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MITIGATION WORK PROGRAMME: NESSUNO VUOLE CHIUDERLO, NESSUNO SA COME FARLO FUNZIONARE

  • Continuazione del Mitigation Work Programme condivisa in linea di principio, ma senza consenso sul suo mandato futuro e sulle modalità operative.
  • Divergenze tra le Parti sul livello di ambizione: AOSIS e AILAC chiedono un programma più orientato ai risultati, mentre G77/Cina e Gruppo Arabo respingono qualsiasi elemento prescrittivo.
  • Resta aperto il rischio di un MWP mantenuto formalmente in vita, ma privo degli strumenti necessari per influenzare concretamente la mitigazione globale.

Il 9 giugno, al World Conference Center di Bonn, si è tenuta la prima consultazione informale sul Sharm el-Sheikh Mitigation Ambition and Implementation Work Programme (MWP), il programma negoziale nato alla COP27 per accelerare ambizione e implementazione della mitigazione climatica. Un’ora di lavoro, formalmente dedicata a uno scambio di vedute su continuazione, funzionamento ed efficacia. Già nelle prime battute è emerso che le Parti non concordano non solo sulle risposte,  ma anche sulle domande.

La cornice è quella definita dalla Decisione 13/CMA.7 di Belém: le Parti discutono la continuazione del programma e la CMA (l’organo decisionale dell’Accordo di Parigi) deve adottare una decisione formale a COP31 in Turchia a novembre. A Bonn questo significa costruire gli elementi di quella decisione entro il 17 giugno.

Un punto di partenza che non è un consenso

I co-facilitatori hanno aperto i lavori con un’osservazione rassicurante in apparenza: nessuna delle comunicazioni scritte pervenute al Segretariato propone la chiusura del MWP. Tutte segnalano che il programma non ha ancora espresso il proprio potenziale e che una continuazione andrebbe accompagnata da miglioramenti. Sembra terreno condiviso; in realtà è dove finisce l’accordo.

Quasi subito una delegazione ha sollevato un punto di ordine: il fatto che molti Paesi abbiano inviato comunicazioni non significa che tutti siano favorevoli alla continuazione senza condizioni. “Non vuol dire che abbiamo già concordato sull’istanza di continuazione“, è stata la precisazione, chiedendo che la sala negoziale non dia per scontato l’esito del dibattito. 

Le posizioni sul tavolo

AOSIS,l’Alleanza dei Piccoli Stati Insulari, ha espresso con chiarezza cosa si aspetta. “Il limite dell’1,5°C è legale, politico e morale per noi“, ha dichiarato la delegazione delle Isole Cook a nome del gruppo, aggiungendo che il programma fin qui non ha saputo tradursi in “orientamenti concreti sull’implementazione della mitigazione“. La richiesta è di risultati tangibili nella forma di sintesi tecniche, raccolta di buone pratiche, strumenti utili a chi pianifica politiche di riduzione delle emissioni.

Il G77 a guida cinese ha tracciato confini precisi: nessuna prescrizione alle politiche nazionali, nessun obiettivo globale di riduzione che vada oltre quanto già stabilito negli NDC, i contributi climatici che ogni Paese presenta nell’ambito dell’Accordo di Parigi. “L’obiettivo di questo programma non è confrontare o prescrivere target climatici e azioni politiche“, ha dichiarato la delegazione cinese, proponendo dialoghi integrati nelle sessioni negoziali e un rafforzamento dell’evento dedicato agli investimenti, con l’obiettivo di convogliare risorse concrete verso i Paesi in sviluppo.

Il Gruppo Arabo, con l’Arabia Saudita come portavoce, ha adottato la posizione più cauta.  A Bonn il mandato è scambiare opinioni, non negoziare un testo. “Non siamo in posizione, in questo momento, di partecipare alla redazione di una decisione“, ha dichiarato la delegazione saudita.

La Colombia, a nome del gruppo latinoamericano AILAC, ha spinto per un’interpretazione più ambiziosa: il programma dovrebbe essere ancorato ai risultati del Primo Global Stocktake,la revisione collettiva degli impegni climatici completata a Dubai nel 2023,incluse le indicazioni sulla transizione dai combustibili fossili e prevedere dialoghi regionali per dare voce a chi non riesce a mandare delegazioni alle sessioni globali.

La posta in gioco

Come avevamo anticipato nelle analisi pre-sessione, il MWP è oggi l’unico spazio negoziale formalmente dedicato all’ambizione di mitigazione nell’Accordo di Parigi. Dopo che COP30 di Belém non ha inserito nei testi finali una roadmap esplicita sulla transizione dai combustibili fossili, ci si chiedeva se questo programma potesse acquisire maggiore centralità. La sessione del 9 giugno suggerisce una risposta cauta: il rischio non è la chiusura del MWP, ma la sua sopravvivenza come guscio formale.Uno spazio che continua a esistere senza il mandato rafforzato necessario per incidere davvero sulle emissioni globali.

I co-facilitatori intendono esaurire prima lo scambio di posizioni, poi costruire gli elementi di una decisione per COP31. Il tempo è stretto e la distanza tra le Parti rimane sostanziale.

Articolo a cura di Marta Abbà, volontaria di Italian Climate Network.

Immagine di copertina: UN Climate Change | Lara Murillo

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