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Set

DALLA COP17 SULLA DESERTIFICAZIONE ALLA COP31 SUL CLIMA: PERCHÉ COLLEGARE LE CRISI FA ANCORA PAURA

  • Alla COP17 la connessione tra clima, biodiversità e desertificazione non è nemmeno entrata formalmente nell’agenda, mostrando quanto il coordinamento tra le Convenzioni ONU resti politicamente controverso.
  • La finanza si è mossa, ma soprattutto su progetti concreti e settoriali. Gli 1,3 miliardi di dollari annunciati per suolo, siccità e terre da pascolo rappresentano un risultato tangibile, ma gran parte delle risorse è ancora in fase di programmazione e il quadro finanziario complessivo resta molto distante dal fabbisogno stimato.
  • La COP31 sul clima sarà il banco di prova per trasformare la “sinergia” in negoziato. La presidenza turca ha inserito le Rio Synergies tra le priorità della Conferenza: la sfida sarà capire se Antalya riuscirà a tradurre questo principio in impegni negoziali, mandati e finanziamenti verificabili, evitando che resti soltanto una formula politica condivisa nei discorsi.

Le tre Convenzioni delle Nazioni Unite nate al Summit di Rio del 1992 (clima, biodiversità e desertificazione) dovrebbero parlarsi. In linea teorica lo fanno da anni: la neutralità della degradazione del suolo riduce le emissioni, protegge la biodiversità e rafforza la resilienza alla siccità nello stesso momento. Eppure quando questa intersezione smette di essere uno slogan e diventa un punto prioritario dell’agenda negoziale, i governi si dividono. È successo di nuovo alla COP17 della Convenzione delle Nazioni Unite contro la Desertificazione (UNCCD), che si è chiusa il 28 agosto a Ulaanbaatar, in Mongolia, dopo due settimane di negoziati. Qui lo scontro non ha coinvolto solo la siccità, ma si è allargato al principio stesso di far dialogare le tre Convenzioni, con gli Stati Uniti in prima fila nell’opporsi..

Il nodo di Rio torna al centro, e fa litigare

Il tema di fondo di questa COP era esattamente quello: rangelands (terre da pascolo), siccità, land degradation neutrality (LDN), nesso terra-acqua. Argomenti che per loro natura attraversano clima e biodiversità, non solo la desertificazione in senso stretto. Non è un caso che il 2026 sia stato definito l’anno della “tripla COP”: in Mongolia ad agosto la UNCCD (la Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione), la biodiversità a Yerevan in ottobre, il clima ad Antalya in novembre. Le Parti  si trovano a negoziare a distanza di poche settimane l’una dall’altra, su queste tre Convenzioni , ed è proprio questa vicinanza a mettere in evidenza quanto poco, in pratica, riescano ancora a coordinarsi.

Il tentativo di rendere esplicito questo collegamento è stato anche il punto più litigioso dell’intero vertice. Già in apertura, il 17 agosto, gli Stati Uniti si sono opposti all’inserimento in agenda di tre voci: le sinergie con le altre convenzioni, l’equità di genere, la partecipazione della società civile. La presidenza mongola ha dovuto adottare l’agenda in modo provvisorio, rinviando questi punti a ulteriori consultazioni che tuttavia non sono mai stati sbloccati.

I risultati concreti: 1,3 miliardi di dollari, ma quasi tutti su un solo fronte

Sul fronte della finanza, qualcosa si è effettivamente mosso. Governi, banche di sviluppo, fondi e imprese hanno annunciato un pacchetto da 1,3 miliardi di dollari per il ripristino del suolo e la resilienza alla siccità in 23 Paesi su cinque continenti. Di questa somma, 644,5 milioni sono finanza nuova, e solo 216,4 milioni risultano già confermati e in fase di attuazione: il resto è ancora una pipeline di progetti, non un finanziamento erogato.

La parte più consistente del pacchetto è confluita nella Rangelands Flagship Initiative, che mobilita 1,2 miliardi di dollari su 45 progetti: la più grande iniziativa mai lanciata dalla Convenzione su questo fronte. I pascoli (rangelands) coprono il 54% della superficie terrestre globale, sostengono circa due miliardi di persone e circa 500 milioni di pastori. Metterli al centro della COP risponde a una lacuna di finanziamento storica: secondo i dati citati durante la Conferenza, i pascoli generano tra 21 e 47 mila miliardi di dollari di benefici l’anno pur restando in gran parte esclusi dalla finanza climatica.

