BIODIVERSITÀ, A YEREVAN SI CONTANO GLI ETTARI. MA CHI LI PROTEGGE?
Popoli indigeni e comunità locali custodiscono una parte enorme della natura ancora intatta, ma nel primo bilancio globale sulla biodiversità restano quasi invisibili. La COP17 sulla biodiversità, in corso in Armenia, dirà se le promesse di Montréal valgono anche per loro.
- Solo un Paese su quattro si impegna a rispettare i diritti dei popoli indigeni sulla terra, e appena uno su sette a proteggere i difensori dell’ambiente.
- I fondi arrivano quasi sempre attraverso intermediari, e il Cali Fund ha ricevuto il primo contributo solo alla fine del 2025.
- A Yerevan si decide se le comunità indigene avranno un ruolo decisionale nella Convenzione.
Tra tutti i governi che quest’anno hanno inviato la propria relazione alla Convenzione sulla biodiversità, solo uno ha raccontato in modo completo cosa succede alle terre dei popoli indigeni dentro i suoi confini: chi le possiede, come vengono usate, se stanno cambiando. È uno dei dettagli meno citati del primo rapporto globale sullo stato dell’azione per la biodiversità, ma spiega meglio di qualunque slogan il problema che lunedì arriverà sul tavolo della COP17 di Yerevan.
Quelle terre non sono un dettaglio. I popoli indigeni gestiscono o hanno diritti su almeno un quarto delle terre emerse del pianeta, e quei territori coincidono per circa il 40% con le aree protette e i paesaggi ancora intatti, tra foreste primarie, savane e zone umide. Gli scienziati dell’IPBES, la piattaforma intergovernativa che studia lo stato della natura, hanno osservato che la natura si degrada più lentamente che altrove, pur essendo sotto una pressione crescente. In America Latina la FAO ha provato a misurare la differenza: dove le comunità hanno un titolo di proprietà riconosciuto,le foreste vengono abbattute fino a quasi tre volte meno che nelle aree vicine. Ma anche se riconoscere quel titolo costa pochi dollari per ettaro, quando i governi fanno i conti della tutela della natura chi la protegge meglio quasi non compare.
Alla COP17 sulla biodiversità, che si è aperta lunedì in Armenia, i Paesi della Convenzione sulla diversità biologica faranno il primo bilancio del Quadro globale approvato a Montréal nel 2022: 23 obiettivi da raggiungere entro il 2030, con una revisione a metà percorso che arriva adesso. Ed è proprio sul ruolo di chi abita quelle terre che il bilancio mostra alcune delle distanze più ampie tra le promesse e la realtà.
Le promesse sulla carta e quello che succede davvero
Sulla carta, il Quadro di Montréal è il testo più avanzato mai approvato dalla Convenzione su questo tema. L’obiettivo numero 22 chiede che popoli indigeni e comunità locali partecipino davvero alle decisioni sulla biodiversità, possano rivolgersi alla giustizia e accedere alle informazioni. Chiede che siano rispettati i loro diritti sulle terre, sui territori, sulle risorse e sulle conoscenze tradizionali, e che siano protetti i difensori dell’ambiente, persone che in molti Paesi rischiano la vita per opporsi a miniere, disboscamenti o grandi opere. Anche l’obiettivo più famoso, il “30×30”, cioè proteggere il 30% delle terre e dei mari entro il 2030, impegna i governi a riconoscere i territori indigeni e a rispettare i diritti di chi li abita. In Europa vale la stessa logica dei numeri: il regolamento sul ripristino della natura chiede interventi su almeno il 20% delle terre e dei mari dell’Unione entro il 2030.
Alla COP16 di Cali poi, i governi hanno aggiunto altri due tasselli. Hanno creato un organo permanente della Convenzione dedicato ai popoli indigeni, una richiesta che le loro organizzazioni portavano avanti da anni. E hanno lanciato il Cali Fund, un fondo alimentato dalle aziende che usano i dati genetici della natura per sviluppare farmaci, cosmetici o sementi. La regola fissata a Cali è chiara: metà delle risorse deve andare ai bisogni indicati dalle comunità stesse.
