COP17, IL BILANCIO A UN PASSO DAL FINALE
A poche ore dal termine dei lavori, previsto per venerdì 30 ottobre, tra il lancio dello Yerevan Pathway e i progressi su foreste e genere, resta il grande scoglio della mobilitazione delle risorse finanziarie.
La COP17 sulla biodiversità è entrata nella sua fase più politica con l’arrivo dei leader il 27 e 28 ottobre: a confrontarsi, a Yerevan, circa 140 ministri e viceministri dell’ambiente e delle finanze. A poche ore dal termine dei lavori, che da agenda dovrebbero chiudersi venerdì 30 ottobre, rimangono aperti i dossier più complicati, come quello sulla mobilitazione delle risorse finanziarie (Target 19 del Global Biodiversity Framework) e sulla riforma dei sussidi dannosi (Target 18).
Fino a giovedì sera, momento in cui scriviamo questo aggiornamento, sono arrivati alcuni annunci da parte della presidenza armena, che ha sottolineato la mobilitazione di oltre 1,8 miliardi di dollari di impegni tra tutte le fonti, tra cui 400 milioni in più per il GEF e 60 milioni per il GBFF. Quest’ultimo ha superato il mezzo miliardo di dollari anche grazie al primo contributo di una città, Berlino.
Revisione globale dei progressi sulla conservazione della biodiversità
La prima grande “revisione globale” dei progressi lancia un forte campanello d’allarme. Nonostante il coinvolgimento politico senza precedenti degli ultimi anni, l’azione sul campo si sta muovendo a macchia di leopardo e a una velocità insufficiente. Il verdetto del testo negoziale è chiaro: senza un’accelerazione immediata, gli obiettivi globali fissati per il 2030 falliranno.
I dati ufficiali emersi a Yerevan evidenziano le fragilità della transizione ecologica. 129 Paesi abbiano inviato i propri rapporti, ma meno della metà dei target nazionali è in linea con le tabelle di marcia. Se l’estensione delle aree protette procede bene, restano drammaticamente indietro le misure strutturali, come la lotta alle specie aliene invasive, la riduzione dell’impronta dei consumi e l’integrazione della natura nelle politiche settoriali e nei bilanci nazionali.
Per scongiurare il collasso del piano, la presidenza della conferenza ha formalizzato il “Yerevan Pathway“, un percorso d’urgenza non vincolante per colmare i ritardi normativi, operativi e finanziari.
Mobilitazione delle risorse finanziarie per la biodiversità
Uno dei nodi più controversi della COP17 riguarda la mobilitazione delle risorse finanziarie per la biodiversità, incluso il funzionamento del meccanismo finanziario della Convenzione. La bozza di decisione su cui si è discusso giovedì presenta ancora ben otto opzioni alternative, che riflettono profonde divergenze sulla distribuzione dei costi finanziari.
Si va dal mantenimento dell’attuale lista di contributori, con eventuali adesioni volontarie, all’ampliamento in base a criteri economici, fino al rafforzamento dei soli impegni finanziari dei Paesi sviluppati, per le responsabilità storiche. Altre opzioni propongono soluzioni intermedie, rinviando i dettagli alle prossime Conferenze.
Molte di queste opzioni esprimono posizioni politiche incompatibili, rendendo difficile individuare una soluzione condivisa attraverso semplici modifiche al testo. Alcune proposte, ad esempio, mirano ad ampliare le responsabilità finanziarie, mentre altre si oppongono esplicitamente a qualsiasi redistribuzione degli obblighi attuali. Senza un confronto politico approfondito e una maggiore flessibilità dalle delegazioni, sarà arduo superare le divergenze con una semplice mediazione dell’ultimo minuto.
Diverse delegazioni sono preoccupate per la difficoltà di esaminare così tante alternative in poco tempo. La situazione è critica soprattutto per i Paesi con delegazioni ridotte, costretti a seguire più tavoli in parallelo. Con un solo giorno a disposizione, il rischio è che la fretta comprometta un confronto approfondito e inclusivo.
Per sbloccare lo stallo, giovedì la Presidenza armena ha convocato consultazioni ministeriali di alto livello co-condotte da Senegal e Svezia, affiancate da bilaterali. Nonostante il prolungamento del confronto, la Svezia ha riferito che esiste un stretto margine di consenso. La Presidenza ha quindi sospeso la discussione in plenaria (WG1), affidando ai “friends of chair” il compito di proseguire i negoziati sulla rimozione delle parentesi quadre nel preambolo e nell’allegato, senza riaprire il testo discusso a livello ministeriale.
Sussidi dannosi per la natura
Tra i temi su cui si è concentrata maggiormente l’attenzione qui a Yerevan c’è anche la riforma dei sussidi dannosi per la natura, un segmento su cui i negoziati hanno fatto registrare pochi progressi. Secondo l’UNEP, per ogni dollaro pubblico investito nella protezione della natura, circa 12 finiscono in sussidi dannosi per la biodiversità. La presidenza ha proposto di inserire nella Global Review un invito ad accelerare l’eliminazione o la riforma degli incentivi dannosi (la formula esatta è in via di definizione). Ha inoltre lanciato la piattaforma volontaria Friends of Target 18 – l’obiettivo del Global Biodiversity Framework dedicato alla riduzione e riforma degli incentivi e dei sussidi dannosi per la biodiversità e la promozione di incentivi positivi per la natura -, guidata da Colombia e Finlandia. In un’intervista per Materia Rinnovabile Claudio Barbaro, il sottosegretario del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, ha evidenziato che l’Italia ha già il proprio Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e per il momento non annuncerà nuovi contributi o iniziative.
