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Giu

GLOBAL GOAL ON ADAPTATION: ATTUAZIONE PER CHI, E CON QUALI RISORSE?

  • Il primo workshop BAR ha aperto lo scontro sul significato di attuazione del Global Goal on Adaptation (GGA).
  • UE, Giappone e Canada chiedono efficienza; Brasile e LMDC difendono i mandati.
  • AILAC avverte: gli scenari peggiori non devono normalizzare l’abbandono di 1,5°C.
  • La finanza resta il banco di prova per capire se il GGA produrrà risultati reali.

Martedì 9 giugno, a Bonn, il primo workshop della Baku Adaptation Road Map (BAR) ha mostrato il nodo politico che accompagnerà i prossimi tre anni di lavoro sull’Obiettivo Globale di Adattamento o Global Goal on Adaptation (GGA): le delegazioni intervenute convergono sulla necessità di più attuazione, ma non intendono la stessa cosa quando parlano di attuare l’adattamento.

La prima fase della Baku Adaptation Road Map, prevista per il periodo 2026-2028, è stata avviata per accompagnare l’attuazione del GGA e non è un tavolo negoziale formale. Non produce un risultato negoziale, il suo mandato prevede due workshop all’anno e un technical paper del segretariato. L’obiettivo è aiutare le Parti a capire come l’attuale architettura dell’adattamento sotto l’UNFCCC possa sostenere meglio la capacità adattiva, la cooperazione, la pianificazione e l’attuazione a livello nazionale.

La domanda-guida del workshop era apparentemente tecnica: come rendere più coerente l’architettura dell’adattamento? Ma la discussione si è subito spostata sul piano politico: il problema è solo coordinare meglio ciò che esiste, oppure ci sono lacune strutturali? E, se queste lacune esistono, riguardano i mandati degli organismi tecnici o il livello di supporto disponibile per i Paesi in via di sviluppo?

La mattinata si è aperta con una ricostruzione storica dell’architettura dell’adattamento da parte di Youssef Nassef, direttore della Divisione Adattamento dell’UNFCCC. Nassef ha descritto l’adattamento come un albero cresciuto per strati successivi: dalle prime discussioni sugli “effetti avversi” dei cambiamenti climatici ai Programmi nazionali di adattamento, dai Piani nazionali di adattamento all’Adaptation Committee, al Nairobi Work Programme e infine al GGA introdotto dall’Accordo di Parigi. Questa immagine dell’albero è diventata una chiave politica della discussione. Per alcune delegazioni, la priorità è far dialogare meglio i rami esistenti; per altre, il rischio è che parlare di “coerenza” diventi un modo elegante per potarli.

Il nodo centrale della mattinata è stato, quindi, il significato di “coerenza“. L’Unione Europea ha insistito sulla necessità di evitare nuovi processi e sovrapposizioni, concentrandosi su come rendere più utile l’architettura esistente per l’attuazione nazionale e subnazionale. Brasile e il gruppo Link-Minded Developing Countries (LMDC) hanno, invece, posto un limite politico netto. Per il Brasile, i mandati esistenti sono il risultato di trent’anni di decisioni negoziali e non vanno riaperti sotto il nome della coerenza: non bisogna “potare i rami”, ma lasciarli crescere e funzionare meglio. Gli LMDC hanno aggiunto che il BAR deve restare guidato dai Paesi, costruito dal basso e sensibile alle circostanze nazionali, senza trasformarsi in un esercizio di centralizzazione o revisione istituzionale. Il Canada ha assunto una posizione più sfumata: il problema potrebbe essere soprattutto l’efficienza del sistema, ma andando avanti sarà necessario capire se alcuni mandati abbiano davvero prodotto i risultati attesi. Altri hanno parlato invece di “orchestrazione”: non cancellare o fondere mandati, ma capire chi tiene insieme i diversi pezzi dell’architettura.

È qui che il discorso sulla coerenza ha incontrato il suo nodo più politico: come si passa dai piani all’attuazione se non ci sono risorse sufficienti, accessibili e prevedibili?

Il gruppo dei paesi dell’America Latina (AILAC), rappresentato dal Cile, ha espresso questa tensione con chiarezza. L’architettura attuale, secondo il gruppo, non sostiene abbastanza gli elementi finanziari e di supporto che rendono possibile l’adattamento sul terreno. Senza mezzi di attuazione, il GGA rischia di diventare un grande esercizio di mappatura: molti indicatori, molti report, molte informazioni, ma poca capacità reale di proteggere comunità, territori ed ecosistemi.

AILAC ha anche introdotto il tema più politico del rapporto tra adattamento, scienza e scenari climatici. Il Cile ha invitato a non costruire la discussione solo intorno a scenari di temperatura sempre più alti, come se il superamento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi fosse già inevitabile. Prepararsi a rischi crescenti è necessario, ma parlare sempre di scenari peggiori può spostare implicitamente l’asticella: da “come restiamo entro 1,5°C” a “come ci adattiamo a un mondo molto più caldo”.

