PRE-COP31: DALLE VOCI DEI DIMENTICATI ALLA TRANSIZIONE ENERGETICA, L’INVITO A SEDERCI “CON IL DISAGIO”
Al centro la finanza climatica e le energie rinnovabili, i forum pre-COP31 hanno anche messo nero su bianco la lista sempre più lunga delle vittime dei cambiamenti climatici nel Pacifico. Tra dichiarazioni multilaterali e impegni, i problemi sono molto chiari ma le soluzioni meno.
Le voci dei dimenticati, dagli agricoltori alle persone apolidi
Mentre la COP31 viene promossa come “la COP dell’attuazione”, la Pre-COP31 è stata quella dei dimenticati: il vertice ha visto in un ruolo centrale le comunità che finora sono rimaste ai margini della diplomazia climatica, non solo nel Pacifico. Come avevamo già evidenziato, la scelta della sede nel cuore del Pacifico per questo forum multilaterale è stata significativa, e altrettanto lo sono state le voci di chi ci vive: alcune sono state messe in risalto, resta da vedere quanto siano state ascoltate.
“No voice, no money” è lo slogan lanciato dalla Pacific Farmers Organisations alla Pre-COP di Nadi (Fiji) per denunciare come gli agricoltori familiari, pur producendo un terzo del cibo mondiale, ricevano solo lo 0,3% dei finanziamenti climatici. Per contrastare l’impatto della crisi climatica e la scarsa attenzione dei governi, la rete ha promosso un piano d’azione incentrato su educazione climatica, diversificazione delle colture e nuove tecnologie.
“Bussare alle porte del governo” è il motto di Uncle Pabai, tra i promotori dello storico caso Pabai Pabai & Anor v Commonwealth of Australia, in cui l’Alta Corte australiana ha stabilito che lo Stato non ha alcun obbligo di diligenza verso gli isolani dello Stretto di Torres per la negligenza climatica. Pur affrontando una grave erosione costiera e maree distruttive che minacciano la loro sopravvivenza, le comunità indigene continuano a essere ignorate dalla politica. Per difendere il proprio territorio ancestrale e far sentire la propria voce, gli Anziani della comunità (gli Elders, leader e custodi delle tradizioni) erano arrivati fino in Egitto durante la COP27 per incontrare il governo in quanto «portavoce del nostro popolo, del nostro mare, della nostra terra». Oggi continuano a lottare contro il disinteresse delle istituzioni australiane proprio mentre il Paese si candida a guidare la COP31, sintetizzato nel grido d’allarme della Dr. Aunty McRose Elu sul profondo nesso con l’ecosistema: «Il nostro oceano è spaventato».
Alla Pre-COP, la professoressa Radha Govil ha lanciato l’allarme anche sulle condizioni di chi non ha una nazionalità riconosciuta: il 90% dei 4,5 milioni di apolidi nel mondo risiede in Stati ad altissima vulnerabilità climatica. Per affrontare quest’emergenza, l’UNHCR ha presentato le Global recommendations on nationality and statelessness in the context of climate change: nove linee guida non vincolanti dirette sia a tutelare gli apolidi attuali, sia a prevenire nuovi casi causati dalla perdita dei documenti durante i disastri o dalla scomparsa stessa dei territori.
Il caso di Tuvalu evidenzia la complessa frattura tra teoria legale e realtà pratica. Da un lato, la Commissione del Diritto Internazionale (ILC) sostiene che uno Stato mantenga la propria sovranità e continuità giuridica anche di fronte alla perdita del territorio e della popolazione fisica, evitando così l’apolidia “sulla carta”.
D’altra parte, le raccomandazioni affrontano l’urgenza degli Stati in via di scomparsa come Tuvalu. Se un territorio sparisce, i suoi cittadini diventano apolidi? La Corte Internazionale di Giustizia ha chiarito che la perdita di territorio e popolazione non determina la perdita di statualità. Tuttavia, la diplomazia climatica non può ignorare il dramma di chi affronta questa incertezza legale. A dimostrazione della complessità del fenomeno, l’accordo Falepili Union Treaty prevede che l’Australia conceda solo 280 visti di residenza permanente all’anno ai tuvaluani, ma nel 2026 circa 8.700 persone (l’80% della popolazione ammissibile) hanno già fatto domanda per quei pochissimi posti.
