LA TRANSIZIONE ECOLOGICA DEGLI IMBALLAGGI: ELIMINARE I PFAS PER PROTEGGERE LA SALUTE E IL CLIMA
La persistenza dei Pfas tra sicurezza alimentare e crisi climatica: verso il divieto Ue del 2026 e la transizione a materiali bio-based a basso impatto.
I PFAS, acronimo che indica le sostanze per- e poli-fluoroalchiliche, sono un gruppo vasto ed eterogeneo di composti chimici prodotti dall’uomo.
Queste sostanze trovano largo impiego in vari settori industriali: sono utilizzate per esempio nei tessuti per abbigliamento tecnico, le troviamo nei rivestimenti delle padelle, in alcune formulazioni cosmetiche, nelle schiume antincendio e anche nei più comuni imballaggi per alimenti, specialmente quelli cartacei.
La loro utilità sta nel fatto che posso conferire ai materiali proprietà idrorepellenti, antimacchia e antiaderenti. Da un punto di vista chimico, infatti, i PFAS sono costituiti da una catena di lunghezza variabile di atomi di carbonio legati ad atomi di fluoro. I legami carbonio-fluoro rendono la molecola estremamente stabile al calore e chimicamente inerte.
Inoltre, la maggior parte dei PFAS possiede un gruppo funzionale acido, che li rende simili a tensioattivi. Grazie a questa peculiare struttura, i PFAS fungono da “barriera” nei confronti dell’acqua e delle sostanze oleose.
Un grosso problema di inquinamento ambientale
In Italia i PFAS hanno acquisito notorietà circa una decina di anni fa, quando il Veneto fu teatro di uno dei casi più gravi al mondo di inquinamento ambientale. Responsabile del disastro fu l’azienda Miteni di Trissino (VI), oggi chiusa, che per decenni ha sversato nelle falde acquifere locali i propri scarti di produzione. Non si tratta di un caso isolato, purtroppo: altri esempi eclatanti di inquinamento sono stati registrati in Ohio, Cina, Belgio, Olanda e Francia.
Una volta liberati, i PFAS si muovono facilmente nell’atmosfera e nei corpi idrici, tramite cui riescono a percorrere lunghe distanze, diffondendosi nel suolo e nel bioma.
Contaminazioni da PFAS sono state rinvenute anche in distretti naturali molto distanti dai luoghi di produzione e utilizzo, come il monte Everest o le Isole Svalbard. Essendo molecole molto stabili, difficilmente vengono degradate da agenti chimici e microbici, pertanto tendono ad accumularsi nell’ambiente e negli organismi viventi. Concentrazioni molto elevate di PFAS sono state registrate in prossimità degli impianti produttivi, dove a essere particolarmente esposte sono le specie acquatiche ed aviarie.
In Italia, per esempio, livelli elevati di PFOA e del composto C6O4 sono stati individuati nelle uova di alcuni uccelli selvatici nelle vicinanze dello stabilimento situato a Spinetta Marengo (AL). La presenza di PFAS è stata registrata anche in alcune specie di pesci che vivono nel fiume Po, e il PFOS è risultato essere il composto prevalente nonostante sia soggetto a limitazioni di uso e produzione dal 2009.
Anche una volta cessata la produzione industriale, queste sostanze possono persistere nell’ecosistema per decenni. Ciononostante, i PFAS, prodotti fin dagli anni ‘40 del secolo scorso, continuano ancora oggi a essere utilizzati in tutto il mondo.
I PFAS hanno un impatto anche sul clima
Un aspetto ancora poco studiato è l’impatto ambientale dovuto al processo di produzione dei PFAS e in particolare al rilascio in atmosfera di molecole fluorurate volatili.
Queste sostanze vengono utilizzate come materie prime, oppure sono generate come sottoprodotti di sintesi. Ne sono un esempio il trifluorometano e il diclorofluorometano, due residui della produzione del PTFE. Il trifluorometano è un potente gas serra con un potenziale di riscaldamento globale 12.400 volte superiore a quello della CO₂. Secondo le stime, nel 2018 solo per la produzione di PTFE sarebbero state emesse circa 1800 tonnellate di questo sottoprodotto. Il diclorofluorometano, invece, è una molecola dannosa per lo strato di ozono.
Può sembrare un paradosso (di fatto lo è), ma se da un lato la produzione di PFAS determina l’emissione di gas serra climalteranti, dall’altro questi composti vengono anche utilizzati in applicazioni che supportano la transizione verso un’economia green. Tra queste troviamo per esempio batterie al litio, pannelli solari e semiconduttori. Al momento, purtroppo, per questi prodotti non sono disponibili alternative migliori.
