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MERCATI DELLE EMISSIONI: SU COSA SI NEGOZIA

Ai negoziati intermedi di Bonn si parla anche di come continuare nello sviluppo pratico di quanto previsto nell’Articolo 6 dell’Accordo di Parigi. L’Articolo 6 fornisce una triplice cornice d’azione per gli approcci cooperativi tra Paesi volti al raggiungimento dell’obiettivo di contenere l’innalzamento delle temperature medie globali. Una parte dell’Accordo di Parigi molto tecnica, ostica da seguire per la maggior parte degli osservatori ma con, potenzialmente, un impatto importante sulle principali filiere industriali del mondo.

Per approcci cooperativi si intende, in sintesi, accordi bilaterali di scambio di emissioni (come quello del 2021 tra Svizzera e Perù, Art.6.2); un nuovo sistema multilaterale, internazionale, a connettere gli esistenti mercati delle emissioni (ed eventuali volontari che vorranno entrare nella partita) secondo un nuovo sistema globale (ancora lontano dal realizzarsi, Art. 6.4); accordi tra Stati che non si basino su logiche di mercato (Art.6.8). Storicamente i negoziati sulle tre parti principali dell’Articolo 6 sono stati caratterizzati da indeterminatezza, almeno nei primi anni, quindi da un forte sbilanciamento dell’attenzione dei Paesi sviluppati sui commi 6.2 e 6.4 a dispetto degli approcci non di mercato e, come spesso accade nel mondo dei negoziati UNFCCC, da una scarsa attenzione all’adattamento rispetto alle politiche di mitigazione.

A COP26 erano stati fatti passi avanti sulle principali misure, nel tentativo di cominciare a dare delle regole a quello che dovrebbe essere uno dei cardini dell’Accordo di Parigi, appunto, il sistema di scambio volontario di crediti per emissioni tra Stati Membri, sia in via bilaterale che tramite il nuovo meccanismo globale, che va a sostituire il discusso Clean Market Mechanism in vigore sotto il Protocollo di Kyoto. Per capire l’importanza di queste discussioni basti pensare che, secondo stime recenti, l’implementazione del nuovo meccanismo di mercato potrebbe ridurre i costi di realizzazione delle promesse espresse a livello nazionale sul clima, gli NDC, di circa la metà al 2030, oppure facilitare la rimozione del 50% in più di emissioni sempre al 2030. Un potenziale fino ad oggi totalmente inespresso, visto il tergiversare nella definizione di regole e procedure.

Dei passi avanti fatti a Glasgow nel 2021, incluse soluzioni controverse su doppi conteggi e trasferimento di alcuni vecchi crediti di Kyoto nel nuovo sistema, avevamo parlato tempo fa in questa intervista. Durante questi intermedi estivi l’attenzione dei delegati si è, invece, concentrata proprio sulle regole del gioco. Si è parlato di unità di misura comuni, con alcuni Paesi in via di sviluppo a favore di una metrica unica per tutte le emissioni conteggiate, nella direzione delle tonnellate di anidride carbonica equivalente, l’unità di misura forse più diffusa ed intelligibile a livello globale. Si è iniziato a parlare operativamente anche del sostegno che i Paesi sviluppati dovranno garantire a quelli del Sud del mondo per poter efficacemente partecipare anch’essi in questi nuovi meccanismi, in particolare del bisogno di formazione, scadenze flessibili per i più poveri e fragili, supporto nella redazione dei report obbligatori e di una possibile esenzione per i Paesi più bisognosi da costi di registrazione e operazione durante i lavori. Nel gruppo di lavoro sul paragrafo 6.2 alcuni delegati si sono domandati, e rimane certamente una questione da risolvere, se gli assorbimenti di emissioni tramite tecnologie di cattura del carbonio siano conteggiabili o meno nel trasferimento di crediti da un Paese all’altro. Il tema rimane aperto verso COP27 e non escludiamo sorprese in negativo.

Nella giornata di sabato 11, infine, si è assistito ad un po’ di bagarre durante il negoziato su nuove modalità e procedure per implementare quanto previsto dall’Art. 6.8, ossia per quanto riguarda gli approcci cooperativi non di mercato. In assenza di definizioni chiare e punti di riferimento comuni, ogni volta che i facilitatori (in questo caso Arabia Saudita e Italia) provano a portare avanti con decisione un testo più avanzato alcuni altri Paesi rispondono richiamando l’ordine del giorno originario ed il mandato della sessione stessa, fermando quindi il processo. In questo caso, il passo avanti forzato consisteva nell’aver trasposto nel documento di lavoro ufficiale alcune dichiarazioni emerse durante i negoziati dei giorni precedenti, ed in particolare le proposte di istituire dei registri ad hoc, delle prime metodologie di monitoraggio ed altre misure organizzative; mentre il testo veniva respinto, altri Paesi continuavano ad alzare l’asticella proponendo l’istituzione di organi amministrativi di sostegno e cicli strutturati di sostegno. Insomma, un mezzo caos come spesso accade quando non vi è un consenso di base sulla sostanza del tema in esame – si pensi alla vicenda, ancora lontana dal vedere una conclusione, dei lavori su perdite e danni.

Articolo a cura di Jacopo Bencini, Policy Advisor e UNFCCC Contact Point Italian Climate Network

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