Nel suo discorso al Vale ni Vanua, Miliana Iga (Pacific Youth Council) ha invitato i leader mondiali a «sedersi con il disagio», chiedendo loro di far modellare ai giovani il linguaggio delle decisioni sul clima. Un’urgenza ribadita dalla Dott.ssa Sharma (Pacific Islands Climate Action Network), che ha ricordato come il Pacifico sia stato trattato come «zona di sacrificio» e laboratorio del mondo, dai test nucleari nelle Isole Marshall fino ai test atmosferici nella Polinesia francese.
È proprio da questa storia di colonialismo nucleare che è nato il percorso promosso dai Pacific Islands Students Fighting Climate Change (PISFCC) verso il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia. Come sottolineato dal direttore Vishal Prasad, la diplomazia climatica non deve ridurre questo storico parere a una nota a piè di pagina. Di fronte agli attacchi alla scienza dell’IPCC e al tentativo di separarla dalla politica, la posizione dei giovani del Pacifico è netta: la scienza è chiara, così come la legge, che identifica il limite di 1,5 °C come obiettivo primario imperativo per i governi. Come ha ricordato Abdul Muffed Shaheed, le lotte e le storie delle comunità del Pacifico non sono semplice decorazione per i panel, ma chiedono un’azione immediata.
La transizione energetica
Le energie rinnovabili e i relativi finanziamenti sono stati il principale punto di convergenza tra Turchia e Australia durante la Pre-COP. Nel primo giorno dei lavori, il ministro dell’Ambiente turco, Murat Kurum, ha rilanciato la Global Electrification Initiative, puntando a portare l’elettricità al 35% del consumo energetico finale entro il 2035 e a potenziare i sistemi di accumulo. L’ultimo giorno, il ministro australiano Bowen ha invece presentato il Global Rooftop Solar Pledge (ispirato dal gruppo Solar Citizens), un piano per installare 300 milioni di pannelli solari sui tetti di tutto il mondo entro il 2030, basato su deregolamentazione e incentivi alle famiglie per ridurre i costi iniziali.
Questa spinta verso le rinnovabili nasconde però profonde contraddizioni per i Paesi del Pacifico e le comunità indigene, esclusi dai benefici della transizione. Nelle Isole dello Stretto di Torres, l’energia dipende ancora interamente dal gasolio e soffre le crisi di approvvigionamento globali. Un’infrastruttura fossile pesante accomuna gran parte della regione: secondo Zero Carbon Analytics, nel 2024 la dipendenza dal petrolio per produrre energia toccava il 91% nelle Isole Salomone, l’86% a Tonga, l’80% a Nauru e il 75% a Kiribati. L’ex presidente di Kiribati, Anote Tong, ha evidenziato l’incoerenza dell’Australia, denunciando come il governo continui a sovvenzionare nuove miniere di carbone, inviando un segnale opposto alle promesse di sostenibilità per il Pacifico.
Verso la COP31: il Pacifico avrà importanza?
Le dichiarazioni finali della Pre-COP31 a Fiji sembrano mostrare un impegno concreto dei leader verso la sopravvivenza dei Piccoli Stati Insulari (SIDS). Come evidenziato dal ministro australiano Chris Bowen, il vertice ha rappresentato un trampolino di lancio per dare voce a chi è rimasto a lungo inascoltato. In questo contesto, la visita dei delegati a Tuvalu ha assunto un valore simbolico e politico centrale. Qui è stata promossa la Taku Pakasoa Declaration: Strength in Unity, firmata da 30 Paesi, che richiama all’azione collettiva ed esorta gli Stati a presentare sollecitamente i propri Piani Nazionali sul Clima (NDC) per il 2035. Ad oggi, infatti, circa 45 Paesi non hanno ancora aggiornato i propri impegni, accumulando 18 mesi di ritardo rispetto alla scadenza di febbraio 2025.
Parallelamente, la strada verso la COP31 registra una battuta d’arresto sul piano scientifico. La 65ª sessione plenaria dell’IPCC ad Addis Abeba è stata sospesa senza un accordo sul calendario del Settimo Rapporto di Valutazione (AR7). La manovra di alcuni tra i maggiori Paesi emettitori mira a far slittare la pubblicazione dell’AR7 a dopo il 2028, privando così di dati aggiornati il secondo Global Stocktake dell’Accordo di Parigi. Questo ostruzionismo, definito «una manovra vergognosa» dall’inviata della COP31 Kristina Stege, si consuma proprio mentre l’imminente arrivo di Super El Niño minaccia di flagellare l’Oceania, confermando che per il Pacifico il tempo delle decisioni è ormai agli sgoccioli.
Articolo di Matteo Zorra, volontario di Italian Climate Network alla Pre-COP31 nelle Fiji.
Immagine di copertina: foto UNFCCC
