COP17 BIODIVERSITÀ: A YEREVAN UN ACCORDO FUORI TEMPO MASSIMO, MA RESTANO INSOLUTI I NODI SULLE RISORSE FINANZIARIE
- La COP17 si è chiusa a Yerevan dopo una maratona notturna approvando lo Yerevan Pathway; il primo bilancio globale conferma però gravi ritardi sugli obiettivi al 2030, con solo il 19% di terre e il 10% di mari protetti.
- Nessun progresso vincolante è stato fatto per colmare il deficit finanziario di 700 miliardi di dollari all’anno né per riconsiderare i 2.400 miliardi di sussidi pubblici dannosi per l’ambiente.
- l Cali Fund, destinato a raccogliere risorse dalle aziende per l’uso delle informazioni genetiche della natura, ha incassato finora meno di 10.000 dollari.
- La prossima conferenza (COP18) si terrà nel 2028 a Quito, in Ecuador.
Si è conclusa nelle prime ore di sabato 31 ottobre la COP17 sulla biodiversità a Yerevan, in Armenia. Prevista per chiudersi venerdì 30 ottobre, la conferenza delle Nazioni Unite si è inoltrata in una maratona negoziale che si è protratta per tutta la notte, ed è terminata con l’approvazione dei testi principali oltre la scadenza ufficiale.
Ad appena quattro anni dal traguardo simbolico e cruciale del 2030, il vertice lascia in eredità un quadro agrodolce: da una parte l’adozione di decisioni chiave che salvano il percorso negoziale, dall’altra l’incapacità strutturale di colmare i profondi divari che minacciano la nostra capacità di proteggere in modo efficace la natura.
Il primo bilancio globale: accelerare, ma senza obblighi
Al centro dei lavori di Yerevan c’era il primo Global Review of Collective Progress, il bilancio globale sullo stato di attuazione degli obiettivi fissati a Montréal nel 2022 (il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework). I dati emersi tracciano una traiettoria preoccupante: a oggi le aree protette coprono soltanto il 19% delle terre ed il 10% dei mari, a fronte del target globale del 30% entro il 2030. Inoltre, meno della metà dei target nazionali risulta in linea con i programmi stabiliti.
Il documento finale approvato nell’ambito del cosiddetto Yerevan Pathway invita caldamente i Paesi ad accelerare le azioni di tutela, ma senza introdurre nuovi vincoli cogenti o sanzioni per chi resta indietro.
Finanza per la natura: lo stallo sul fondo e sui sussidi
Il vero scoglio della trattativa è stato ancora una volta il capitolo finanziario, dove il divario stimato per proteggere gli ecosistemi rimane drammatico: circa 700 miliardi di dollari all’anno. Inoltre, A fronte dell’obiettivo precedentemente stabilito di mobilitare 200 miliardi di dollari all’anno per la biodiversità, i dati aggiornati al 2024 rivelano che le risorse stanziate hanno raggiunto a malapena la metà della cifra prefissata.
Architettura dei contributi
L’architettura dei contributi al Global Environment Facility (GEF), meccanismo finanziario della CBD, è stata al centro di accesi negoziati alla COP di Yerevan, dove i Paesi sviluppati hanno tentato di ampliare la platea dei finanziatori aprendo alla partecipazione delle economie emergenti per colmare i deficit di bilancio. Tuttavia, il documento finale sulla mobilitazione delle risorse ha recepito questa spinta solo sotto forma di raccomandazione su base volontaria.
Sussidi dannosi
Nessun passo avanti sostanziale è stato compiuto per tagliare i circa 2.400 miliardi di dollari all’anno di sussidi pubblici che finanziano le fonti fossili, l’agricoltura intensiva e la pesca industriale. L’unico elemento di novità risiede in iniziative volontarie promosse dalla presidenza armena, tra cui la nascita della coalizione “Friends of Target 18” guidata da Colombia e Finlandia.
Genetica e aziende (Cali Fund)
Resta al palo anche il meccanismo globale per far pagare alle multinazionali l’uso delle sequenze d’informazione digitale sui dati genetici (DSI) di piante e animali. Progettato per raccogliere almeno un miliardo di dollari all’anno entro il 2030, a oggi ha incassato meno di 10 mila dollari e le linee guida operative per la distribuzione delle risorse ai Paesi in via di sviluppo e alle comunità indigene non sono ancora state definite.
Prossima fermata: Ecuador
Tra le ultime decisioni prese nella notte figura la scelta della sede per la prossima conferenza. Al termine di un voto segreto e tiratissimo (vinto per 55 voti a 53 contro Panama), è stato stabilito che la COP18 si terrà nel 2028 a Quito, in Ecuador.
Ad alcune ore dalla chiusura del vertice, i testi ufficiali non sono ancora integralmente accessibili (i documenti della COP17 possono essere consultati a questo link): li aspettiamo per analizzare più nel dettaglio la portata tecnica delle raccomandazioni approvate e vi diamo appuntamento ai prossimi approfondimenti per saperne di più.
Nel frattempo, possiamo dire che dopo questa lunga notte di Yerevan emerge un multilateralismo che continua a faticare: gli impegni formali tengono, ma i due nodi cruciali per la salvaguardia della biosfera – i finanziamenti reali e il taglio ai sussidi dannosi – restano drammaticamente irrisolti. Inoltre, i target del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework (GBF) restano ancora molto lontani, un ritardo strutturale reso ancora più grave dal mancato raggiungimento degli obiettivi finanziari.
Immagine di copertina: foto UNEP