Tra le altre voci concrete: la decisione finale della COP ha incaricato il Meccanismo Globale di commissionare, insieme all’Ufficio di Valutazione dell’UNCCD, di eseguire una valutazione indipendente del Fondo LDN (land degradation neutrality) per orientare l’avvio operativo della Drought Resilience Investment Facility. Sul fronte dei target nazionali, il Brasile, tra gli ultimi grandi Paesi a non averli ancora presentati, ha depositato la propria Meta Voluntária di Neutralità della Degradazione del Suolo, con l’obiettivo di intervenire su 367 milioni di ettari entro il 2030.

I fallimenti: siccità rinviata, sinergie bloccate, voci escluse

Sul fronte opposto, la lista dei punti irrisolti è altrettanto lunga. Il dossier più atteso, un accordo globale sulla siccità in discussione ormai da due cicli negoziali, è stato di nuovo rinviato, questa volta alla COP18, che si terrà in Egitto nel 2028. Il testo si limita a stabilire che i negoziati proseguiranno sulla base dei progressi fatti a COP16 e COP17, senza fissare né un formato (protocollo vincolante o quadro volontario) né una scadenza definitiva.

Ancora più significativo, dal punto di vista dell’architettura istituzionale, è il blocco formale del punto di agenda sulle sinergie con le altre convenzioni multilaterali: non è stato nemmeno discusso, perché gli Stati Uniti ne hanno impedito l’inserimento fin dal primo giorno. Lo stesso è successo per le questioni relative all’equità di genere e alla partecipazione della società civile. Il risultato pratico è che i caucus di Popoli Indigeni e Comunità Locali, istituiti proprio alla COP16 di Riyadh nel 2024 come conquista storica, non hanno ottenuto alcuno spazio riconosciuto a Ulaanbaatar. Sono intervenuti nelle plenarie, senza però alcun canale strutturato di partecipazione ai testi in discussione: lo hanno denunciato apertamente nella conferenza stampa di chiusura del Panel della Società Civile dell’UNCCD, i cui verbali sono pubblicati dalle Nazioni Unite, così come nella seduta ufficiale del Comitato per la Revisione dell’Attuazione della Convenzione dove è stato chiesto un finanziamento stabile per il funzionamento del caucus delle comunità locali.

Anche la questione delle migrazioni legate al degrado del suolo, per la prima volta oggetto di un negoziato dedicato, non ha prodotto alcuna decisione: la discussione è stata semplicemente rinviata al 2028. E sul bilancio, i Paesi hanno approvato un budget a crescita nominale zero, pari a 17,7 milioni di euro per il biennio, mentre il Global Environment Facility ha registrato, per la sua nona ricapitalizzazione, un calo del 27% rispetto al ciclo precedente. È un segnale di contrazione delle risorse pubbliche disponibili, proprio mentre il fabbisogno stimato dall’UNCCD per il periodo 2025-2030 si aggira sui 355 miliardi di dollari l’anno, a fronte di investimenti attuali di circa 77 miliardi.

L’eredità verso COP31: sinergie reali o solo un tema dell’agenda?

Qui si chiude il cerchio con Antalya. La presidenza turca della COP31, in programma dal 9 al 20 novembre 2026, ha inserito le “Rio Synergy” tra le dieci priorità ufficiali della propria Action Agenda, come indicato sul sito ufficiale della Conferenza. Il tema non nasce da zero: il Programma congiunto di Capacity-Building delle tre Convenzioni di Rio, coordinato dai segretariati di UNFCCC, CBD e UNCCD, promuove da tempo sessioni di lavoro dedicate proprio a questo obiettivo.

Il contrasto con quanto accaduto poche settimane fa a Ulaanbaatar è netto. Mentre la diplomazia climatica promuove le sinergie Rio come priorità politica di alto livello, la Convenzione sulla desertificazione, che di questa sinergia dovrebbe essere parte attiva, non è riuscita nemmeno a metterla in agenda.

La domanda che la comunità climatica porta ora ad Antalya è dunque tutt’altro che retorica: le sinergie tra le Convenzioni di Rio diventeranno uno strumento negoziale reale, con mandati e finanziamenti dedicati, oppure resteranno un tema ricorrente nei discorsi di apertura, destinato a scontrarsi di nuovo con le stesse resistenze appena mostrate a Ulaanbaatar? La risposta si misurerà su un terreno molto concreto: se ad Antalya la parola “sinergia” comparirà in un testo negoziale con impegni verificabili, o se resterà, come già successo con la desertificazione, un principio condiviso da tutti finché non tocca decidere davvero.

Articolo a cura di Marta Abbà, volontaria di Italian Climate Network.

Immagini: foto di Marta Abbà

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