Genere: approvata la revisione intermedia del Piano d’Azione
La revisione intermedia del Piano d’Azione di Genere 2023-2030 (doc. CBD/COP/17/L.2, Target 23 KMGBF) è tra le 14 decisioni approvate senza attriti nella prima plenaria. Il contesto resta però difficile: solo un quarto delle Parti coinvolge gruppi di donne nelle strategie nazionali (NBSAP) e appena il 12% intende farlo. Le organizzazioni femminili denunciano mancanza di risorse, ostacoli burocratici, digitali e rischi di violenza.
Il testo chiede di integrare l’approccio di genere in tutte le politiche per la biodiversità, di raccogliere dati disaggregati prima della COP19 e sollecita gli enti finanziatori (tra cui il GEF) a semplificare l’accesso diretto ai fondi per le donne. Il Women’s Caucus e lo Yerevan Pathway invocano parità, diritti e partecipazione reale, tema rilanciato anche dalla presidenza armena al Women Forum. Un esito non scontato dopo i tentativi statunitensi di bloccare i punti su genere e società civile alla COP17 sulla desertificazione a Ulaanbaatar.
Il Fondo Cali: tra innovazione e rivendicazioni delle Popolazioni Indigene e Comunità Locali
Durante queste due settimane di negoziati, molto si sta facendo per rendere operativo il Cali Fund, istituito alla COP16 per raccogliere e distribuire i benefici derivanti dall’utilizzo commerciale delle informazioni digitali sulle sequenze genetiche (Digital Sequence Information, DSI). Il fondo è fortemente innovativo poiché vincola l’uso commerciale dei dati genetici alla condivisione dei benefici con le comunità indigene e locali.
Rispetto all’obiettivo di un miliardo entro il 2030, però, finora il fondo raccoglie appena 8.989 dollari, mentre l’accesso anonimo ai dati genetici e i contributi volontari rendono opaca la tracciabilità di utenti e finanziatori. Le popolazioni indigene e le comunità locali chiedono un maggiore coinvolgimento nella gestione del fondo, rifiutando il ruolo di mere beneficiarie: accedere alle informazioni genetiche non garantisce un’equa redistribuzione economica. Senza un loro coinvolgimento diretto, infatti, il meccanismo rischia di replicare le storiche iniquità della biopirateria – con decisioni prese altrove su risorse proprie – vanificando il principio di giustizia riparativa.
Foreste e TFFF: il fondo per le foreste tropicali si avvicina alla soglia dei 10 miliardi
Sul fronte delle foreste, il protagonista della seconda settimana è stato il Tropical Forest Forever Facility (TFFF), lanciato dal Brasile alla COP30 di Belém. Annunciato lunedì, il contributo dell’Olanda (500 milioni) porta gli impegni a 7,8 miliardi: mancano 2,2 miliardi per raggiungere i 10 miliardi entro fine anno, condizione richiesta dalla Norvegia per confermare il proprio impegno.
Il meccanismo premia i Paesi con deforestazione sotto lo 0,5% annuo in base agli ettari conservati, destinando almeno il 20% delle risorse alle comunità locali. I Paesi sponsor investono capitale a lungo termine (target finale: 125 miliardi). In un anno il fondo è diventato operativo: Brasile e Norvegia co-presiedono il board presso la Banca Mondiale, il Lussemburgo ospiterà il fondo d’investimento e si aggiungono i fondi di Regno Unito (400 milioni di sterline) e Lussemburgo (50 milioni di euro).
Restano però tre nodi aperti: la raccolta, la sostenibilità del modello e i tempi. I pagamenti dipendono infatti dall’andamento dei mercati: non a caso la Norvegia ha posto come seconda condizione un livello di rischio finanziario accettabile. Quanto ai tempi, la Direttrice UNEP Inger Andersen ha chiesto di finalizzare rapidamente le regole operative, inclusi i pagamenti diretti alle comunità, e di trasformare le promesse in capitale versato: se tutto andrà come previsto, gli investimenti potrebbero partire nel 2027 e i primi pagamenti arrivare nel 2028-2029. Il prossimo banco di prova sarà la COP31 sul clima in Turchia a novembre, quando si capirà se la soglia dei 10 miliardi sarà raggiunta.
Il contesto politico aiuta: la rielezione di Lula è stata salutata a Yerevan come garanzia di continuità, mentre dai Paesi forestali è arrivata una richiesta chiara: il Perù ha chiesto che la quota destinata alle comunità sia distribuita con meccanismi trasparenti e partecipativi.
Articolo a cura della delegazione di Italian Climate Network alla COP17 di Yerevan, in Armenia: Marta Abbà, Giacomo Cozzolino, Alessandro Ferrari e Lorena Piccinini.
Immagine di copertina: Florian Fussstetter/ UNEP
