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Lug

SE IL CLIMA CAMBIA LE REGOLE, VINCE CHI CONOSCE LA TERRA DA SECOLI

  • Tra algoritmi climatici e sapere contadino, a prevedere stagioni e rese in un clima impazzito vince ancora il secondo: la conoscenza indigena osserva micro-variazioni che nessun modello satellitare coglie.
  • I genetisti stanno tornando a studiare le sementi tradizionali (landraces) perché custodiscono una variabilità genetica che l’agricoltura industriale ha eliminato in nome della resa uniforme.
  • Difendere le sementi contadine non è un vezzo identitario: è una polizza assicurativa contro l’omologazione genetica e il monopolio delle multinazionali sementiere.

La narrazione dominante sul futuro del cibo racconta un mondo salvato da algoritmi: modelli previsionali, mappe satellitari, intelligenza artificiale che dice al contadino quando seminare. È una narrazione parziale. Funziona quando il clima si comporta secondo schemi noti, molto meno quando quegli schemi saltano, come sta accadendo ovunque. Esiste una dimensione più antica e più solida, che la ricerca scientifica sta finalmente riportando al centro: quella della conoscenza ecologica tradizionale, la Traditional Ecological Knowledge, patrimonio di osservazione accumulato in secoli, non in stagioni di training di un modello.

Quando il contadino diventa co-ricercatore

Lo dimostra lo studio condotto tra il 2020 e il 2022 dal team della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa dedicato al teff etiope, cereale minuscolo da cui dipende la sicurezza alimentare di milioni di persone nel Corno d’Africa. La ricerca incrocia dati genomici e valutazione partecipativa diretta degli agricoltori locali. Il risultato: cluster genetici adattati a microclimi specifici, ma anche vulnerabilità concrete legate al riscaldamento in aree come quella del Lago Tana. 

Il dato genomico da solo non bastava a spiegare le performance reali delle varietà; è stata l’esperienza diretta degli agricoltori, su resa, fenologia, comportamento sotto stress, a colmare il vuoto che il genoma non poteva riempire.

Lo stesso metodo è stato applicato all’orzo etiope e, più recentemente, al mais tradizionale italiano, dimostrando che, anche nel cuore dell’Europa, esistono varietà contadine con un potenziale genetico ancora largamente inesplorato.

I genetisti leggono il futuro nelle sementi tradizionali

I genetisti non studiano le landraces, le varietà tradizionali selezionate dai contadini nel tempo, per nostalgia botanica. Sanno che esse custodiscono la variabilità genetica che l’agricoltura industriale ha sacrificato in nome della resa uniforme. Una landrace non è una popolazione clonata: è un mosaico di piante leggermente diverse, ciascuna con una propria combinazione di tolleranze a siccità, freddo improvviso, patogeni specifici. Quando arriva uno shock climatico, in un campo di landrace qualcosa sopravvive quasi sempre. In un campo di monocoltura geneticamente identica, se lo shock colpisce il punto debole, colpisce tutto il raccolto.

Il principio è documentato per l’orzo, dove le popolazioni tradizionali si confermano un serbatoio di tolleranza agli stress abiotici come siccità e salinità. Vale per il mais, soprattutto nei territori d’origine in Messico e America Latina, dove le varietà locali continuano a garantire un adattamento al microclima che nessuna varietà importata replica. Vale per il grano: alcune landraces superano le varietà moderne proprio nei parametri che contano di più in un clima instabile, stabilità di resa nel tempo e tolleranza a condizioni estreme, anche quando in condizioni ottimali producono meno. 

Scienza partecipativa: il contadino nel laboratorio

L’evolutionary plant breeding capovolge la logica della varietà unica riprodotta ovunque: lascia che popolazioni geneticamente diverse continuino a evolvere nel campo, selezionate anno dopo anno dalle condizioni reali del luogo. Una revisione di Salvatore Ceccarelli, tra i massimi esperti mondiali del settore, ne documenta i vantaggi in termini di stabilità di resa e adattamento locale. 

A questo si affianca l’approccio tricot, una forma di citizen science agricola che ha coinvolto oltre 12mila appezzamenti sperimentali tra Nicaragua, Etiopia e India, chiedendo direttamente ai contadini di confrontare varietà diverse nelle proprie condizioni reali. Il risultato è una mole di dati che nessun ente di ricerca centralizzato potrebbe raccogliere da solo e che restituisce alla scienza il contesto che aveva perso per strada.

Anche i sistemi di conservazione informale delle sementi, le banche gestite dalle comunità agricole ben prima che esistessero le banche del germoplasma ufficiali, sono oggi riconosciuti come una strategia di adattamento climatico a tutti gli effetti. Una rassegna sistematica sulle pratiche indigene per sistemi agricoli resilienti conferma la stessa direzione.

Rischio monopolio, tra Bruxelles e Roma 

Le sementi commerciali brevettate, protette da diritti di proprietà intellettuale sempre più stringenti, riducono la variabilità genetica a livello globale e concentrano il controllo della filiera alimentare in poche mani. Ogni volta che una comunità abbandona la propria landrace per una varietà commerciale, non riproducibile in proprio, perde un pezzo di autonomia, e il pianeta perde un pezzo di diversità genetica che difficilmente si ricostruisce.