Il rapporto globale, costruito sulle relazioni nazionali consegnate all’inizio del 2026, racconta però come vengono applicate queste regole, e la fotografia è poco incoraggiante. Quasi tutti i Paesi scrivono di voler coinvolgere le comunità indigene nelle decisioni, ma molti meno si impegnano a garantire loro l’accesso alla giustizia o alle informazioni. Solo un Paese su quattro mette nero su bianco che vanno rispettati i diritti sulle terre e sulle conoscenze tradizionali. All’ultimo posto c’è la protezione dei difensori dell’ambiente, l’impegno più trascurato di tutto l’obiettivo: compare nei piani di appena un Paese su sette.
Con il “30×30” lo schema si ripete. La maggior parte dei governi ha deciso quanta superficie vuole proteggere, ma pochi dicono chi gestirà quelle aree, con quali regole e con quali diritti per chi ci vive. Il rapporto lo scrive in modo esplicito: gli aspetti quantitativi dell’obiettivo sono affrontati molto meglio di quelli qualitativi. Si contano gli ettari, non le persone. Davanti al silenzio dei governi sui dati, il rapporto ha dovuto ricorrere a fonti esterne. Ne risulta che poco più della metà dei territori indigeni ha un riconoscimento legale, anche se il 95% di quella terra è ancora allo stato naturale.
Ancora più eloquenti sono le ammissioni dei governi stessi. Diversi Paesi riconoscono che la partecipazione delle comunità spesso non si traduce in un vero potere decisionale e resta simbolica. Le comunità vengono consultate, a volte invitate ai tavoli, ma raramente decidono. Spesso il loro coinvolgimento dura quanto un singolo progetto e poi finisce, senza lasciare strutture o vie di consultazione stabili. In molti Paesi manca anche una garanzia di base, il consenso libero, preventivo e informato. Significa che una comunità dovrebbe poter dire sì o no a ciò che accade sul suo territorio prima che accada, e non a cose fatte. Dove questa garanzia non c’è, o non viene applicata sempre, la conservazione si fa sulle comunità invece che insieme a loro. Già dieci anni fa la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni denunciava sfratti e violazioni compiuti in nome della tutela ambientale, con parchi nazionali creati allontanando chi in quelle foreste viveva da generazioni.
Qualche esempio positivo esiste, e il rapporto lo mette in evidenza. In Nuova Zelanda l’agenzia per la conservazione e la comunità māori Te Roroa proteggono insieme le foreste di kauri, alberi millenari minacciati da una malattia, unendo la medicina tradizionale e la ricerca scientifica. In Russia le organizzazioni indigene del Nord hanno proposto un sistema di indicatori costruito a partire dalla vita delle comunità, compresi i percorsi di migrazione delle renne. In America Latina diversi Paesi hanno rafforzato il diritto all’informazione e alla giustizia ambientale attraverso l’Accordo di Escazú. Sono esperienze importanti, ma il rapporto le presenta come buone pratiche proprio perché restano eccezioni.
Cosa frena il cambiamento
La difficoltà più concreta riguarda il denaro. Secondo il rapporto, è proprio sulla finanza che la distanza tra riconoscimento e realtà si vede di più. Pochissimi Paesi hanno fondi dedicati, consistenti e prevedibili per le comunità indigene. Quasi sempre i soldi passano per ministeri, grandi ONG o agenzie internazionali, con tempi, moduli e criteri pensati per le istituzioni. Difficilmente sono adatti a una comunità della foresta amazzonica o delle steppe dell’Asia centrale, che magari non ha un ufficio amministrativo né un conto bancario intestato. Il risultato è che le comunità ricevono aiuti invece di gestire risorse proprie. Il Quadro di Montréal riconosce perfino le azioni collettive delle comunità come una forma di finanziamento per la natura, ma i dati raccolti sono così scarsi che il rapporto non riesce nemmeno a stimarne il valore.
Nemmeno il Cali Fund, nato per cambiare questa logica, è ancora partito davvero. A oltre un anno e mezzo dal lancio ha ricevuto il suo primo contributo solo alla fine del 2025. Le regole per distribuire alle comunità la metà che spetta loro devono ancora essere decise. Le aziende non sono obbligate a versare nulla, e finora quasi nessuna lo ha fatto.
Poi c’è la terra. Il rapporto indica tra i principali ostacoli le difficoltà legali nel definire i territori tradizionali e il fatto che le proprietà collettive e consuetudinarie siano raramente registrate. Senza un titolo riconosciuto, i diritti restano sulla carta e la partecipazione diventa una concessione che un governo può dare e poi ritirare. È qui che si gioca il senso del “30×30”: un obiettivo che conta solo le superfici protette può essere raggiunto anche allontanando chi quelle superfici le ha custodite fino a oggi.
