icj causa del secolo
26
Feb

LA CAUSA DEL SECOLO – LE NUOVE GEOGRAFIE DELLA CRISI GLOBALE

Coalizioni trasversali hanno chiesto alla Corte Internazionale di Giustizia di chiarire gli obblighi e le responsabilità degli Stati nel contesto della crisi climatica. A luglio la Corte ha confermato gran parte delle richieste provenienti dai Paesi del Sud Globale più colpiti dai cambiamenti climatici, riconoscendo l’effetto sproporzionato della crisi su questi Stati, accogliendo in larga misura le loro argomentazioni giuridiche, e aprendo la strada a futuri contenziosi.

I cambiamenti climatici stanno  devastando il pianeta attraverso impatti diversi che variano per geografia e vulnerabilità dei Paesi. Per far luce su quali siano gli obblighi degli Stati in materia di crisi climatica, nel marzo 2023  l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva chiesto un parere alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) tramite la  Risoluzione 77/276. Dal 2 al 13 dicembre 2024, 99 paesi e 12 organizzazioni internazionali hanno presentato le loro argomentazioni in un procedimento che non ha precedenti per partecipazione e portata, e il parere della Corte è arrivato lo scorso luglio: lo abbiamo analizzato qui.

Un bagno di realtà

Le testimonianze dirette dei rappresentanti dei Paesi del Sud Globale restituiscono uno spaccato concreto e drammatico degli impatti dei cambiamenti climatici sulla vita di milioni di persone, che variano in base alla geografia ma sono accomunate dalle vulnerabilità strutturali di questi stati. L’innalzamento del livello del mare colpisce in modo particolare le piccole isole del Pacifico e le aree costiere. «Il nostro arcipelago sta affrontando l’innalzamento del livello del mare, che minaccia di sommergere intere comunità, distruggendo case, terreni agricoli e infrastrutture vitali», ha dichiarato Vanuatu. Anche le Isole Cook hanno avvertito che «l’innalzamento del mare minaccia di sommergere le nostre isole basse, mettendo a rischio la nostra esistenza», mentre le Isole Marshall hanno sottolineato che «la nostra nazione rischia di scomparire a causa dell’innalzamento del mare, con impatti devastanti sulla nostra cultura».
Dalle regioni tropicali, Fiji, Bahamas, Antigua e Barbuda, Barbados, il Melanesian Spearhead Group e le Filippine hanno denunciato cicloni, uragani e tifoni sempre più intensi, che distruggono abitazioni, infrastrutture e mezzi di sussistenza, aggravano gli sfollamenti forzati e mettono sotto pressione economie già fragili. In altre aree, Arabia Saudita, Sudafrica e Burkina Faso hanno richiamato gli effetti combinati di siccità, stress idrico e desertificazione sulla sicurezza alimentare e idrica; Cile, Bolivia ed Ecuador hanno evidenziato i rischi derivanti dalla fusione dei ghiacciai per l’approvvigionamento idrico urbano, agricolo e per le comunità indigene. Il Belize ha collegato il degrado degli ecosistemi marini alla vulnerabilità economica delle comunità costiere, mentre Brasile e Papua Nuova Guinea hanno denunciato l’accelerazione della deforestazione, con impatti sulle comunità indigene, sulla biodiversità e sul sistema climatico globale.

Voci singole, un coro di richieste

In questo contesto, le argomentazioni giuridiche presentate alla Corte hanno contribuito a ridisegnare gli equilibri politici legati alle politiche climatiche. Al centro emergono alleanze trasversali tra Paesi del Sud Globale che, pur appartenendo a regioni diverse, condividono una maggiore esposizione agli impatti dei cambiamenti climatici e, di conseguenza, una posizione particolarmente svantaggiosa e ingiusta – considerate le responsabilità storiche dei Paesi del Nord Globale.

Queste coalizioni hanno ridefinito la frattura Nord-Sud attorno a richieste giuridiche precise:obblighi vincolanti di mitigazione e adattamento, prevenzione dei danni transfrontalieri, riconoscimento di responsabilità storiche, finanziamento e riparazioni. Il parere della Corte del 23 luglio 2025 ha dato pieno rilievo a questa convergenza, accogliendo in larga parte le argomentazioni avanzate dai Paesi più colpiti e riconoscendo obblighi vincolanti sotto il diritto internazionale consuetudinario, l’UNFCCC, l’Accordo di Parigi e altri strumenti (qui la nostra analisi).

