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Ott

COP17 SULLA BIODIVERSITÀ: L’EUROPA ALLA PROVA DELLA COERENZA

Ventidue obiettivi su ventitré fuori traiettoria. È il bilancio con cui i governi sono arrivati a Yerevan, in Armenia, dove lunedì 19 ottobre si è aperta la COP17 sulla biodiversità. Fino al 30 ottobre i negoziati dovranno affrontare, tra le altre, la questione di come colmare la distanza tra gli impegni presi nel 2022 e i risultati ottenuti finora. Al centro del vertice ci saranno le misure di implementazione, la finanza internazionale e la credibilità dei grandi attori, a partire dall’Unione europea.

A Yerevan si svolgerà il primo bilancio globale previsto dal Quadro di Kunming-Montreal, adottato alla COP15 nel 2022 per fermare e invertire la perdita di natura entro il 2030. Alla vigilia dei negoziati, un panel di esperti tecnici della CBD ha presentato il rapporto State of Biodiversity Action, che farà da base alle discussioni. Qualche progresso è stato raggiunto, ma i Paesi restano lontani dalla maggior parte degli obiettivi, compreso il target più noto: la tutela di almeno il 30% di terre, acque interne e mari entro il 2030. 

Anche i piani nazionali di implementazione sono arrivati a rilento, e i primi presentati sono giudicati insufficienti. Le nuove strategie e piani d’azione per la biodiversità (NBSAP) erano attesi entro la COP16, che si è tenuta nell’ottobre 2024 a Cali in Colombia, ma solo il 15% dei Paesi ha rispettato questa scadenza. Secondo una recente analisi di Carbon Brief, a due anni di distanza lo ha fatto circa il 58%, tra cui gli Stati dell’Unione europea, che presentano una strategia condivisa oltre ai singoli piani nazionali. Nell’elenco mancano però alcuni Paesi con un alto tasso di biodiversità, come Papua Nuova Guinea, Perù, Sudafrica e Stati Uniti (questi ultimi però non fanno parte della CBD).

I temi politici e il nodo dei soldi

Il primo tema politico è la finanza, perché è in questo ambito che si concentrano i ritardi. Il negoziato si divide in due parti, la mobilitazione delle risorse e il meccanismo finanziario: proprio il disaccordo su quest’ultimo aveva portato alla sospensione della COP16 di Cali, nell’ottobre 2024.

La divisione tra i Paesi riguarda la quantità di risorse da stanziare e il modo in cui gestirle. Il Quadro globale chiede di mobilitare 200 miliardi di dollari l’anno da tutte le fonti entro il 2030. Secondo un rapporto diffuso alla vigilia del vertice, l’obiettivo intermedio di almeno 20 miliardi l’anno di finanza pubblica internazionale entro il 2025 probabilmente non è stato raggiunto: tra il 2020 e il 2023 gli Stati che hanno riferito i dati hanno raccolto in tutto 17,7 miliardi. Intanto, ricorda l’UNEP, per ogni dollaro investito nella protezione della natura se ne spendono ancora 30 per distruggerla. Durante i negoziati i Paesi del Sud globale, ricchi di biodiversità, chiederanno più finanza internazionale, mentre quelli ad alto reddito arrivano con bilanci per l’aiuto allo sviluppo in calo. 

L’Unione europea divisa tra ambizione esterna e tagli alle politiche 

Presentando la posizione negoziale per la COP17, i ministri dell’Ambiente dell’UE hanno dichiarato il loro impegno per un’implementazione più rapida del Quadro di Kunming-Montreal, una maggiore integrazione della biodiversità nelle politiche e nei settori economici e più finanziamenti pubblici e privati.

Ma sul fronte della biodiversità, la credibilità dell’Unione europea si gioca sulla coerenza interna. Per sostenere gli impegni internazionali servono infatti azioni concrete: far rispettare le norme ambientali vigenti, finanziare il Regolamento sul ripristino della natura ed eliminare i sussidi dannosi. Questa transizione richiede risorse certe, garantendo alle politiche per la biodiversità una quota vincolata – almeno il 15% – nei futuri strumenti di finanziamento esterno dell’UE.

L’Italia divisa tra tutele sulla carta ed ecosistemi in sofferenza

Anche l’Italia si trova a dover affrontare la questione della coerenza tra gli impegni assunti a livello europeo e le politiche adottate sui territori. L’Unione europea ha fissato obiettivi ambiziosi per la tutela e il ripristino della biodiversità, ma il loro raggiungimento dipende dalla volontà degli Stati membri di tradurli in misure efficaci. Nel giugno 2024 l’Italia ha votato contro il Regolamento europeo sul ripristino della natura, poi approvato dal Consiglio dell’UE, che fissa obiettivi vincolanti per recuperare gli ecosistemi degradati, comprese foreste, mari e città. Inoltre l’Italia ha presentato a metà settembre, in ritardo rispetto alla scadenza, il proprio Piano Nazionale di ripristino, criticato da vari esperti per le misure considerate inadeguate. 

Lo stato degli ecosistemi italiani resta critico. Secondo il rapporto nazionale 2019-2024 sugli habitat tutelati dalla Direttiva Habitat, coordinato da ISPRA, il 48% delle valutazioni sullo stato di conservazione risulta cattivo e il 42% inadeguato, mentre solo l’8% circa è favorevole. La presenza di strumenti legislativi – dalla rete Natura 2000 alle aree protette nazionali e regionali – non garantisce, da sola, risultati efficaci. Servono gestione, controlli, monitoraggio scientifico, risorse sufficienti e misure che agiscano sulle cause primarie della perdita di biodiversità.

Le risorse, al contrario, continuano a ridursi. A giugno, Greenpeace Italia e altre organizzazioni hanno denunciato un taglio di circa il 23% dei fondi per le spese obbligatorie di funzionamento delle aree protette statali. Si tratta di una stima complessiva, ma rappresenta un segnale chiaro. Inoltre, l’Italia non ha ancora ratificato il Trattato sull’alto mare (BBNJ), l’accordo delle Nazioni Unite per proteggere la biodiversità nelle acque internazionali, e ha ridotto i finanziamenti destinati ad aree marine protette e parchi nazionali.

La sfida non è soltanto individuare nuovi siti da proteggere o aderire formalmente agli obiettivi europei: bisogna garantire che la tutela sia reale, che le misure di conservazione vengano attuate e che gli ecosistemi degradati siano ripristinati. È su questi risultati che si misura la credibilità delle politiche nazionali. A quattro anni dalla scadenza del 2030, i negoziati di Yerevan diranno se il Quadro globale resterà un elenco di buone intenzioni o diventerà un piano d’azione efficace.

Articolo a cura di Alessandro Ferrari, volontario di Italian Climate Network e delegato alla COP17 sulla biodiversità a Yerevan.

Immagine di copertina: foto di COP17 Armenia

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