LA CAUSA DEL SECOLO È ANCHE UNA QUESTIONE TRA GENERAZIONI
Introduzione:
Il 29 marzo 2023 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione A/RES/77/276, con cui ha richiesto un parere consultivo alla Corte Internazionale di Giustizia (in inglese International Court of Justice, abbreviato ICJ) sugli obblighi e le responsabilità degli stati in relazione ai cambiamenti climatici. Noi di Italian Climate Network abbiamo deciso di dedicare una serie di articoli a questa causa climatica, che per rilevanza e implicazioni non esitiamo a definire la “causa del secolo”. Abbiamo già introdotto il tema in questo articolo e vi invitiamo a seguire anche i successivi approfondimenti della serie “La causa del secolo – aggiornamenti dalla Corte Internazionale di Giustizia“. Se troverete interessante il lavoro svolto, vi chiediamo di condividere i nostri contenuti.
Quali obblighi legali hanno gli stati, nel contesto della crisi climatica, nei confronti delle giovani generazioni di oggi e di quelle future?
Questa è una delle domande a cui la Corte Internazionale di Giustizia ha provato a rispondere nel proprio parere consultivo (Advisory Opinion 187/25), emesso il 23 luglio 2025.
L’equità intergenerazionale come principio guida
La Corte affronta esplicitamente il tema della giustizia intergenerazionale ai paragrafi 155-157 del parere. Da essi si evince che, sebbene nell’ambito del diritto internazionale non esista un’interpretazione univoca di questo concetto, l’equità estesa tra le generazioni costituisce un principio rilevante nel quadro degli obblighi legali collegati ai cambiamenti climatici.
La nozione di equità intergenerazionale affonda le proprie radici nella Dichiarazione di Stoccolma del 1972 ed è stata sistematizzata dalla giurista Edith Brown Weiss, che l’ha articolata in tre principi fondamentali: la conservazione delle opzioni (l’obbligo di non ridurre la diversità delle risorse naturali), la conservazione della qualità ambientale e la conservazione dell’accesso equo alle risorse da parte delle generazioni future.
Questi tre principi si traducono negli obblighi di prevenzione, mitigazione e adattamento. Un’ulteriore cornice teorica è offerta dal principio del just savings, secondo cui ogni generazione ha il dovere di conservare una ‘quota equa’ di risorse per quelle successive.
Una questione dottrinale aperta riguarda lo statuto giuridico formale del principio. Uno studio del 2025 argomenta che l’equità intergenerazionale costituisce un principio generale del diritto ai sensi dell’articolo 38 dello Statuto della Corte Internazionale di Giustizia, data la sua diffusione in accordi multilaterali, in giurisprudenza internazionale e nel diritto interno di numerosi Stati. Con il parere consultivo 187/25, la Corte ha di fatto avallato questa lettura.
Le fonti del diritto internazionale
Ma dove si trova questo principio nelle fonti del diritto internazionale in materia ambientale?
Innanzitutto, nella Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). L’articolo 3, paragrafo 1, stabilisce infatti che:
‘Le Parti devono proteggere il sistema climatico a beneficio delle presenti e delle future generazioni dell’umanità, sulla base del principio di equità’.
Anche l’Accordo di Parigi richiama questo principio. Nel preambolo si esplicita che i cambiamenti climatici riguardano il genere umano per intero e che, nell’attuare azioni per contrastarlo, le Parti ‘devono rispettare, promuovere e considerare gli obblighi anche in relazione alla giustizia intergenerazionale’.
La Corte ricorda inoltre che questo principio compare in numerose altre fonti del diritto internazionale. Già nel parere consultivo del 1996 sulla liceità della minaccia o dell’uso di armi nucleari, ad esempio, si affermava che:
‘L’ambiente non è un’astrazione, ma rappresenta lo spazio vitale, la qualità della vita e la salute degli esseri umani, inclusi coloro che non sono ancora nati’.
I diritti delle future generazioni: un nodo irrisolto
Un aspetto cruciale – e controverso – riguarda lo status delle future generazioni e se esse possano o meno essere considerate soggetti di diritto a tutti gli effetti. La Corte, nel parere 187/25, ha scelto di non rispondere direttamente a questa domanda: nonostante la Risoluzione dell’Assemblea generale, che ha richiesto il parere, abbia esplicitamente menzionato le ‘future generazioni’ come soggetti da proteggere, la Corte ha preferito inquadrare la loro tutela all’interno del principio di equità intergenerazionale, evitando di conferire loro formalmente lo status di rights-holders.
