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Mar

UNA SOCIETÀ DELLA CURA PER SALVARE LE PERSONE E IL PIANETA

Per la rubrica Caleidoscopio, questo mese affrontiamo il tema della cura e il suo legame fondamentale con il benessere delle persone e del pianeta. Traendo spunti dal libro Il Manifesto della Cura di The Care Collective, un collettivo di accademiche e attiviste britanniche, parliamo di una crisi della cura nelle nostre società e di come questa abbia cambiato profondamente il rapporto che abbiamo con il pianeta. Sosteniamo che ripristinare la cura nelle nostre società è fondamentale per salvaguardare il benessere delle persone e del pianeta e per affrontare le minacce sempre maggiori della crisi climatica. 

Il mondo dell’incuria 

Viviamo in un mondo dominato, sempre più, dall’incuria. Negli ultimi decenni, con l’affermarsi del neoliberismo, si è instaurato un modello di società improntato sul profitto e sulla competizione. Poiché la cura in sé non è considerata come una fonte diretta di profitto, i lavori di cura sono stati svalutati, trascurati e relegati alla buona volontà delle persone, oppure trasformati in prodotti redditizi tramite la commercializzazione e la privatizzazione della cura. Il concetto di ‘welfare’, ossia il benessere sociale e di comunità, è stato sostituito dal ‘wellness’, o benessere individuale, che mercifica la cura come prodotto di consumo a beneficio del singolo. I contesti di cura collettiva sono venuti a mancare, per una carenza di risorse, spazio e tempo da dedicare alla cura. A causa della dissoluzione dei circuiti di cura, si è instaurata nelle persone una tendenza individualista, che ci porta a prenderci cura solo di noi stessi e dei legami più stretti, e ci rende ciechi rispetto ai bisogni delle persone più lontane. Da questo individualismo sono scaturiti fenomeni di esclusione, diffidenza e rifiuto verso persone considerate ‘diverse’, riducendo la cooperazione e la solidarietà nelle comunità.

Il libro Il Manifesto della Cura di The Care Collective ci invita a fare una riflessione su questa inesorabile crisi della cura nelle nostre società. Ce ne siamo resi conto in modo lampante durante la pandemia, quando i sistemi sanitari e le organizzazioni di cura, indebolite e impreparate, hanno faticato enormemente a reggere il carico di cura necessario ad affrontare la crisi. Attualmente altre crisi si stanno ingigantendo davanti ai nostri occhi, come i conflitti globali, le migrazioni forzate e la crisi climatica. Anche queste crisi hanno la propria origine nell’incuria e la propria soluzione nella cura. 

Un mondo dominato dall’incuria è un mondo pieno di crepe, di disuguaglianza, ingiustizia e sfruttamento ambientale. È un mondo che favorisce il più ricco o prevaricante a livello economico e sacrifica il benessere delle comunità, soprattutto di quelle più vulnerabili, e dell’ambiente. È un mondo in cui non c’è spazio, né tempo, per atti di cura verso il prossimo, né verso gli altri esseri viventi e l’ambiente circostante. È un mondo in cui la crescita economica e il profitto delle grandi imprese (come multinazionali e aziende petrolifere ad alto impatto ecologico) prevaricano e non lasciano spazio a un’etica di sostenibilità e cura del pianeta. Un mondo dominato dall’incuria è un mondo che nuoce al pianeta

Cos’è la cura 

La cura è l’insieme di attenzioni e gesti che dedichiamo al resto del mondo, cioè alle altre persone, agli altri esseri viventi e all’ambiente che ci circonda. La cura implica in sé nozioni di conoscenza dell’altro (inteso in senso lato, non solo come persona ma anche come animale e ambiente), rispetto, empatia e servizio, con il fine di favorire benessere e protezione. Spesso si forniscono atti di cura in risposta a una vulnerabilità o un bisogno dell’altro. 
La teorica politica Joan Tronto distingue tre diverse accezioni del concetto di cura, sulla base della terminologia inglese per la cura. L’inglese distingue il termine caring for, che significa letteralmente ‘prendersi cura di’ e si riferisce ad aspetti concreti del lavoro di cura. Un secondo termine è caring about, che significa ‘interessarsi a’ e denota l’investimento emotivo e l’attaccamento tra persone che operano in contesti di cura. Il terzo termine è caring with, che significa ‘prendersi cura con’, ossia quali strumenti utilizziamo per mettere in atto la cura, ad esempio come ci mobilitiamo sul piano politico. In una società della cura, tutte queste accezioni sono importanti e necessarie. Tuttavia, le iniziative di cura che vediamo oggigiorno non sempre riescono a realizzare appieno tutte le accezioni di cura; alcune si limitano solamente al primo ‘livello di cura’, cioè l’atto concreto di fornire cura. 

La società della cura 

Il mondo dell’incuria non è un mondo sostenibile a lungo termine. È destinato a portare conflitti, carenze e disuguaglianze sempre maggiori. Le crepe del mondo dell’incuria si rivelano in tutta la loro problematicità in tempi di crisi, come ci ha mostrato la pandemia. Quando anche i ricchi e i potenti ne rimangono colpiti, ecco che loro stessi si mobilitano cercando di riempire queste crepe, rimediando per le carenze di cura in modo opportunista e disorganizzato. 

