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Giu

SAPERI INDIGENI, VOCI INASCOLTATE NEI RAPPORTI CLIMATICI

  • A Bonn, il dialogo annuale della Piattaforma per le Comunità Locali e i Popoli Indigeni ha messo in discussione la trasparenza climatica: nei BTR molti dati restano incompleti perché i sistemi di conoscenza indigeni e comunitari non sono ancora pienamente riconosciuti come fonti ufficiali.
  • Le comunità indigene e locali hanno chiesto passaggi concreti: riconoscimento legale del monitoraggio comunitario, protocolli etici vincolanti e partecipazione strutturata (non solo consultiva) ai processi UNFCCC.
  • Il punto politico centrale è la visibilità: senza integrazione dei dati territoriali e senza accesso equo ai processi decisionali, una parte significativa dei contributi climatici resta esclusa dai rapporti ufficiali.

A Bonn, nei corridoi tecnici dei negoziati intermedi dell’UNFCCC, la diplomazia climatica ha incontrato una frattura meno visibile ma sempre più centrale: quella tra dati ufficiali e saperi indigeni. Nel mezzo di sessioni su mercati del carbonio e scadenze degli impegni climatici, durante la prima settimana dei negoziati il dialogo annuale della Piattaforma per le Comunità Locali e i Popoli Indigeni (LCIPP) ha spostato l’attenzione su una domanda precisa: come i sistemi di conoscenza tradizionale entrano, o non entrano, nei Rapporti di Trasparenza Biennali (BTR), i documenti con cui i Paesi rendicontano i progressi dell’Accordo di Parigi. Le voci dal pavimento non erano concilianti.

La mappa che non esiste

La delegazione indonesiana ha aperto con un caso concreto. Quando una foresta gestita da una comunità non compare nelle cartografie ufficiali, il suo contributo alla mitigazione climatica non viene conteggiato. Non perché non esista, ma perché è invisibile agli strumenti di misurazione convenzionali. Il governo indonesiano ha risposto integrando la cartografia comunitaria nei dataset nazionali ufficiali, coinvolgendo 174 comunità. I dati prodotti hanno ottenuto riconoscimento legale e sono stati accettati come input per i contributi climatici nazionali (NDC).

La richiesta che ne segue è diretta: tutti i governi dovrebbero costruire meccanismi permanenti per integrare i dati comunitari nei sistemi di monitoraggio nazionali, con riconoscimento legale e validazione ufficiale. Non come appendice, ma come fonte primaria: nessun satellite può replicare l’osservazione generazionale di come cambia una foresta nel corso di decenni.

Proprietà della conoscenza, non solo partecipazione

Michael Lane, dell’Indigenous Sovereignty Advocate dell’Indigenous Environmental Network (IEN) – organizzazione di base dei popoli indigeni nordamericani tra le più attive nei negoziati UNFCCC -, ha messo sul tavolo una delle questioni più scomode. Raccogliere la conoscenza indigena senza un protocollo etico vincolante è estrazione, più che inclusione. Chi porta la propria conoscenza in un negoziato internazionale deve poter determinare come quella conoscenza viene usata, non semplicemente ricevere la notifica che è stata “inclusa”.

Lane ha richiamato l’articolo 31 della Dichiarazione ONU sui diritti dei popoli indigeni, che tutela il diritto di queste comunità di mantenere, controllare, proteggere e sviluppare il proprio patrimonio culturale. La sua richiesta è che ogni processo di raccolta e uso della conoscenza tradizionale nell’ambito dell’UNFCCC sia soggetto a un protocollo etico sostanziale, non procedurale, modellato su quelli già in uso nelle università che fanno ricerca su popolazioni indigene. L’IEN ha già depositato una proposta in questo senso, adottata nel piano di lavoro triennale del FWG e attesa per completamento entro giugno 2026.