Nel pomeriggio, il nodo dei mezzi di attuazione è diventato esplicito. Adaptation Fund, Green Climate Fund e Global Environment Facility hanno presentato strumenti, portafogli e canali di supporto già esistenti, insistendo su accesso diretto, readiness, allineamento con le aree tematiche del GGA e sostegno ai Paesi più vulnerabili. Ma gli interventi delle Parti hanno mostrato che, per molti Paesi in via di sviluppo, il problema non è sapere che i fondi esistono: è riuscire ad accedervi in tempi compatibili con l’urgenza degli impatti climatici. I Paesi meno sviluppati (LDCs) e i piccoli stati insulari devono muoversi dentro un sistema frammentato, con fondi diversi, requisiti diversi, tempi diversi e obblighi di rendicontazione spesso superiori alle capacità amministrative disponibili.

Il G77 e la Cina hanno chiesto che i mezzi di attuazione diventino il pilastro centrale del lavoro del BAR e attraversino tutte le discussioni sul GGA. Brasile, LDCs e gruppo africano hanno insistito soprattutto sulla qualità della finanza: l’adattamento spesso non genera ricavi con cui ripagare un prestito, perché proteggere vite, comunità ed ecosistemi è un bene pubblico. Per questo, continuare a finanziare l’adattamento attraverso prestiti rischia di aumentare il debito dei Paesi più vulnerabili. Il gruppo africano, in particolare, ha chiesto di passare da piccoli progetti isolati a programmi pluriennali, prevedibili e guidati dai Paesi. Gli LDCs hanno spiegato che il problema non è la mancanza di ambizione, ma un sistema di accesso troppo complesso: senza personale, risorse e procedure più leggere, la finanza climatica resta spesso irraggiungibile.

Gli stati insulari (AOSIS) hanno trasformato la questione della coerenza in una critica diretta all’organizzazione del processo: mentre il workshop discuteva di mezzi di attuazione, un’altra sessione sulla finanza era in corso in parallelo. Per i piccoli stati insulari, questo è il contrario della coerenza. AOSIS ha chiesto una forte semplificazione dell’accreditamento e della rendicontazione, arrivando a proporre un unico accreditamento valido per più fondi.

Alcune delegazioni sviluppate, tra cui Giappone, Svizzera, Regno Unito e Nuova Zelanda, hanno provato a riequilibrare il dibattito: non solo quantità di finanza, ma anche capacità istituzionale, pipeline progettuali, scambio di esperienze e uso più efficace delle piattaforme già esistenti. Fiji e Marshall Islands hanno però riportato la discussione sul terreno concreto degli impatti: perdite economiche, rilocalizzazione di comunità e, per il Pacifico, il limite di 1,5°C come condizione minima perché l’adattamento resti possibile.

AILAC ha chiuso idealmente il cerchio politico della giornata: senza finanza adeguata, prevedibile e accessibile, il GGA rischia di restare un esercizio tecnico, non uno strumento capace di sostenere l’attuazione entro il 2030. Il gruppo ha chiesto che i prossimi workshop prevedano una discussione dedicata ai mezzi di attuazione. Anche l’Australia, come futura presidenza COP31 insieme alla Turchia, ha riconosciuto le richieste arrivate dai piccoli stati insulari e ha annunciato l’intenzione di ospitare a COP31 un evento dedicato ai bisogni finanziari di SIDS e LDCs.

Il primo workshop della Baku Adaptation Road Map ha, quindi, chiarito il campo di tensione. L’Unione Europea e il Giappone vedono il BAR come uno strumento per rendere più efficiente l’architettura esistente. Brasile e LMDC difendono i mandati costruiti in decenni di negoziati e chiedono che la coerenza non diventi una revisione istituzionale implicita. Il Canada lascia aperta la domanda sulla valutazione dei mandati. AILAC spinge perché il BAR colleghi davvero architettura, finanza e scienza, senza abbassare l’ambizione sulla mitigazione.

La parola “attuazione” mette tutti d’accordo solo finché resta generale. Appena si chiede chi deve coordinare, chi deve pagare, quali mandati vanno usati e quale livello di rischio climatico il mondo deve assumere come riferimento, il consenso si restringe.

Il workshop si è chiuso senza un risultato negoziato: il segretariato ha solo preso nota degli interventi. Il prossimo passaggio sarà il secondo workshop, che si terrà prima di SB65; data ancora da definire.

Articolo a cura di Anna Pelicci, Capo Delegazione di Italian Climate Network

Immagine di copertina: UN Climate Change | Lara Murillo

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