Gli effetti sulla salute umana
La consapevolezza sugli effetti dell’esposizione a PFAS per gli esseri umani è arrivata tardi, quando la contaminazione era ormai diffusa. Oggi sappiamo che queste sostanze hanno affinità per le proteine, incluse alcune proteine del sangue, a cui si legano e tramite cui si diffondono nell’organismo.
Negli esseri umani i PFAS sono stati individuati in varie matrici biologiche, inclusi il sangue, la placenta, il latte materno, il cordone ombelicale, i capelli e il liquido seminale.
Gli studi epidemiologici condotti sulla popolazione esposta hanno rivelato alterazioni nello sviluppo dei bambini, problemi di infertilità, disfunzioni a carico della tiroide, un maggiore rischio di insorgenza del cancro, malfunzionamenti nel sistema immunitario e ipercolesterolemia.
Le persone introducono i PFAS nel loro organismo principalmente attraverso quello che bevono e mangiano – per lo più tramite acqua contaminata e alimenti di origine animale. Un fattore di rischio importante è anche il rilascio di questi composti dal packaging degli alimenti: proprio su questo aspetto, e sulle misure normative per contrastarlo, ci focalizzeremo nei prossimi paragrafi.
Le leggi sui PFAS in Europa e Italia: focus sull’uso alimentare
L’Unione europea sta intensificando la lotta contro i PFAS con misure che puntano a limitarne l’uso in applicazioni sensibili come il packaging alimentare, dove questi composti conferiscono resistenza all’acqua e ai grassi. Per ridurre i rischi ambientali e sanitari di cui abbiamo parlato, a gennaio 2026 entrerà in vigore la normativa chiave, il Regolamento sulla Packaging and Packaging Waste (PPWR, EU 2025/40), che introduce un divieto specifico sui PFAS nei materiali a contatto con gli alimenti a partire dal 12 agosto 2026.
Secondo l’articolo 21 del regolamento, non sarà più possibile immettere sul mercato UE imballaggi alimentari contenenti PFAS oltre certe soglie: 25 parti per miliardo (ppb) per qualsiasi PFAS individuale, 250 ppb per la somma di tutti i PFAS e 50 parti per milione (ppm) per altri parametri. Questo colpisce prodotti come involucri per fast-food resistenti al grasso, bicchieri di carta, scatole per pizza, sacchetti per popcorn da microonde e cannucce, inclusi ausiliari di lavorazione fluoropolimerici, anche se non aggiunti intenzionalmente.
Il divieto fa parte di una strategia più ampia per proteggere la salute pubblica e l’ambiente, motivata da evidenze scientifiche che legano i PFAS a contaminazioni persistenti in suolo, acqua e catena alimentare. In vigore già dal 2020, il Regolamento REACH (Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemicals) ha limitato specifici PFAS come PFOA e PFOS, ma una proposta di restrizione più vasta – presentata nel 2023 da Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia – mira a bandire oltre 10.000 PFAS in tutti i settori, inclusi gli imballaggi alimentari. Questa restrizione, attesa per l’approvazione finale entro il 2026-2027, amplierebbe il divieto attuale, con deroghe solo per usi essenziali dove non esistono alternative.
La situazione in Italia
L’Italia sta affrontando una grave crisi di contaminazione da PFAS, particolarmente concentrata nel Veneto, dove è emersa una delle più estese contaminazioni idriche d’Europa. L’area tra le province di Vicenza, Verona e Padova è stata colpita da inquinamento delle falde acquifere che ha interessato oltre 300.000 persone. La contaminazione è stata attribuita principalmente agli scarichi industriali di impianti di produzione di sostanze chimiche fluorurate.
Il Governo italiano ha risposto con misure specifiche: nel 2020 sono stati introdotti limiti più stringenti per i PFAS nell’acqua potabile anticipando le direttive europee. La Regione Veneto ha implementato un piano di monitoraggio sanitario sulla popolazione esposta e ha avviato interventi di bonifica e filtrazione delle acque. Studi epidemiologici condotti dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e dalle università locali hanno documentato correlazioni tra esposizione a PFAS e aumenti di colesterolo, disturbi tiroidei e potenziali effetti cancerogeni.
Sul fronte del packaging alimentare, l’Italia recepirà il Regolamento PPWR come tutti gli Stati membri, e diverse aziende italiane del settore alimentare stanno già adottando soluzioni PFAS-free in anticipo rispetto alle scadenze normative. Il Ministero della Salute ha intensificato i controlli sui materiali a contatto con alimenti, in linea con il Regolamento (CE) n. 1935/2004.