Ma la vera soluzione è un’altra: trasformare la nostra società, rendendola una società della cura. Ciò non significa riempire le crepe del neoliberismo ad hoc, ma mettere in atto un ripensamento radicale della struttura della nostra società, del pensiero collettivo, delle comunità, dello stato e dell’economia. 

Per iniziare, è necessaria una rivoluzione del pensiero collettivo, abbracciando l’idea della cura come fondamenta delle relazioni e della società stessa. Riconoscere che siamo tutte e tutti interdipendenti e potenzialmente vulnerabili, bisognosi di cura, è il primo passo per creare una società della cura. Da questo riconoscimento nasce una responsabilità, quella di ognuno e ognuna di noi, di mettere la cura al centro di ogni livello della società, dal livello relazionale a quello comunitario, istituzionale, economico e politico. Non è più il profitto (individuale o di un gruppo) a guidare le nostre scelte, ma la cura collettiva e il benessere globale. 

A livello personale possiamo coltivare ed espandere i legami di cura, dando vita al concetto di ‘cura promiscua’, cioè moltiplicare il numero di persone, esseri viventi e ambienti a cui possiamo fornire cura, senza distinzioni né discriminazioni. 

A livello collettivo la cura può essere realizzata in molteplici forme, partendo dalle comunità. Una comunità di cura è una comunità che favorisce forme di cooperazione e solidarietà collettiva, tramite l’aumento dello spazio pubblico, la condivisione delle risorse, i servizi di mutuo soccorso e la partecipazione democratica alle scelte comunitarie. 

Lo stato può farsi garante e promotore della cura. Uno stato di cura è uno stato non paternalista, non razzista, non coloniale, che assicura giustizia sociale e risorse necessarie per una cura promiscua e una comunità della cura. In termini concreti, lo stato di cura è uno stato che riconosce i bisogni di cura e promuove servizi che rispondano a questi bisogni,  tramite lo sviluppo di sistemi di welfare, sia centrali che locali. Valorizza le persone e il loro lavoro, incluso quello di cura, in modo equo e giusto, e protegge le persone vulnerabili e quelle storicamente marginalizzate (che necessitano di maggiore cura). 

Anche l’economia deve cambiare a favore della cura, poiché questa non può fondarsi su logiche di mercato guidate dal profitto. In una società di cura, i sistemi di cura si trovano al di fuori del mercato; sono sistemi sociali ed accessibili a tutte le persone. Il lavoro di cura (sanitario, educativo, sociale) è valorizzato e gratificato, non come una prestazione di mercato ma come un servizio essenziale rivolto alle persone e alle comunità. I mercati sono gestiti in modo egualitario e partecipativo, su scala locale, preferendo modelli economici sostenibili e rifiutando le dinamiche di abuso dei lavoratori, che nel mondo odierno sfruttano ed esacerbano le disuguaglianze economiche tra Nord e Sud globale. 

Cura e questioni di genere

Il concetto di cura è legato alla femminilità e al genere femminile, poiché le donne sono coloro che storicamente hanno assunto ruoli di cura nella società, in parte legati al loro coinvolgimento primario (rispetto al genere maschile) nella riproduzione e nella maternità. Ne abbiamo già parlato in un articolo precedente del Caleidoscopio. Nella società neoliberista la cura viene considerata come attività improduttiva, contrapposta all’attività produttiva che genera profitto. Questo ha portato a una svalutazione del lavoro di cura, spesso relegato alla dimensione femminile, e a dinamiche di sfruttamento, ad esempio la cura non retribuita nell’ambiente domestico o l’assunzione di donne provenienti da contesti vulnerabili per sopperire ai bisogni di cura domestici. 

Cura e pianeta 

I cambiamenti climatici sono in continuo, inesorabile peggioramento. A causa delle emissioni climalteranti e dello sfruttamento incontrollato delle risorse naturali, il pianeta sta cambiando rapidamente. Sappiamo che tante persone ne stanno soffrendo, e che molte di più ne soffriranno in futuro – vittime di eventi climatici estremi e degli effetti a lungo termine dei cambiamenti climatici sulla loro salute psicofisica e sul loro benessere sociale. Sappiamo anche che ci sono molti segnali di allarme, ad esempio il superamento del primo tipping point globale e il rischio di superarne altri a breve, che ci avvertono riguardo agli orizzonti futuri ancora più nefasti per il benessere e la sopravvivenza delle persone. 

Quello che non sappiamo è se la crisi climatica ci darà tempo sufficiente per rimediare alle carenze fondamentali di cura che l’alimentano, una volta superati i tipping point e innescati meccanismi di devastazione irreversibili dei sistemi naturali del pianeta. Instaurare una società di cura – il prima possibile – è la strategia fondamentale per contrastare la crisi climatica e proteggerci dalle sue conseguenze. Ma come ci aiuta, una società di cura, a salvare noi stessi e il pianeta? 

