IL CALDO ESTREMO BRUCIA ANCHE IL PIL
Dopo un’estate invivibile, banche e assicurazioni si uniscono alla comunità scientifica nel dare l’allarme sugli effetti della crisi climatica
“L’estate della verità”, ecco come Ursula von der Leyen ha parlato del caldo estremo che l’Europa ha sperimentato nell’estate appena trascorsa durante il suo discorso sullo Stato dell’Unione tenuto il 16 settembre.
Il bilancio delle ripetute ondate di calore che si sono abbattute sul continente è estremo: circa 45.000 morti in eccesso legate al caldo, 660.000 ettari bruciati e 12 milioni di tonnellate di raccolto perse tra siccità e incendi. Se stiamo subendo queste conseguenze è in larga parte a causa delle scelte politiche fatte finora. Gli investimenti per mitigazione e adattamento climatici rimangono ad oggi ben al di sotto delle cifre necessarie, mentre la crescita economica nel breve termine ha sempre avuto la priorità rispetto a politiche climatiche in grado di garantire il nostro futuro. Ma quest’estate ha dimostrato, ancora una volta, che non può esserci crescita su un pianeta che brucia.
L’impatto del caldo estremo sul PIL dell’UE è stato del -1%, cioè di 180 miliardi di euro, quasi esattamente quanto l’obiettivo di crescita del +1.1% fissato per il 2026 dalla Commissione europea. In altre parole, il caldo ha bruciato anche il PIL, divorando non solo vite, tempo e natura, ma anche gli obiettivi economici dell’intero anno a essi collegati. Questi numeri sono impressionanti ma, purtroppo, anche poco sorprendenti. Da anni ormai la comunità scientifica suona l’allarme riguardo agli impatti della crisi climatica, e da qualche tempo le loro voci sono supportate non solo da attivist* e cittadin*, ma anche da banche, istituti finanziari e compagnie assicurative.
Nel maggio di quest’anno Allianz ha pubblicato un report dal titolo Too hot to grow: The economic costs of extreme heat (tradotto: “Troppo caldo per crescere: il costo economico del caldo estremo”).
L’analisi illustra come al di sopra dei 30°C gli effetti negativi del caldo non siano più compensati, a livello economico, da quelli che, se guardati in isolamento, potrebbero essere definiti i lati positivi, come la riduzione dei costi di riscaldamento. Il gigante assicurativo ha calcolato che, da questa soglia in su, a ogni grado in più la produzione oraria diminuisce del 3%, mentre i consumi energetici salgono dell’1.2%. In altre parole, i costi aumentano proprio quando la produttività cala, potenzialmente forzando le imprese a tagliare posti di lavoro e i cittadini ad affrontare bollette più elevate proprio in corrispondenza di un aumento della disoccupazione.
Allianz conclude che 5 anni di seguito come i più caldi già sperimentati basterebbero perché vari Paesi, tra cui l’Italia, perdano tra il 5% e il 7% del PIL a causa sia di una riduzione dei consumi che di una contrazione dei margini di rendimento. Questo ridurrebbe a sua volta la capacità produttiva per gli anni seguenti, facendo sì che l’impatto del caldo si propaghi nel tempo, trasformandosi in un freno sul lungo periodo.
In questo scenario di misure inadeguate su mitigazione e adattamento climatici, Allianz stima per l’Italia perdite di gettito dell’1.3% annuo e una pressione aggiuntiva sul deficit pari all’1.9% del PIL, in aggiunta alle spese che il Paese si trova già ad affrontare per riparare ai danni del caldo estremo, a oggi pari al 2.2% del PIL. Danni che, in Europa, sono coperti da polizze assicurative che tutelano dagli effetti del caldo, degli incendi e della siccità solo nel 10% dei casi.
