membri dell’UE si starebbero nascondendo dietro a Italia e Polonia per manifestare un finto supporto all’iniziativa, solo tattico, sfruttando il palcoscenico negativo creatosi attorno a Roma e Varsavia in questa COP. L’Italia ribadisce il suo impegno sulla finanza per il clima (e in particolare sull’adattamento) tramite il Fondo Italiano per il Clima e i contributi nazionali ai fondi multilaterali. Infine, rispetto a discussioni di queste due settimane in merito all’inserire nel testo finale indicazioni espresse in percentuali rispetto alla necessità di mobilitazione finanziaria tra mitigazione e adattamento, l’Italia ha manifestato contrarietà, ribadendo che serve in ogni caso un approccio olistico e non meramente numerico alla questione – posizione interpretabile in più modi e contraria alle richieste brasiliane in tal senso.

Giusta transizione

L’Italia non supporta la proposta Belém Action Mechanism (BAM) sulla giusta transizione promossa dalla società civile internazionale. La delegazione di Roma sostiene, infatti, che il termine “Mechanism” in ambito onusiano e UNFCCC richiami nuovi impegni finanziari, sui quali non vi sarebbe alcun mandato né da parte del Consiglio Europeo né da Palazzo Chigi. Come parte della delegazione europea, l’Italia supporterebbe quindi la controproposta di Bruxelles di lavorare ad un “Just Transition Action Plan”, sicuramente meno oneroso almeno nel nome e orientato alla creazione di un foro strutturato di scambio di buone pratiche aperto a esperti e società civile. Proposta considerata troppo moderata da buona parte delle organizzazioni non governative e da molti Paesi del gruppo G77, che potrebbero tuttavia considerarla una base verso un compromesso finale leggermente più ambizioso.

In sintesi

Nelle ultime due settimane l’Italia ha effettivamente agito da blocker usando come scudo per la propria posizione di retroguardia l’assenza di un mandato del Consiglio Europeo verso nuovi impegni di spesa su temi fondamentali quali adattamento e giusta transizione, oltre alla querelle tra Paesi occidentali e Cina in merito all’inserimento o meno del carbone tra le fonti fossili da citare nel resuscitare il transitioning away di Dubai. Al netto di nuances tutto sommato ragionevoli in principio, ma non in questo ambizioso contesto negoziale, l’Italia non si posiziona quest’anno come un attore di primo piano e, anzi, rallenta gli slanci europei e brasiliani nella direzione di un risultato finale maggiormente ambizioso.

Immagine di copertina: foto di UN Climate Change – Kiara Worth

You are donating to : Italian Climate Network

How much would you like to donate?
€10 €20 €30
Would you like to make regular donations? I would like to make donation(s)
How many times would you like this to recur? (including this payment) *
Name *
Last Name *
Email *
Phone
Address
Additional Note
Loading...