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Ott

COP17 SULLA BIODIVERSITÀ A YEREVAN: PASSARE DALLE PROMESSE AI FATTI

La COP17 della Convenzione sulla diversità biologica (CBD) si tiene a Yerevan, in Armenia, dal 19 al 30 ottobre 2026. Lo slogan del vertice è Taking action for nature. Tradotto: basta annunci, ora serve passare all’azione. Sono attesi circa 200 Paesi, insieme a società civile, popoli indigeni, imprese e ricercatori. In parallelo si riuniscono anche le parti dei Protocolli di Cartagena (sulla biosicurezza) e di Nagoya (sull’accesso alle risorse genetiche).

COP17 sulla biodiversità: i temi chiave

Alla COP15, nel 2022 (le COP sulla biodiversità si svolgono ogni due anni), i governi hanno adottato il Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal. Si tratta dell’accordo di riferimento per fermare e invertire la perdita di natura entro il 2030, con 23 target. Tra i più noti c’è la conservazione di almeno il 30% di terre, acque interne e mari. La stessa COP15 ha previsto anche una revisione globale dei progressi collettivi, da esaminare alla COP17 e alla COP19. Quella di Yerevan è la prima.

Una buona notizia è che i Paesi hanno presentato un numero record di rapporti nazionali. Quella meno buona è che stiamo andando avanti ancora troppo piano. Dopo quasi tre settimane di riunioni preparatorie a Nairobi, concluse il 12 agosto, la segretaria esecutiva della CBD, Astrid Schomaker, ha avvertito che l’attuazione non procede al ritmo e alla scala necessari. Mentre alcune azioni di conservazione mostrano sforzi promettenti, i ritardi si concentrano dove servono gli strumenti per attuare gli impegni: ancora una volta, il nodo sono i soldi.

La finanza per la biodiversità

Nel 2024 lo stallo sulla finanza aveva fatto arenare la COP16 di Cali, e l’anno scorso i lavori sono ripresi a Roma con un compromesso: una struttura permanente per il meccanismo finanziario, che per ora opera dentro il Global Environment Facility (GEF). La scelta su dove collocare il fondo è stata rimandata alla COP17 e alla COP18, mentre resta aperta anche l’ipotesi di un nuovo ente da rendere operativo entro il 2030. Per un approfondimento su quel passaggio, è disponibile la nostra analisi della COP16.

Gli obiettivi di finanza per la biodiversità stabiliti a Montreal nel dicembre 2022 sono due. Il primo prevede di mobilitare almeno 200 miliardi di dollari all’anno da tutte le fonti entro il 2030, di cui almeno 30 miliardi di finanza internazionale dai Paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo. Il secondo, un passo intermedio, prevedeva almeno 20 miliardi all’anno di finanza internazionale entro il 2025. Secondo le stime dell’OCSE per il periodo 2023-2025, la finanza pubblica internazionale si attesta a 16,1 miliardi di dollari all’anno: la scadenza del 2025 è quindi ormai passata senza raggiungere la quota prefissata.

Il quadro complessivo resta distante dai target. Sempre secondo l’OCSE, la finanza globale per la biodiversità vale tra 74,9 e 92,4 miliardi di dollari all’anno (media 2023-2025), sommando fonti pubbliche e private, nazionali e internazionali. Siamo al di sotto della metà dei 200 miliardi previsti per il 2030, sebbene l’OCSE avverta che, per lacune e incompletezze nei dati dei singoli Paesi, la cifra reale sia probabilmente più alta.

Un segnale politico e operativo è arrivato anche dal GEF. Il nono rinnovo delle risorse (GEF-9), approvato a giugno a Samarkand, per il periodo 2026-2030 si ferma a 3,9 miliardi di dollari, mentre il GEF-8 ne aveva 5,3. È oltre un quarto in meno, e il GEF è il meccanismo finanziario della Convenzione. Nuovi contributi possono ancora arrivare fino all’adozione della risoluzione finale. Per i dettagli, leggi la nostra analisi sul GEF-9.

Il Fondo Cali

Si tratta di uno strumento distinto rispetto al meccanismo finanziario principale. Istituito alla COP16 in Colombia, il Fondo Cali dovrebbe raccogliere contributi da chi usa le informazioni digitali di sequenza (DSI) sulle risorse genetiche, e metà delle somme dovrebbe andare ai bisogni di popoli indigeni e comunità locali. Adesso, il Fondo va reso davvero operativo.

Gli altri temi

Sul tavolo ci sono anche il monitoraggio dei target, la biologia sintetica, un nuovo Piano d’azione sul genere e i legami tra biodiversità, clima, agricoltura e specie invasive.

La delegazione di Italian Climate Network

Italian Climate Network seguirà i lavori a Yerevan con una delegazione in presenza. Saremo lì durante la seconda settimana, quando arrivano i maggiori rappresentanti politici dei vari Stati e si decide la partita più delicata.

La delegazione è composta da Marta Abbà, Giacomo Cozzolino, Alessandro Ferrari e Lorena Piccinini: come sempre troverete aggiornamenti sui nostri canali social, sul nostro sito e nella newsletter.

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