C’è anche un problema di dati, meno visibile ma altrettanto pesante. Quello che non si misura non entra nei rapporti ufficiali, e oggi il contributo delle comunità alla tutela della natura è in gran parte assente dalle statistiche nazionali. Il rapporto solleva anche una questione delicata, la sovranità sui dati: chi raccoglie, conserva e controlla le informazioni sui territori indigeni, e con quale consenso?
L’ostacolo più difficile da sciogliere resta però quello politico. Lo ha mostrato la prima riunione del nuovo organo sui popoli indigeni, lo scorso ottobre a Panama, dove i governi non hanno trovato un accordo nemmeno sulle regole di funzionamento. La Russia, in particolare, vuole che i rappresentanti indigeni abbiano solo un ruolo di supporto, senza peso nelle decisioni. Altri governi si sono divisi su un punto di principio: se i territori indigeni vadano riconosciuti come qualcosa di diverso dalle aree protette gestite dagli Stati. Il Forum permanente delle Nazioni Unite sulle questioni indigene ha chiesto di smettere di accomunare popoli indigeni e “comunità locali” nella stessa formula, perché i loro diritti hanno basi giuridiche diverse, e anche su questo il confronto si è bloccato. Nel gergo dei negoziati, quasi tutti i testi usciti da Panama sono rimasti “tra parentesi quadre”, cioè ancora da concordare parola per parola.
La partita di Yerevan
Tutte queste questioni sono ora arrivate in Armenia, dove lunedì è iniziata la COP17 sulla biodiversità. Il programma della conferenza dedica un capitolo specifico ai popoli indigeni. La prima decisione riguarda proprio il loro ruolo dentro la Convenzione: partner a pieno titolo o ospiti da ascoltare? La risposta dirà molto sulla serietà degli impegni presi a Cali.
Sul tavolo ci sono poi le linee guida per riconoscere i territori indigeni e tradizionali nelle leggi nazionali, nella pianificazione del territorio e nelle valutazioni d’impatto delle grandi opere. Durante gli incontri preparatori la Norvegia ha proposto di collegarle esplicitamente al “30×30”. Se la proposta passasse, quell’obiettivo smetterebbe di essere un semplice conteggio di superfici e comincerebbe a dire qualcosa su chi quelle superfici le abita e le gestisce.
L’altra partita si gioca sui soldi. I negoziatori dovranno decidere come far arrivare i finanziamenti direttamente alle comunità, senza passare per una catena di intermediari. Il Gruppo africano ha chiesto di riservare ai popoli indigeni e alle comunità locali il 20% del fondo creato per attuare il Quadro globale. Nella sessione sui dati delle sequenze genetiche della biodiversità digitalizzati si discuterà anche di come rendere operativo il Cali Fund e di come distribuire la quota destinata alle comunità. Senza contributi reali da parte delle aziende, però, ogni regola di distribuzione resterà teorica.
La revisione globale, infine, si chiuderà con indicazioni che i governi potranno usare per aggiornare i propri piani nazionali prima del prossimo ciclo di relazioni, previsto per il 2029. Da lì passa la possibilità di colmare i vuoti più evidenti, a partire dalla protezione di chi difende l’ambiente e dal riconoscimento dei diritti sulla terra.
Lo stesso rapporto ammette che gli obiettivi globali non si possono raggiungere senza chi non siede nei governi. È una frase su cui, a ogni COP, tutti si dicono d’accordo: Yerevan mostrerà se diventerà qualcosa di concreto. Al 2030 mancano poco più di quattro anni e le domande da fare ai governi sono semplici. Quanti Paesi riconosceranno per legge i territori di chi già oggi protegge la natura meglio di altri? Quanti fondi arriveranno direttamente nelle mani delle comunità? Quanti governi inizieranno a tutelare chi difende la terra? Senza risposte chiare, il “30×30” resterà un numero sulle mappe, e le persone che quelle mappe le abitano continueranno a restarne fuori.
Articolo a cura di Marta Abbà, volontaria di Italian Climate Network.
Immagine di copertina: foto di COP17 Armenia
