CIBI ULTRA-PROCESSATI: IL LEGAME TRA SALUTE E CLIMA SECONDO THE LANCET
La nuova Lancet Series sui cibi ultra-processati, pubblicata a novembre 2025, analizza il ruolo di questi alimenti su salute pubblica e ambiente. Nei Paesi ad alto reddito, i cibi ultra-processati rappresentano circa il 50% dell’alimentazione domestica, mentre nei paesi a basso e medio reddito il consumo è in rapida crescita. Il settore è dominato da alcune grandi corporation transnazionali, tra cui Nestlé, PepsiCo, Unilever e Coca-Cola, che processano su larga scala commodities come mais, grano, soia e olio di palma per trasformarle in un’ampia gamma di sostanze e additivi alimentari.
Impatto climatico e ambientale dei processati
La produzione di cibi ultra-processati si basa su una filiera che va dalla coltivazione intensiva alla trasformazione industriale fino al trasporto globale, con un utilizzo significativo di combustibili fossili in ogni fase. La Commissione EAT-Lancet 2025 ha esaminato il rapporto tra sistema alimentare e limiti planetari, rilevando che il settore è responsabile della violazione di cinque dei sette confini planetari già oltrepassati. I dati mostrano che quasi il 70% delle ecoregioni del pianeta ha perso oltre il 50% delle proprie aree naturali, in larga parte a causa dell’agricoltura intensiva che fornisce le materie prime per l’industria degli ultra-processati. In Italia, secondo i dati della FAO, il settore alimentare nel suo complesso è responsabile per circa il 32% delle emissioni climalteranti.
Le proiezioni indicano che con l’attuale traiettoria – basata sul costante aumento della produzione agricola e sulla conversione di foreste in terreni agricoli, con una crescita prevista del 33% delle emissioni del settore – gli impatti ambientali continueranno ad aumentare. A questo si aggiunge l’impatto del packaging in plastica, presente in modo diffuso nei prodotti ultra-processati, che contribuisce all’inquinamento di oceani, suoli e catene alimentari.
La Commissione EAT-Lancet ha calcolato che una trasformazione del sistema alimentare globale potrebbe ridurre le emissioni previste del 60% rispetto ai livelli del 2020.
L’adozione della cosiddetta dieta planetaria, che riduce il consumo di prodotti ultra-processati a favore di alimenti freschi e minimamente lavorati, potrebbe dimezzare le emissioni di gas serra del settore alimentare.
Impatto sulla salute diretto e indiretto dei processati
La letteratura scientifica documenta un’associazione tra il consumo elevato di cibi ultra-processati e alcune patologie croniche, come obesità, malattie cardiovascolari e diabete di tipo 2. The Lancet evidenzia che il consumo di questi alimenti rientra spesso in un pattern alimentare complessivo, in cui cibi freschi e minimamente lavorati vengono sostituiti da alternative industriali che, insieme all’interazione tra multipli additivi, producono effetti negativi sulla salute. Come riporta l’analisi, “questi prodotti sono aggressivamente commercializzati e ingegnerizzati per essere iperpalatabili, stimolando il consumo ripetuto e spesso sostituendo cibi tradizionali ricchi di nutrienti”.
I cibi ultra-processati sono caratterizzati dalla presenza di additivi sensoriali che modificano texture, sapore e aspetto. Questi additivi, combinati con concentrazioni elevate di zuccheri, sale e grassi, creano prodotti che ne stimolano il consumo ripetuto. Il settore genera ricavi considerevoli che sostengono l’espansione e finanziano attività di lobbying per contrastare i tentativi di regolamentazione.
La Commissione EAT-Lancet 2025 ha quantificato i potenziali benefici di un cambiamento nel modello alimentare: l’adozione globale della dieta planetaria potrebbe prevenire 15 milioni di morti premature ogni anno. Solo negli Stati Uniti, il 31% delle morti premature in età adulta potrebbe essere evitato. Studi di coorte mostrano che seguire la dieta planetaria riduce la mortalità per tutte le cause del 28%, con una diminuzione dell’incidenza di diabete, malattie cardiache, obesità e diversi tipi di cancro. Il modello ha mostrato anche effetti protettivi sul declino cognitivo e sull’invecchiamento.