Innanzitutto, la premessa fondamentale della cura, ossia il riconoscimento della nostra mutua interdipendenza, non può escludere le nostre relazioni profonde con l’ambiente che ci circonda. La nostra prosperità dipende non solo dalle relazioni con le altre persone, ma anche da quelle con gli altri esseri viventi e l’ambiente. Anche il concetto di ‘cura promiscua’ deve essere esteso al non umano, raggiungendo un egualitarismo radicale nella concezione della cura. Tutte le forme di cura, umane e non umane, sono valide e necessarie per la sostenibilità e la prosperità collettiva di tutti gli esseri viventi.

Le comunità di cura sono comunità che vivono in armonia con l’ambiente, promuovendo il potenziamento degli spazi verdi comunitari, come parchi e orti, in cui le persone si prendono cura degli ambienti comunitari e ne ricevono benefici in termini di salute e benessere. Tramite iniziative di condivisione di risorse a livello comunitario (biblioteche di libri e di oggetti, officine del riciclo), la sostenibilità ecologica e cooperazione comunitaria vanno di pari passo.   

In uno stato di cura non sono valorizzate solo le persone, ma anche ogni essere vivente ed ecosistema da cui dipendiamo. Lo stato si impegna nella protezione degli ambienti e nella rigenerazione delle risorse ambientali, che non sono solo destinate all’uso e al consumo sfrenato. Anche l’economia valorizza la ricchezza comunitaria locale, contrasta lo sfruttamento delle risorse da parte delle filiere globali, ad alto impatto ambientale, e predilige forme di produzione e commercio locali che agiscono nel rispetto degli ambienti naturali. 

Cura senza confini 

Il Manifesto della Cura descrive un’ultima, ambiziosa caratteristica della società della cura ideale, che è quella di essere senza confini. Questa caratteristica comporta il sentirci meno Paese, meno ‘noi contro voi’, e vederci come una globalità di persone alla pari, in un pianeta che ci ospita e che merita altrettanto rispetto. 

In una società senza confini si coltivano spazi internazionali di cooperazione e dialogo per la promozione di cura e solidarietà su scala globale, in particolar modo laddove vi siano maggiori necessità. Si affrontano, in modo cooperativo e non colonialistico, le asimmetrie e le ingiustizie nelle condizioni di vita, così come le conseguenze di conflitti, povertà e disastri ambientali. Si rispettano i diritti umani a livello internazionale e i giudizi degli organi preposti a salvaguardare questi diritti, come la Corte Internazionale di Giustizia. Si rendono i confini tra i Paesi più porosi, cioè attraversabili e aperti alla migrazione di chi lo desidera, per necessità o per ricerca di altre opportunità di vita. 

Per dare vita a una società senza confini serve un elemento fondamentale, il cosmopolitismo quotidiano, cioè “una cura promiscua su scala globale che porti la visione della cura al di là delle strutture di parentela delle comunità e degli stati, fino alle zone più remote ed estranee del pianeta”. Si tratta di un concetto promettente e pieno di significato, ma purtroppo lontano dalla situazione del mondo odierno, dominato da dinamiche di separazione e di conflitto legate agli interessi di ciascun Paese o gruppo politico. Ma nonostante le circostanze attuali difficili, e a volte demoralizzanti, Il Manifesto della Cura ci lascia con una speranza, quella che la “catastrofe globale” attuale sia anche un “momento di rottura” che porti a un “cambiamento radicale e progressista”. Il cambiamento radicale di cui abbiamo bisogno è chiaro: instaurare una società della cura, su scala globale, per salvare le persone e il pianeta. 

Se la cura diventasse principio organizzativo di tutti gli stati, infatti, la disuguaglianza economica e le migrazioni di massa diminuirebbero e l’ingiustizia ambientale troverebbe rimedio grazie all’impegno reciproco alla cura del mondo. Le nostre prospettive di cura devono abbandonare l’idea di una mera cura di sé stessi per guardare al municipalismo e a un’idea di stato nazione radicale, orientata alla costruzione di comunità, fino ad arrivare a prenderci cura delle aree più distanti del nostro pianeta interconnesso. Per renderla realtà occorre contrastare e ripensare la nostra economia, a partire dal suo rifiuto della cura.

Articolo a cura di Lucia Giannini, coordinatrice della sezione Clima e Salute di Italian Climate Network.

Questo articolo fa parte de Il Caleidoscopio, la rubrica di approfondimenti che punta a chiarire teorie e riflessioni sviluppate dal movimento femminista, calandole nel contesto delle tematiche legate al clima per capire meglio le richieste e i concetti di azione climatica e giustizia climatica. Come il caleidoscopio restituisce immagini plurime sempre diverse, le nostre riflessioni femministe vogliono restituire un’immagine pluriversale del mondo e fornire strumenti utili a renderlo più equo, inclusivo, giusto e sostenibile.
Direzione e Coordinamento di Erika Moranduzzo, Coordinatrice della Sezione Clima e Diritti di Italian Climate Network.

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