Ha anche sollevato un problema di linguaggio politico che torna in molti interventi della giornata: mettere sullo stesso piano popoli indigeni e comunità locali rischia di diluire diritti che hanno basi giuridiche distinte. I popoli indigeni hanno diritti collettivi preesistenti agli Stati, riconosciuti dal diritto internazionale. Le comunità locali hanno il diritto di organizzarsi e di essere riconosciute. Entrambi i riconoscimenti sono necessari ma non sono equivalenti, e trattarli come tali produce danni concreti a entrambi i gruppi.

Dal Pantanal al Nepal: chi non riesce ad arrivare al tavolo

Edinalda Pereira do Nascimento, segretaria esecutiva della Rede Pantaneira, la rete che rappresenta le comunità tradizionali del Pantanal brasiliano, il più grande sistema di zone umide tropicali del mondo, ha posto una questione di accesso pratico che precede tutte le altre: senza finanziamenti dedicati alla partecipazione diretta e senza traduzione nelle lingue locali, la piattaforma non raggiunge la diversità socioculturale che dovrebbe includere. La sua richiesta è che l’UNFCCC garantisca supporto finanziario strutturale e traduzione nelle lingue delle comunità, condizioni senza le quali la partecipazione resta formalmente aperta e sostanzialmente inaccessibile.

Proveniente dal Nepal, Sumarain ha posto una domanda metodologica più sottile: chi elabora i dati raccolti dalle comunità indigene, a livello nazionale prima e a livello UNFCCC poi? Con quali competenze vengono interpretate conoscenze che provengono da sistemi concettuali radicalmente diversi? Il sole e la luna come madre e padre, la tigre come fratello non sono metafore, ha precisato, ma categorie reali di comprensione dell’ambiente. Tradurle male produce non solo una mancanza di rispetto, ma anche errori nei dati. La sua richiesta è che i team tecnici che elaborano i rapporti nazionali includano esperti capaci di interpretare questi sistemi di conoscenza direttamente, senza mediazioni che ne distorcono il significato.

I meccanismi concreti che mancano

Gustavo Sánchez Valle, presidente della Red Mexicana de Organizaciones Campesinas Forestales (Red MOCAF) e coordinatore per l’America Latina e i Caraibi del Forum Globale delle Comunità Locali sul Cambiamento Climatico, costituito alla COP30 di Belém, ha depositato un documento tecnico in cui sostiene che la maggior parte degli inventari climatici nazionali si basa quasi esclusivamente su dati governativi e scientifici convenzionali, lasciando invisibili quelli raccolti e gestiti dalle comunità.

Le sue richieste sono quattro.
I governi dovrebbero istituire gruppi di lavoro tecnico permanenti con partecipazione indigena e locale nei processi di preparazione dei BTR. I rapporti dovrebbero includere sezioni dedicate alle azioni comunitarie di adattamento e mitigazione. Dovrebbero esistere meccanismi di risposta che permettano alle comunità di verificare se la loro prospettiva è stata rappresentata correttamente, e non solo inserita. Infine, nell’ambito dell’articolo 6.2 dell’Accordo di Parigi, che regola la cooperazione tra Paesi sui mercati del carbonio, i BTR dovrebbero mostrare se e come i diritti delle comunità locali vengono tutelati nelle transazioni di crediti climatici.

La risposta istituzionale

A chiudere i lavori sono intervenuti anche i rappresentanti di Turchia e Australia, copresidenza entrante della COP31 che si terrà a Sydney. Il delegato turco ha riconosciuto che i processi di trasparenza funzionano meglio quando riflettono la diversità delle conoscenze locali. Xiaofei, vicecapo delegazione australiana, ha citato il primo BTR del Paese come occasione per documentare il contributo dei popoli indigeni australiani, e ha annunciato che uno degli obiettivi della copresidenza sarà spingere i paesi a presentare i propri BTR entro il 2026.

Resta da vedere se queste dichiarazioni si tradurranno in impegni operativi a Sydney. Le richieste sul tavolo sono precise, documentate e reiterate da anni: quello che sembra mancare è la volontà politica di rispondervi.

Articolo a cura di Marta Abbà, delegata di Italian Climate Network a Bonn.

Immagine di copertina: foto di UN Climate Change | Lara Murillo

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