Inoltre, esiste una dimensione di disuguaglianza sociale nell’impatto sanitario. Il consumo di prodotti ultra-processati tende infatti a essere più elevato tra le persone in condizioni economiche difficili, a cui il settore garantisce prezzi molto accessibili. Purtroppo, le fasce della cittadinanza con minori risorse affrontano difficoltà maggiori nell’accesso a un cibo nutriente, salutare e di qualità. La Commissione EAT-Lancet 2025 rileva che circa un terzo della popolazione è responsabile di oltre il 70% dell’impatto ambientale del cibo.
La dieta planetaria e i benefici per il pianeta
La dieta planetaria, come definita dalla Commissione EAT-Lancet 2025, è un framework adattabile alle tradizioni culturali e ai sistemi alimentari locali. Il modello si caratterizza per un contenuto elevato di cereali integrali, legumi, frutta, verdura e frutta secca, con quantità moderate di pesce, latticini e uova, e basse quantità di carne rossa. L’obiettivo è nutrire 9,6 miliardi di persone entro il 2050 riducendo l’impatto ambientale del sistema alimentare.
Secondo i calcoli della Commissione, questa trasformazione potrebbe apportare numerosi benefici ambientali, dimezzando le emissioni di gas serra del settore alimentare e riducendo l’impronta carbonica dell’alimentazione. Gli effetti positivi si estenderebbero anche alla protezione degli ecosistemi sotto pressione dall’agricoltura intensiva, alla riduzione della deforestazione legata alla domanda di commodities e alla preservazione della biodiversità. La Commissione stima inoltre benefici economici per 5 trilioni di dollari l’anno attraverso il ripristino degli ecosistemi, la riduzione dei costi sanitari e la mitigazione della crisi climatica.
La realizzazione di questo scenario richiede tuttavia cambiamenti sostanziali nel sistema alimentare. La Commissione suggerisce di reindirizzare i sussidi agricoli verso produttori diversificati che creino cibi minimamente processati, di provenienza locale e accessibili. La tassazione sugli ultra-processati potrebbe aiutare a finanziare la produzione e l’accessibilità dei cibi integrali e minimamente processati, sostenendo le famiglie a basso reddito. La Commissione sottolinea che la transizione deve considerare l’equità: non deve aumentare le disuguaglianze di genere nella preparazione dei pasti, né l’insicurezza alimentare tra chi dipende da opzioni economiche.
La Lancet Series identifica le politiche necessarie: aggiungere marcatori ultra-processati come coloranti, aromi e dolcificanti ai modelli di profilazione nutrizionale, introdurre etichette di allerta obbligatorie, limitare il marketing rivolto ai bambini, restringere questi alimenti nelle istituzioni pubbliche e applicare tasse più elevate sui cibi ultra-processati. Il documento raccomanda anche di affrontare la concentrazione di mercato del settore con politiche antitrust più incisive, sostituire l’autoregolamentazione con regolamentazione obbligatoria e contrastare l’interferenza nei processi decisionali.
The Lancet conclude che “l’industria degli ultra-processati è emblematica di un sistema alimentare sempre più controllato da corporation transnazionali che priorizzano il profitto corporativo rispetto alla salute pubblica”. Il documento richiama la necessità di “una risposta globale coordinata, con politiche complete e reciprocamente rinforzanti” per trasformare i sistemi alimentari mondiali. Ma la trasformazione del sistema alimentare solleva questioni che vanno oltre le politiche pubbliche, e toccano il cuore del nostro modello economico.
