25
Ott

COP17 BIODIVERSITÀ: LO STALLO SULLA FINANZA SPACCA I NEGOZIATI A YEREVAN

La prima settimana di negoziati della COP17 sulla biodiversità di Yerevan si è chiusa mostrando una profonda frattura geopolitica sul tema chiave della mobilitazione delle risorse finanziarie.

I primi sei giorni di lavori formali sono serviti a tracciare la linea di demarcazione tra i Paesi donatori e quelli considerati in via di sviluppo, riaccendendo uno scontro, già visto in precedenza, sull’architettura finanziaria globale che rischia di bloccare l’attuazione del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework (GBF).

Il lavoro nei Working Group e l’avvio delle trattative blindate

Le delegazioni giunte in Armenia hanno suddiviso l’agenda dei negoziati in due grandi tavoli di lavoro. I nodi più complessi, legati all’economia della natura e al finanziamento della conservazione, sono stati affidati al Working Group I. È all’interno di questo gruppo che si è discusso, fra l’altro, di mobilitazione delle risorse e meccanismi finanziari della Convenzione (CBD).

Fin dalle prime sessioni del Working Group I, si è manifestata l’impossibilità di trovare un accordo sui testi negoziali preliminari, e così la presidenza ha dovuto disporre il trasferimento immediato delle discussioni in gruppi di contatto a porte chiuse, nel tentativo di limare le bozze di decisione prima dell’arrivo della sessione di alto livello.

Il nodo del contendere: Target 19 e architettura finanziaria

La spaccatura emersa nei gruppi di contatto ruota attorno al rispetto del Target 19 del GBF, che impone di mobilitare almeno 200 miliardi di dollari all’anno per la natura entro il 2030, inclusi 30 miliardi di dollari all’anno di flussi internazionali dai Paesi ricchi a quelli in via di sviluppo.

Si fronteggiano due visioni diametralmente opposte:

  • Il blocco africano e la Russia: Supportati da diverse nazioni ad alta biodiversità, i Paesi africani chiedono impegni pubblici vincolanti, diretti, tracciabili e addizionali da parte dei Paesi sviluppati. La richiesta principale, già emersa negli anni precedenti, è quella di un fondo dedicato e permanente per la biodiversità sotto il controllo diretto della COP, ritenendo insufficienti e di difficile accesso gli strumenti attuali gestiti da istituzioni finanziarie occidentali.
  • La strategia dei Paesi donatori punta anche sulla diversificazione degli strumenti: mobilitazione di capitali privati, riforme dei sussidi dannosi per l’ambiente, finanziamenti agevolati tramite banche multilaterali di sviluppo e l’operatività del nuovo UN Cali Fund legato all’uso dei dati genetici.

I rappresentanti delle comunità locali e delle ONG hanno inoltre sollevato dubbi sull’eccessivo sbilanciamento verso la finanza privata, che rischia di diluire gli obblighi storici delle nazioni più ricche e di escludere le popolazioni indigene dai reali benefici economici della conservazione.

Cosa succede adesso?

La prima settimana si è conclusa senza che nessun governo abbia avanzato nuovi e significativi impegni finanziari.
Con i negoziati tecnici del Working Group I che passano ora la mano alla politica e l’apertura del segmento ministeriale, i governi dovranno dimostrare la volontà di trasformare in fondi reali i principi della Dichiarazione di Yerevan, adottata a metà ottobre 2026 durante il Summit “Leaders for Nature” (CBD-COP17). In tale sede, i leader mondiali hanno riconosciuto i ritardi globali nell’attuazione del Kunming-Montreal Framework, ribadendo l’urgenza di colmare il divario finanziario e l’impegno ad arrestare la perdita di biodiversità, ripristinare gli ecosistemi e tutelare il 30% di terre e mari entro il 2030. Senza una chiara traiettoria di finanziamenti pubblici e privati, questi obiettivi rischiano di rimanere solo sulla carta.

Articolo a cura di Giacomo Cozzolino, delegato di Italian Climate Network a Yerevan.

Immagine di copertina: foto di COP17 Armenia

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