In questo contesto, un riferimento importante è però costituito dai Principi di Maastricht sui diritti umani delle future generazioni, adottati nel febbraio 2023 da un gruppo di oltre 200 esperti ed esperte internazionali. Questi principi, pur non vincolanti, aiutano a consolidare il quadro normativo in materia e affermano che gli obblighi vincolanti degli Stati derivanti dal diritto internazionale dei diritti umani si applicano anche alla protezione delle generazioni future.
A oggi, non tutti i Paesi condividono questa impostazione. Alcuni tra i maggiori stati inquinanti – come l’Arabia Saudita e la Germania – hanno di fatto obiettato contro questo principio, sostenendo che il riferimento alle ‘future generazioni’ sia troppo vago perché si possano configurare come un gruppo di individui titolari di diritti. La Corte ha risposto indirettamente a questa sfida spostando l’attenzione: invece di definire chi siano le future generazioni, ha ancorato gli obblighi degli Stati alla certezza scientifica degli effetti dei cambiamenti climatici – scale temporali e irreversibilità – rendendo superflua l’identificazione precisa dei futuri titolari di diritti.
La scala temporale come argomento giuridico
Se il concetto di ‘future generazioni’ può sembrare indeterminato, la Corte pone l’accento su un dato tutt’altro che vago: la scala temporale e l’irreversibilità del fenomeno dei cambiamenti climatici. Basandosi sui dati scientifici dell’IPCC, la Corte sottolinea che la prosecuzione delle emissioni di gas serra produrrà effetti su tutte le principali componenti del sistema climatico. Molti di questi cambiamenti sono già irreversibili o si dispiegano su scale temporali lunghissime, nell’ordine dei secoli o dei millenni. Gli impatti, inoltre, aumenteranno progressivamente di gravità con l’avanzare del riscaldamento globale. Per questo, nella visione giuridica proposta dalla Corte l’equità intergenerazionale non è un principio astratto o puramente morale: è una conseguenza logica delle conoscenze scientifiche sul clima e deve guidare l’azione degli stati.
Vale la pena sottolineare che la Corte ha anche chiarito che una violazione degli obblighi climatici costituisce un atto internazionalmente illecito, con conseguenze giuridiche precise: la cessazione del comportamento illecito, garanzie di non ripetizione e la riparazione piena dei danni causati, che può assumere la forma di restituzione, risarcimento o altre forme di soddisfazione. Questo rappresenta un passaggio fondamentale: non solo si affermano obblighi preventivi verso le generazioni future, ma si apre la strada a una giustizia riparativa che attraversa le generazioni.
Una frattura politica che il diritto rende visibile
Sullo sfondo di questa interpretazione del diritto internazionale emerge, come l’elefante nella stanza, anche un conflitto politico e sociale più profondo. Il percorso che ha portato al parere consultivo – avviato da 27 studenti dell’Università del Pacifico del Sud e poi promosso dallo Stato insulare di Vanuatu con il supporto di reti studentesche e attiviste globali, fino alla risoluzione dell’Assemblea generale ONU del marzo 2023 (ne avevamo parlato qui) – ha reso visibile non solo una frattura tra Nord e Sud globale (o meglio tra élite e maggioranza globale), ma anche un conflitto tra generazioni. La crisi climatica, infatti, divide sempre più nettamente chi ne è responsabile senza subirne le conseguenze peggiori e chi, invece, vedrà trasformata la propria intera esistenza dagli effetti del riscaldamento globale. È proprio qui che la giustizia intergenerazionale diventa una bussola: ci obbliga ad abbandonare la logica del “qui e ora” e a costruire uno sguardo lungimirante, capace di creare alleanze tra generazioni diverse, grazie alle quali – insieme – cambiare rotta.
Articolo a cura di Valeria Schiavoni, collaboratrice e volontaria di Italian Climate Network, con la supervisione di Erika Moranduzzo e il contributo critico del Team di ICN che sta approfondendo il tema nella serie La Causa del Secolo.