Il vero costo del cibo: oltre il prezzo sullo scaffale
A questo proposito, un ulteriore spunto di riflessione è racchiuso nel libro Il cibo è politica di Fabio Ciconte, scrittore esperto di filiere alimentari, pubblicato nel 2025. L’autore ci invita a riflettere sul costo reale che dovrebbe avere il cibo e su quello che realmente ha. Per quanto accattivanti, i prezzi bassi spesso sponsorizzati dai supermercati, i vari sconti e le offerte non tengono minimamente conto dei costi reali – sanitari, ambientali e sociali – della produzione alimentare.
L’importo che paghiamo in cassa coprirà probabilmente il costo della produzione, trasformazione, marketing e distribuzione del cibo, ma certamente non include i costi sanitari legati alla produzione alimentare. Secondo dati ISPRA, l’allevamento industriale nell’Unione Europea da solo è responsabile di circa il 90% delle emissioni di ammoniaca, uno dei principali inquinanti atmosferici che ogni anno causano migliaia di morti. Anche l’elevato consumo di cibi ultra-processati ha una ricaduta sui costi sostenuti dalla sanità pubblica, in quanto è associato a un rischio maggiore di sviluppare malattie cardiovascolari, obesità e diabete: tutte spese che non emergono dal prezzo finale di un alimento.
Ci sono poi i costi legati alla perdita di biodiversità vegetale dovuta all’industrializzazione dell’agricoltura, che oggi predilige monocolture costituite da poche varietà economicamente vantaggiose; a questo dovremo sommare gli effetti dell’utilizzo dei pesticidi sugli insetti impollinatori e sulla fauna selvatica in generale. Per quanto riguarda il costo sociale della produzione alimentare, infine, andrebbe considerata la remunerazione della manodopera, che, soprattutto nelle regioni del Sud Italia, è spesso inadeguata.
Considerando tutti questi costi, dunque, quale dovrebbe essere il reale prezzo del cibo? Alcune ricerche sostengono che potrebbe addirittura raddoppiare. A questo punto sorge spontanea un’altra domanda: che percentuale della popolazione potrebbe davvero permettersi un cibo più equo e sostenibile? Questa, secondo lo scrittore, è la sfida più complessa del sistema alimentare attuale. Per essere davvero sostenibile, un alimento dovrebbe essere sano, a ridotto impatto ambientale e sociale, ma dovrebbe anche mantenere un prezzo finale che lo renda accessibile a tutti. Oggi ci sono le condizioni per coniugare questi due elementi? La carenza di tempo dovuta ai ritmi della quotidianità e le difficoltà economiche di molte famiglie rendono difficile l’acquisto sistematico di prodotti sostenibili.
Eppure, quanto spesso leggiamo articoli o ascoltiamo programmi televisivi che forniscono consigli su come inquinare di meno, mangiare più sano, ridurre gli sprechi, usare meno imballaggi in plastica? Tutti suggerimenti utili, che vanno tenuti in considerazione nei propri comportamenti quotidiani. Ma davanti alle problematiche ambientali che ci troviamo ad affrontare oggi, concentrare la responsabilità sullo stile di vita del singolo cittadino appare una soluzione parziale. Un dato citato nel libro è emblematico: il 70% delle emissioni globali di gas serra è prodotto da appena un centinaio di aziende. Le scelte individuali contano, ma la trasformazione del sistema alimentare richiede interventi strutturali che solo la politica e la regolazione dei mercati possono realizzare.
Proprio ai cibi ultra-processati e al loro impatto ambientale è dedicato anche il nuovo libro di Alessandro Franceschini Non è cibo. L’invasione degli ultra-processati. Come l’industria ha rimpiazzato il cibo autentico. E come possiamo riprendercelo, edito da Altreconomia. Il suo testo offre numerosi spunti per aumentare la propria consapevolezza rispetto a ciò che arriva e mettiamo sulle nostre tavole e illustra come sia possibile liberarsi dal cibo ultra-processato, recuperando in salute e senza rinunciare al gusto.
Articolo a cura di Marta Abbà e Rossella De Poi, volontarie di Italian Climate Network.
