clima sicurezza
25
Giu

SE LA TERRA BRUCIA, LA SICUREZZA TREMA

  • Il clima non crea guerre da solo, ma demolisce l’economia rurale e la coesione sociale, aprendo la strada a infiltrazioni criminali ed estremiste laddove lo Stato è assente.
  • Il crollo dei raccolti e le rotte alterate della transumanza scatenano scontri per l’acqua e la terra. Queste tensioni di prossimità diventano il bacino di reclutamento ideale per il terrorismo.
  • I confini militarizzati non fermano la desertificazione o la fame. La sicurezza del futuro si garantisce investendo in adattamento agricolo e gestione condivisa delle risorse naturali.

La geopolitica tradizionale legge i conflitti attraverso la lente dei movimenti di truppe, delle alleanze militari e delle rivendicazioni ideologiche. Esiste, però, una dimensione progressiva che sta ridefinendo le mappe dell’instabilità globale: quella dei moltiplicatori di minacce ambientali. La crisi climatica non si limita a modificare i termometri o a fondere i ghiacciai, ma agisce come un catalizzatore in grado di esacerbare le tensioni sociali, erodere la governance territoriale e creare un terreno fertile per l’estremismo violento.

Il caso dell’Africa occidentale: oltre la sicurezza militare

Un esempio di come queste dinamiche operino prima ancora che esploda una guerra dichiarata emerge dallo studio condotto tra il 2024 e il 2025 dai ricercatori della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa nell’ambito del progetto REJOWA (Resilience to the Expansion of Jihadist Organizations in West Africa). La ricerca evidenzia che lo slittamento dei calendari meteorologici e l’aumento delle temperature compromettono i rendimenti di colture cardine come il mais, riducendo la disponibilità di terra coltivabile e alterando le tradizionali rotte della transumanza.

In assenza di corridoi di passaggio definiti, l’incontro tra agricoltori stanziali e pastori nomadi si trasforma in scontro per l’accesso ai punti d’acqua. Queste frizioni locali rappresentano spesso un canale d’accesso per i gruppi estremisti, che si inseriscono nelle faglie comunitarie offrendo protezione alle minoranze e forme di giustizia alternativa. 

Non esiste un legame deterministico e diretto tra un grado in più sul termometro e la nascita di una cellula terroristica, ma si assiste a un processo di erosione della coesione sociale mediato dal fallimento della governance ambientale.

La vulnerabilità planetaria e i sistemi a doppio rischio

Il quadro tracciato in Africa occidentale trova riscontro nella letteratura internazionale, che descrive il cambiamento climatico come un fattore di destabilizzazione strutturale a livello globale. Lo studio geopolitico di International Alert, intitolato Climate Change, Peace and War illustra la mappa di questa vulnerabilità.

Secondo l’analisi, molti Paesi si trovano in una condizione di doppio rischio: gli impatti fisici del riscaldamento globale si sovrappongono a fragilità economiche e istituzionali preesistenti. In questi contesti, la perdita di produttività dei suoli e la scarsità idrica non colpiscono solo l’ecosistema, ma indeboliscono la capacità dei governi di fornire servizi di base, aumentando la probabilità di conflitti armati e di collassi istituzionali nel lungo periodo.

Dinamiche di instabilità rurale nel rapporto IPCC

L’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), nel capitolo sui sistemi alimentari e le aree rurali del suo sesto rapporto analizza come la variabilità delle piogge e gli shock termici agiscano da acceleratori di instabilità. Il report documenta che l’insostenibilità dei modelli agricoli di fronte al cambiamento climatico spinge le popolazioni rurali verso la povertà cronica.

Quando le istituzioni locali non riescono a gestire la redistribuzione delle risorse idriche e terriere, l’esclusione sociale e la marginalizzazione economica aumentano. Questo scenario riduce il costo opportunità del coinvolgimento in attività illegali o formazioni ribelli, rendendo le popolazioni più vulnerabili al reclutamento da parte di attori non statali.

Il collasso delle risorse nel Bacino del Lago Ciad

Un esempio storico di questa transizione è rintracciabile nell’analisi di UNDP (United Nations Development Programme) e Training for Peace sul Bacino del Lago Ciad. In quest’area, la combinazione tra aumento delle temperature e riduzione drastica degli specchi d’acqua ha causato il collasso delle attività di pastorizia e pesca, che costituivano la base dell’economia locale. La conseguente migrazione forzata di intere comunità ha generato forti pressioni demografiche nelle aree di accoglienza, innescando tensioni con i residenti storici. In questo contesto di deprivazione economica, le milizie estremiste di Boko Haram hanno trovato un bacino di reclutamento basato sul bisogno materiale e sull’offerta di sussidi finanziari alternativi a un’agricoltura non più praticabile.

Risposte strategiche e governance ambientale

Le evidenze internazionali indicano che la risposta al rischio securitario indotto dai cambiamenti climatici non può essere esclusivamente militare o incentrata sul controllo delle frontiere. Le strategie di difesa e i piani di cooperazione internazionale devono integrare l’adattamento ambientale all’interno dei quadri di stabilizzazione geopolitica.

Per prevenire l’avanzata di queste crisi invisibili, diventa necessario legare i fondi per la sicurezza al finanziamento dell’agricoltura sostenibile, alla regolamentazione della transumanza e alla gestione condivisa delle risorse idriche. Al contempo, gli strumenti di modellistica predittiva e le informazioni agroclimatiche devono essere utilizzati dalle agenzie governative come asset strategici per anticipare le aree a maggior rischio di tensione sociale dovuta a carenze alimentari, traducendo i dati scientifici in interventi di prevenzione sul territorio. 

Affrontare la sicurezza globale ignorando la crisi climatica è un’illusione ottica che i governi non possono più permettersi. Le armi e la militarizzazione dei confini non hanno alcuna efficacia contro la desertificazione, l’esaurimento delle falde acquifere o il crollo dei raccolti rurali. Un territorio che perde la capacità di nutrire la propria popolazione perde, inevitabilmente, la propria stabilità politica.

Se la comunità internazionale continuerà a declassare la transizione ecologica e la tutela delle risorse a problematiche puramente ambientali, slegate dalle politiche di difesa, si condannerà a rincorrere focolai geopolitici sempre più vasti e ingestibili. Nel XXI secolo, la vera dottrina della sicurezza non si misura dalla capacità di schierare contingenti, ma da quella di garantire la sussistenza della popolazione e preservare la coesione sociale della terra.

Articolo a cura di Marta Abbà, volontaria di Italian Climate Network

Foto di copertina: Pixabay 

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