In particolare, la Corte ha accolto l’argomentazione presentata da molti Paesi del Sud Globale, per cui i trattati sul clima non costituirebbero l’unica fonte rilevante: ‘fonti multiple’ vincolano gli stati nel contesto della crisi climatica, che attiva un insieme articolato di obblighi giuridici previsti dal diritto internazionale. In questo contesto, la Corte ha anche confermato la natura giuridica vincolante delle disposizioni dei trattati sul clima, e in particolare dell’Accordo di Parigi. Contrariamente a quanto sostenuto dai paesi del Nord Globale sulla volontarietà di questi impegni, la Corte ha affermato che l’1,5°C costituisce l’obiettivo giuridicamente vincolante di riferimento in materia di mitigazione, che a sua volta impone l’adozione di misure ambiziose, sia di mitigazione sia di adattamento, alla luce delle migliori conoscenze scientifiche disponibili. 

“1.5°C is the primary agreed-upon legally binding target… states must take ambitious mitigation measures in line with the best available science”.
“Both customary international law and climate treaties… impose binding obligations on states to undertake adaptation measures…”.

Il parere ha inoltre chiarito la portata del dovere di prevenire danni ambientali transfrontalieri, applicandolo anche alle emissioni di gas serra. Rifiutando le argomentazioni dei Paesi del Nord Globale, e in particolare degli Stati Uniti, la Corte ha stabilito che le emissioni storiche di gas climalteranti possono essere attribuite ai singoli Stati grazie alle prove scientifiche disponibili.

“Scientific evidence allows emissions to be attributed to individual states, including cumulative historical and current emissions.”

Da questo presupposto la Corte ha fatto anche discendere la possibilità di invocare la responsabilità degli stati emettitori, e di richiedere quindi forme di riparazione tra cui la compensazione e il ripristino. In questo senso, pur non affrontando in modo diretto la questione degli obblighi degli stati in materia di perdite e danni, la Corte ha riconosciuto una responsabilità aggiuntiva dei Paesi sviluppati nel sostenere finanziariamente i Paesi in via di sviluppo, rafforzando le loro rivendicazioni legate alla finnza climatica.

“Developed countries have the additional responsibility of helping developing countries meet the costs of adaptation”.

Parallelamente, e ancora una volta smentendo le posizioni dei paesi del Nord Globale, la Corte ha confermato il nesso tra diritti umani e cambiamenti climatici sancendo, anche tramite il riconoscimento del diritto umano a un ambiente salubre e pulito, che gli effetti della crisi climatica possono compromettere in modo significativo il godimento di diritti umani fondamentali.

Conclusioni

Il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia segna un punto di svolta nella governance climatica globale. Per la prima volta, il diritto internazionale riconosce in modo sistematico ciò che i Paesi del Sud Globale sostengono da decenni: la crisi climatica non è astratta né futura, ma è già qui e colpisce in modo sproporzionato stati che hanno contribuito in misura minima alle emissioni globali. Le alleanze emerse nel procedimento davanti alla Corte non rappresentano semplici convergenze tattiche, ma una riorganizzazione strutturale del campo giuridico internazionale. Stati insulari, Paesi africani, asiatici e latinoamericani hanno trasformato la vulnerabilità condivisa in una piattaforma giuridica comune, capace di incidere sul contenuto degli obblighi internazionali e di sfidare le interpretazioni restrittive promosse dai grandi emettitori storici. Pur non essendo formalmente vincolante, il parere ridefinisce lo spazio del possibile. Fornisce ai Paesi del Sud Globale strumenti giuridici per passare dalla richiesta alla responsabilità, rafforzando le loro alleanze e la loro voce collettiva nelle sedi internazionali.
La crisi climatica emerge così non solo come una sfida ambientale, ma come un banco di prova per l’equità del diritto internazionale stesso: un diritto che, per la prima volta, sembra iniziare a rispondere concretamente a chi subisce di più pur avendo meno responsabilità, grazie alla forza delle coalizioni globali del Sud. 

In questo quadro, già profondamente trasformato dal parere del luglio 2025, si apre ora un ulteriore passaggio decisivo. Vanuatu, insieme a una coalizione trasversale di Stati di tutte le regioni, ha presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite una bozza di risoluzione per accogliere formalmente e dare attuazione al parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia. L’iniziativa mira a tradurre l’autorevolezza giuridica del parere consultivo in orientamenti politici concreti, rafforzando il rispetto per la Corte e per il diritto internazionale in un momento di forte tensione geopolitica. Se dovesse essere adottata, la risoluzione segnerebbe un ulteriore consolidamento della giustizia climatica come principio guida dell’azione multilaterale, confermando il ruolo propulsivo delle coalizioni del Sud Globale nel ridefinire contenuti e priorità della governance climatica globale.

Articolo a cura di Marta Abbà, volontaria di Italian Climate Network, con il contributo critico del Team di ICN che sta approfondendo il tema nella serie La Causa del Secolo.

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