A livello internazionale esiste già uno strumento giuridico pensato per arginare questa deriva: il Trattato Internazionale sulle Risorse Fitogenetiche per l’Alimentazione e l’Agricoltura (ITPGRFA), adottato dalla FAO nel 2001, primo accordo vincolante a riconoscere formalmente il contributo delle comunità indigene e locali alla conservazione delle risorse genetiche vegetali. Il suo articolo 9 sui Farmers’ Rights tutela il diritto degli agricoltori a conservare, scambiare e vendere seme auto-prodotto, ma resta, per stessa ammissione degli osservatori, un diritto debole sul piano legale, che si scontra con regimi di proprietà intellettuale più forti come quelli gestiti da UPOV (Union for the Protection of Plant Varieties). Dal 2018 la Dichiarazione ONU sui diritti dei contadini, l’UNDROP (United Nations Declaration on the Rights of Peasants and Other People Working in Rural Areas), prova a colmare questo vuoto collocando i Farmers’ Rights in una cornice di diritti umani, pur senza forza vincolante.

A Bruxelles la partita si gioca proprio ora. Nel giugno 2026, il Parlamento europeo e il Consiglio europeo hanno raggiunto un accordo politico sulla riforma del regolamento sul materiale riproduttivo vegetale (PRM), destinato a sostituire undici direttive che regolano da decenni sementi, talee, tuberi e giovani piante. Il testo finale introduce regole più semplici per le varietà da conservazione e il materiale eterogeneo, con deroghe specifiche per le reti di conservazione delle sementi e per lo scambio in natura tra agricoltori. Nella versione originale proposta dalla Commissione, però, ogni cessione di seme tra agricoltori, anche gratuita, veniva classificata come “commercializzazione”, equiparando di fatto un piccolo produttore custode a un’azienda sementiera multinazionale. 139 organizzazioni contadine e ambientaliste hanno scritto ai Ministri dell’agricoltura dei 27 Stati membri per chiedere una rettifica, avvertendo che gli oneri amministrativi aggiuntivi sarebbero stati sostenibili solo per le grandi aziende sementiere, non per i piccoli conservatori di biodiversità. Il negoziato si intreccia inoltre con la deregolamentazione delle nuove tecniche genomiche (NGT) approvata dal Parlamento europeo nel febbraio 2024, che rischia di aprire proprio attraverso le varietà da conservazione una porta d’ingresso per materiale geneticamente modificato brevettato.

Anche il negoziato climatico multilaterale si è mosso, sebbene con passo più lento. Sotto l’ombrello UNFCCC, il lavoro congiunto su agricoltura e sicurezza alimentare ha più volte richiamato la necessità di integrare l’agrobiodiversità nei piani nazionali di adattamento, seguendo le linee guida volontarie sviluppate dalla FAO proprio per aiutare i governi a inserire le risorse genetiche vegetali nei propri NAP. Le sottomissioni tecniche depositate presso il segretariato UNFCCC documentano casi concreti in cui il breeding partecipativo ha già permesso a comunità rurali di adattare colture tradizionali a piogge più erratiche e stagioni più corte. 

Resta, però, un problema di coordinamento: diversi studi accademici segnalano che le sinergie tra UNFCCC, il Trattato sulle risorse fitogenetiche e la Convenzione sulla diversità biologica restano più enunciate che praticate, con agenzie nazionali che continuano a lavorare in compartimenti stagni.

Conservare in situ non è un vezzo, è una strategia

Conservare in situ le varietà locali, lasciarle vivere nei campi dove sono nate anziché solo congelate in un caveau, non è un vezzo identitario. È una polizza assicurativa contro l’omologazione genetica e contro la dipendenza da poche multinazionali sementiere, ed è esattamente la direzione indicata dalle banche dei semi comunitarie studiate in letteratura, che uniscono conservazione della biodiversità e accesso diffuso a varietà adattate ai microclimi locali.

Il nostro Paese custodisce un patrimonio enorme di varietà contadine (mais, fagioli, grani antichi, ortaggi locali) che meriterebbe la stessa attenzione scientifica riservata al teff etiope o al mais messicano. Lo studio di Caproni sul mais italiano apre proprio questa strada: una collaborazione più stretta tra ricerca genomica pubblica e reti di agricoltori custodi, persone che da anni, spesso senza alcun sostegno istituzionale, tengono in vita semi che altrimenti sarebbero già scomparsi. Ma senza una traduzione coerente di questi principi in Bruxelles e nei negoziati climatici delle Nazioni Unite, la ricerca scientifica rischia di restare un esercizio accademico, mentre il mercato delle sementi continua a consolidarsi nelle mani di pochi.

Investire su questo fronte non significa guardare al passato. Significa riconoscere che il passato aveva già capito qualcosa che la scienza sta faticosamente ri-imparando: la resilienza non si programma da un algoritmo né si negozia soltanto in un trilogo europeo, si eredita da chi la terra la lavora da generazioni, e va difesa per legge prima che scompaia insieme a chi la custodisce.

Articolo a cura di Marta Abbà, Volontaria Italian Climate Network

Immagine di copertina: IAEA Imagebank


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