trump ipcc unfccc
08
Gen

USA FUORI DALL’IPCC, CONFERMATO IL TAGLIO DI FONDI ALL’UNFCCC

Il 7 gennaio 2026 la Casa Bianca ha pubblicato un “memorandum del Presidente” degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, redatto per dare seguito al precedente ordine esecutivo 14199 del 4 febbraio 2025. Con quell’ordine esecutivo, Trump chiedeva al Segretario di Stato Marco Rubio e al Rappresentante Permanente degli USA presso le Nazioni Unite, Mike Waltz, di redigere un report in merito alle organizzazioni internazionali e alle agenzie ONU dalla partecipazione alle quali gli Stati Uniti non avrebbero, secondo loro, tratto alcun vantaggio in termini di interesse nazionale. Secondo il memorandum il report è stato quindi presentato, portando alla prima lista allegata allo stesso memorandum un elenco di oltre 60 agenzie e agenzie ONU dalle quali uscire, o alle quali ritirare supporto e partecipazione.

La lista pubblicata il 7 gennaio, come appendice del memorandum, è divisa in due settori: organizzazioni (non ONU) dalle quali uscire e agenzie ONU dalle quali ritirare la partecipazione o i finanziamenti. Questa differenza è sostanziale, in quanto la natura dubbia del memorandum, che di per sé non ha alcun valore legale se non politico e storico, da sola non consente il ritiro unilaterale da un trattato internazionale ratificato dal Congresso

Nella prima lista, quella delle organizzazioni dalle quali uscire (in questo caso sotto diretta indicazione del Presidente), figurano l’IPCC, l’IRENA, la Piattaforma Intergovernativa tra Scienza e Politica sulla Biodiversità e i Servizi Ecosistemici, l’International Energy Forum, l’International Solar Alliance e altre. L’uscita degli Stati Uniti dall’IPCC comporta due gravi conseguenze per il principale organo scientifico globale sul clima. In primo luogo, dal punto di vista dei fondi, con la dipartita statunitense l’IPCC vede sparire circa $1,67 milioni all’anno dal proprio fondo fiduciario, di cui gli Stati Uniti sono tra i massimi contribuenti storici (senza dimenticare che i fondi per l’IPCC erano già stati drasticamente ridotti nel corso della prima presidenza di Trump). Per quanto pesante, la perdita può comunque essere gestita. Il secondo aspetto, non meno impattante, è la possibilità che sempre più scienziati statunitensi si possano trovare d’ora in poi in difficoltà nel partecipare individualmente ai lavori del Panel, cosa – vogliamo sottolinearlo – loro non preclusa a titolo personale. Risulta ovvio, tuttavia, che nel caso di scienziati e ricercatori impiegati presso università pubbliche o che necessitino di visti per viaggiare per partecipare a riunioni e workshop, il governo federale possa in qualche modo ostacolare il libero movimento e la libera ricerca dei singoli, nel momento di una richiesta di visto o autorizzazioni interna per trasferte. In sintesi, l’IPCC da oggi non perde formalmente il contributo degli scienziati statunitensi, sebbene siano probabili crescenti difficoltà nella loro partecipazione, ma perde sicuramente una parte massiccia dei propri fondi operativi.

Parlando di clima, nella seconda lista – quella delle agenzie ONU dalle quali gli USA ritirano la propria partecipazione attiva o i propri finanziamenti – figura, tra le altre, l’UNFCCC, la Convenzione Quadro del 1992 sui cambiamenti climatici sotto la quale è stato sviluppato l’Accordo di Parigi sul clima. Qui urge un chiarimento tecnico rispetto a quanto letto e ascoltato in Italia nelle ultime ore, anche da fonti autorevoli: gli Stati Uniti non escono dalla Convenzione con questo memorandum, che, come detto, non ha un valore legale proprio – essendo di fatto una nota del Presidente indirizzata agli uffici dei vari Dipartimenti.
Ai tempi della prima presidenza di George Bush padre, la Convenzione sul clima è stata ratificata dal Senato degli Stati Uniti, come previsto per i trattati internazionali che comportano impegni di spesa. Per questo motivo un singolo ordine esecutivo non può portare all’annullamento della ratifica o all’uscita dal trattato, tanto meno può farlo un memorandum. Non a caso, gli uffici legali del Presidente hanno indicato quella formulazione nel memorandum: “For United Nations entities, withdrawal means ceasing participation in or funding to those entities to the extent permitted by law” (“Per le agenzie ONU, il ritiro consiste nella cessazione della partecipazione alle attività o dei finanziamenti a tali entità, nei limiti previsti dalla legge”).
Pertanto, formalmente, gli Stati Uniti d’America continueranno a far parte dell’UNFCCC – salvo diversa deliberazione del Congresso, a oggi non in agenda – pur non partecipando alle riunioni (come le COP) né contribuendo finanziariamente alle spese del Segretariato. Niente di nuovo, quindi, rispetto a quanto già osservato nel corso del 2025, salvo l’eventuale invio da parte dell’amministrazione Trump di una comunicazione di recesso al Segretariato che, a quel punto, potrebbe lasciare la partecipazione del Paese in un limbo giuridico-istituzionale (e in ogni caso è già prevedibile oggi che questo recesso eterodosso verrà impugnato, a livello di politica interna, dalla minoranza democratica).

La vicenda è quindi al contempo fattuale, politica e finanziaria.
Fattuale, perché oltre ogni lettura formale gli Stati Uniti smetteranno da oggi di partecipare a un numero rilevante di iniziative internazionali e attività multilaterali basate su trattati – in molti casi, iniziative e attività che li avevano visti come primi firmatari, promotori o comunque membri attivi. Questo comporterà nuove dinamiche politiche, sicuramente in nessun caso positive, vista l’assenza del biggest player globale.
Politica, perché la grossolana e contemporanea uscita degli Stati Uniti da tutte quelle iniziative globali potrebbe produrre un effetto slavina nel caso in cui altri governi allineati (come l’Argentina di Milei e altri) dovessero seguirne le orme, indebolendo ulteriormente il sistema multilaterale.
Finanziaria, perché alla fine si tratta di una questione di fondi: l’uscita degli Stati Uniti lascerà molte agenzie, iniziative e istituzioni prive di una parte consistente del loro budget operativo, con conseguenze in termini di interruzione di progetti, incapacità di organizzare incontri e conferenze, impossibilità di portare aiuti e supporto dove necessario.

Articolo a cura di Jacopo Bencini, Presidente di Italian Climate Network.

Immagine di copertina: The White House

You are donating to : Italian Climate Network

How much would you like to donate?
€10 €20 €30
Would you like to make regular donations? I would like to make donation(s)
How many times would you like this to recur? (including this payment) *
Name *
Last Name *
Email *
Phone
Address
Additional Note
Loading...