Allianz non è l’unico istituto allarmato dal caldo estremo. Frank Elderson, membro del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea (BCE), ha dichiarato ad agosto, in piena ondata di calore, che la crisi climatica rappresenta una minaccia crescente per la stabilità economica globale e che la banca centrale sta intensificando il monitoraggio dei rischi finanziari legati alla distruzione dei processi naturali da cui dipende l’attività umana.
Sempre ad agosto, la banca olandese Triodos ha rilasciato il report Hot Summer Economics (“L’economia delle estati calde”), uno dei primi tentativi di quantificare in tempo reale l’impatto macroeconomico di un’estate in cui il caldo estremo non ci ha dato tregua.
Gli autori identificano quattro canali principali tramite cui il caldo sta già nuocendo all’economia. Come rilevato anche da Allianz, il primo è la perdita di produttività lavorativa, con la resa di lavoratori e lavoratrici in netto calo tra i 25 e i 30°C, specialmente per chi lavora all’aperto o svolge attività fisicamente impegnative, ma con effetti rilevabili anche per chi svolge lavoro d’ufficio soprattutto a causa del peggioramento della qualità del sonno.
Il secondo settore più sofferente è l’agricoltura: si stima che la produzione europea sia calata tra il 3 e il 7% nell’estate 2026, causando un sentito rialzo dei prezzi dei generi alimentari. In Italia, Cia-Agricoltori Italiani e Confagricoltura hanno stimato oltre 1.5 miliardi di euro di danni, mentre la stima di Coldiretti, che ha sommato caldo, siccità, incendi e grandine, ha superato i 3 miliardi di euro.
L’energia si colloca al terzo posto, principalmente a causa della forte riduzione delle produzioni idroelettrica, nucleare e termoelettrica, tutte limitate dalla siccità, alle quali si aggiungono un calo dell’efficienza dei pannelli fotovoltaici surriscaldati e i prezzi già alle stelle del petrolio.
Infine troviamo i trasporti, danneggiati della ridotta capacità di navigazione fluviale e degli impatti sulle reti stradali e ferroviarie, messe sotto stress dal caldo estremo.
Questi fattori si combinano in un danno economico estremamente significativo per l’Europa e molto diverso da Paese a Paese. Secondo le stime, la Francia subisce l’impatto più severo con -1.4 punti di crescita e una possibile contrazione dell’economia. L’Italia è al secondo posto, con -1.1 punti, che obliterano ed eccedono le previsioni di crescita. Al terzo posto la Spagna con -1 punto.

A questi numeri naturalmente vanno aggiunti i danni che il caldo estremo causa a tutto ciò che il PIL non considera. Il caldo estremo colpisce duramente soprattutto le fasce più vulnerabili della popolazione, come bambini e anziani, persone malate o senza una casa, che non rientrano nella forza lavoro. Le analisi relative al PIL, inoltre, non prendono in considerazione la forza lavoro non retribuita, cioè volontari e volontarie, caregiver e chiunque, pur svolgendo un ruolo chiave per l’economia, non riceva compensi per le proprie attività. In altre parole, il PIL non attribuisce alcun valore al lavoro volontario e domestico, alla vita umana e a buona parte di ciò che rende la vita degna di essere vissuta, come la possibilità di uscire di casa per godere delle lunghe giornate estive senza sentirci cotti al forno, o immergerci in una foresta che non è bruciata. Paradossalmente, inoltre, la crescita economica beneficia in parte dei danni attribuiti a perdite agricole, cali di produttività eccetera, parzialmente compensati dalle spese sostenute per spegnere incendi, curare i ricoverati, riasfaltare le strade. È poi in nome della crescita del PIL che i nostri consumi energetici, ancora legati soprattutto al fossile, e l’utilizzo di materie prime aumentano di anno in anno in maniera esponenziale, contribuendo alla crisi climatica che stiamo vivendo.