In Europa, Paesi come la Danimarca hanno già vietato i PFAS negli imballaggi alimentari dal 2020, mentre la Svezia e la Germania spingono per test obbligatori. Negli Stati Uniti, citati come benchmark, stati come California e New York hanno introdotto divieti simili dal 2023, influenzando anche le politiche UE.
I produttori e importatori europei devono ora fornire dichiarazioni di conformità ai sensi del Regolamento (CE) n. 1935/2004 sui materiali a contatto con alimenti, con sanzioni per mancata compliance che possono arrivare a multe milionarie. Come sottolinea un rapporto della European Chemicals Agency (ECHA), “la persistenza dei PFAS supera i benefici, rendendo urgente un approccio di gruppo per evitarne la sostituzione con varianti altrettanto dannose”.
È possibile sostituire i PFAS?
Mentre le restrizioni si inaspriscono, il mondo scientifico sta accelerando la ricerca di alternative sicure ai PFAS negli imballaggi alimentari, focalizzandosi su materiali bio-based e sostenibili che mantengano le proprietà di barriera senza comportare rischi per la salute.
Uno studio pubblicato su Environmental Science & Technology nel 2024 mappa 68 PFAS rilevati in materiali come carta, plastica e metalli rivestiti, sottolineando la necessità di gestione secondo categoria. Gli autori, tra cui Drake W. Phelps e Lindsey V. Parkinson, propongono strategie come restrizioni globali e transizioni a imballaggi PFAS-free, citando esempi di aziende come McDonald’s e Chipotle che hanno eliminato i PFAS dal 2020-2023. Il paper evidenzia anche alternative come fibre modellate PFAS-free, già certificate dal Biodegradable Products Institute (BPI), e raccomanda l’uso del concetto di “essential use” per fasi di eliminazione mirate.
Un’analisi pubblicata su Comprehensive Reviews in Food Science and Food Safety esplora sostituti bio-based per rivestimenti alimentari, inclusi polisaccaridi e proteine derivate da fonti naturali, che offrono una resistenza simile ai PFAS all’olio e all’acqua. I ricercatori propongono innovazioni come nanocellulosa e chitina, testate in laboratorio per imballaggi compostabili, riducendo la migrazione chimica del 90% rispetto ai PFAS.
Nel campo delle risorse rinnovabili, uno studio pubblicato su Resources, Conservation and Recycling confronta i PFAS con rivestimentibio-based per prodotti a base di fibra, come la carta per alimenti. Gli autori calcolano che, sebbene i PFAS costino solo 0,00012 dollari al metro quadro, alternative bio-based (da 0,015 a 0,98 dollari) sono scalabili e già adottate da grandi industrie della carta, con un potenziale risparmio sociale considerando i costi ambientali dei PFAS. Lo studio enfatizza transizioni basate su prestazioni calibrate sull’uso specifico dimostrando che, per i prodotti monouso, le proprietà dei PFAS sono spesso sovradimensionate.
Un’altra ricerca su Current Opinion in Food Science discute la migrazione dei PFAS negli alimenti, spingendo per alternative come polimeri naturali, ma nota lacune nei dati sull’esposizione umana, sottolineando la necessità di test di tossicità per nuovi materiali.
Sul fronte industriale, l’organizzazione FIDRA ha premiato Delipac per il suo cartone Smart-Safe© PFAS-free e plastic-free, certificato ISO per riciclabilità e compostabilità. Usandolo per pasti pronti e cibo da asporto, Delipac ha dimostrato che esistono già alternative ai prodotti che contengono PFAS. La ricerca scientifica e le innovazioni industriali dimostrano che sostituire i PFAS negli imballaggi alimentari è non solo necessario, ma già fattibile: materiali bio-based come nanocellulosa, polisaccaridi e fibre modellate offrono prestazioni barriera adeguate per molte applicazioni monouso, e ci sono già aziende che producono soluzioni certificate PFAS-free, plastic-free, riciclabili e compostabili, adottate da retailer attenti alla sostenibilità. Con il divieto PPWR in vigore dal 12 agosto 2026 (Regulation (EU) 2025/40, Article 21), che proibisce PFAS oltre soglie precise (25 ppb singolo, 250 ppb somma, 50 ppm fluoro totale) nei materiali a contatto alimentare, la transizione accelera: le alternative scalabili riducono drasticamente la migrazione chimica e i rischi sanitari/ambientali, rendendo obsoleti i rivestimenti fluorurati – sovradimensionati e costosi in termini sociali. La scienza ha aperto la strada, ora tocca a industria e mercato percorrerla pienamente.
Articolo a cura di Marta Abbà e Rossella De Poi, volontarie di Italian Climate Network.