Questo dovrebbe farci riflettere sulla sensatezza del porre la crescita del PIL come obiettivo principale dell’economia e della politica globali. Il PIL è infatti un puro indicatore di flusso monetario e, superata una certa soglia, è dimostratamente scollegato dal concetto di benessere e di bisogni reali umani e non. È quindi tempo di rivalutare la centralità di questo parametro, riconoscendo allo stesso tempo che, anche volendo continuare a favorirne la crescita, gli impatti della crisi climatica non possono più essere ignorati. Secondo Triodos, una spinta economica che prescinda dal contesto climatico rischia di attivare il cosiddetto doom loop, per cui il danno climatico rallenta la crescita economica, la politica cerca di favorire la crescita allentando le politiche climatiche volte a prevenire il danno iniziale, le emissioni di gas climalteranti aumentano causando ondate di calore sempre più violente, e così via. Vediamo già in atto gli inizi di questa spirale: in luglio, mentre si contavano ettari bruciati e decessi, la Commissione Europea ha proposto un indebolimento dell’ETS (Emissions Trading System), il principale strumento di tassa sul carbonio dell’Unione, adducendo come motivazione un aumento della competitività.
È quindi ora di far fronte alla realtà: nessun obiettivo economico è più formulabile senza includere la stabilizzazione del clima tra le sue premesse necessarie. Ogni anno di ritardo nella mitigazione e ogni politica ambientale indebolita per proteggere la crescita del PIL sono un sussidio pagato dal futuro, il cui prezzo ci troviamo già in bolletta.
Purtroppo, nonostante i crescenti appelli provenienti da ogni parte della società, le dichiarazioni fatte dalla Presidentessa della Commissione Ursula von der Leyen per ora echeggiano le vaghe promesse della classe politica nazionale. Nonostante la dipendenza dai combustibili fossili sia ormai riconosciuta come una vulnerabilità strategica – avendo aggiunto solo dall’inizio della guerra in Iran almeno 90 miliardi di euro alla bolletta energetica alle tasche europee -, tendiamo ancora ad affrontare la situazione un disastro alla volta, senza un piano coerente per l’abbandono urgente dei combustibili fossili e una rivalutazione globale dei nostri obiettivi di sviluppo, ancora troppo legati alla crescita del PIL. Tra i passi più urgenti c’è, come ribadito anche da CAN Europe, quello di sbloccare i grandi impianti di produzione energetica solare ed eolica, il cui ostacolo principale non è né tecnologico né economico, ma burocratico. Servono criteri giusti per la definizione delle aree idonee, tempi certi per le procedure di autorizzazione, sviluppo dell’agrivoltaico avanzato, ripresa dell’eolico onshore e offshore, investimenti nelle reti di trasmissione e distribuzione, e la creazione di sistemi di accumulo adeguati.
Anche il sistema agricolo va riformato in chiave rigenerativa, per mitigarne l’impatto sul clima ma anche per aumentarne la resilienza e la resistenza al caldo estremo puntando su varietà di piante resistenti a caldo e siccità, e su soluzioni come irrigazione di precisione, copertura permanente del suolo, agroforestazione, e ripristino della sostanza organica nel suolo. Bisogna poi investire nel trasporto pubblico, creando e migliorando ferrovie e metropolitane, tram, servizi extraurbani e ciclabilità, riducendo emissioni e inquinamento, oltre ai costi per le famiglie.
Infine, non va trascurato l’adattamento, proteggendo i lavoratori e le lavoratrici, i cittadini e le cittadine tramite verde e ombreggiamento urbano, efficientamento e isolamento degli edifici e protocolli vincolanti per il lavoro all’aperto nelle ore più calde.
Nessuna di queste misure è fantascientifica, e molti ingranaggi si stanno già muovendo, ma a un passo ancora troppo lento rispetto a quello della crisi climatica. Il prezzo del ritardo è sempre più evidente, e la scelta, come scrive Triodos, è tra agire ora o pagare un costoso abbonamento a estati sempre più care.
Articolo di Alba Sicher, Volontaria di Italian Climate Network
