PRE-COP31 NEL PACIFICO: UNA “ZONA DI SACRIFICIO” TRA NEGOZIATI, GEOPOLITICA E ASPETTATIVE
Tra ambizione climatica, tradizioni autoctone nel Pacifico e scienza, la Pre-COP31 nelle Fiji e a Tuvalu sarà un forum multilaterale, dominato da assenze e tensioni internazionali, ma con alti obiettivi e aspettative da parte delle popolazioni del Pacifico.
Cos’è una Pre-COP e perché quella nel Pacifico è importante?
Una Pre-COP è una riunione preparatoria, solitamente tenuta un mese prima della COP vera e propria, in cui, secondo l’UNFCCC Handbook How to COP, ‘il Paese [detentore della Presidenza] (che di solito coincide con il paese ospitante) organizza una riunione Pre-COP per i capi delegazione e, in alcuni casi, i ministri, […] per scambiare opinioni su questioni politiche chiave che saranno prese in considerazione nella prossima conferenza’. In sintesi, una Pre-COP prepara il terreno, delineando un quadro di quelli che dovrebbero essere i punti prioritari di discussione per la COP, implicitamente anche prevedendo e problematizzando le tensioni attuali nel multilateralismo climatico. Quest’anno, dal 5 all’8 ottobre 2026, in vista della COP31 di Antalya, l’incontro Pre-COP31 si svolgerà nelle Fiji e a Tuvalu.
Il luogo scelto, il cuore del Pacifico, è di fondamentale importanza simbolica per una serie di ragioni. In primo luogo, è noto che i Paesi del Pacifico sono caratterizzati da ‘un innalzamento irreversibile del livello del mare’ che colpisce (e colpirà) negativamente gli abitanti delle isole del Pacifico, il 90% dei quali vive vicino alle coste, come evidenziato nel Rapporto delle Nazioni Unite presentato all’ultimo Forum del Pacifico. Sono in prima linea nella lotta per il clima perché, in quanto sue vittime dirette, non ne hanno scelta. Come affermò Simon Kofe, allora Ministro degli Esteri di Tuvalu, nel suo celebre video che fu trasmesso alla COP del 2021, «we are shrinking». Da allora la situazione ha continuato a peggiorare, visto l’ultimo avvertimento dell’UNEP secondo cui il superamento del target di temperatura globale di 1,5 °C potrebbe essere pressoché inevitabile. In secondo luogo, il Pacifico offre un complesso osservatorio giuridico e socio economico su come i cambiamenti climatici si intrecciano con vulnerabilità preesistenti, e allo stesso tempo le accrescono. Tra queste ci sono la perdita dei saperi ancestrali, della cultura orale e delle tradizioni autoctone, la crescente povertà, la sicurezza alimentare, le passate e presenti eredità coloniali, il rischio di statelessness (cioè di diventare apolidi) e la discriminazione sia di genere che di razza. Infine, la scelta del luogo è altamente significativa: è qui che è nato il percorso verso il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del 2025 sugli obblighi degli Stati relativi al clima (tema approfondito nella nostra serie La Causa Del Secolo). Tutto è iniziato all’University of the South Pacific di Suva, dove 27 studenti di giurisprudenza hanno fondato il movimento Pacific Islands Students Fighting Climate Change (PISFCC), esigendo chiarezza giuridica sulle responsabilità dei governi. Alla luce del parere consultivo, sono arrivate risposte chiare (anche se non vincolanti per sé), successivamente operazionalizzate dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella Risoluzione 80/263. Con quest’ultimo strumento a portata di mano, i negoziati multilaterali sul clima prendono il via in una regione che da una parte ha acceso un, se non il, faro di speranza nel determinare la responsabilità collettiva della comunità internazionale per i cambiamenti climatici, e dall’altra è anche la regione che ne è più colpita, seppur storicamente rimanga tra i più bassi emettitori di gas serra.
Policies
Appurata la potenza simbolica del luogo scelto, va sottolineato che la Pre-COP31 propone quattro obiettivi distinti, ma correlati tra loro :
- Keeping 1.5° within reach (mantenere l’obiettivo di 1,5°C a portata),
- Enhancing access to finance (facilitare l’accesso alla finanza climatica),
- Elevating the ocean-climate nexus (rafforzare il nesso oceano–clima),
- Amplifying Pacific leadership and voices (Amplificare la leadership e le voci del Pacifico).
Ognuno di questi obiettivi è fondamentale a modo suo. Alla conferenza organizzata dalla COP Universities Alliance, che si è svolta il 3 ottobre e che ha coinvolto 24 università e istituti di ricerca in Australia, Nuova Zelanda e nelle isole del Pacifico, sono stati illustrati i contenuti di ciascun obiettivo. In quella sede la comunità scientifica e universitaria, sia globale sia locale, si è confrontata con i COP31 Regional Envoys for Oceania, tre personalità concordate da tutti i Ministeri dell’Ambiente della regione, proprio per approfondire ciascun obiettivo che verrà presentato sia alla Pre-COP31 nelle isole Fiji sia alla COP31 in Turchia.
Il primo è forse il più ambizioso tra i quattro: basandosi sul parere consultivo della Corte internazionale di giustizia (paragrafi 242-245), il focus verte su come limitare il superamento della soglia di 1,5 °C. Kristina Eonemto Stege, l’inviata regionale della COP31 per l’Oceania su questo punto, ha affermato che questo «colpisce più duramente in patria» – riferendosi alle Isole Marshall e più ampiamente al Pacifico. Stege ha spiegato che in altri contesti, come Palau, «anche un piccolo aumento di temperatura potrebbe trasformare un evento di inondazione previsto in 100 anni in un’inondazione che avrà luogo fra appena 10». Nel suo messaggio, Stege ha fatto ampio riferimento ai dati della scienza climatica, in particolare ai rapporti dell’IPCC, e ha puntato il dito contro «la disinformazione mirata che cerca di condizionare le politiche internazionali».
Per quanto riguarda il secondo obiettivo, Enhancing Access to Finance, non è emersa solo la necessità di più soldi, ma è stato evidenziato anche che gli attuali strumenti di finanziamento per il clima non sono facilmente accessibili né di facile utilizzo per chi ne dovrebbe beneficiare. «Il Green Climate Fund non sta realmente raggiungendo le famiglie»,, ha osservato il direttore esecutivo della Pacific Islands Association of Non-Governmental Organisations. Un punto chiave di questo secondo obiettivo programmatico è quindi quello di promuovere l’accesso e la trasparenza nella finanza climatica. Il terzo obiettivo, l’Ocean-Climate Nexus, è incentrato sull’idea che «se l’oceano cede, crolla la nostra strategia climatica, tutto ciò che facciamo per 1,5°», ha osservato Inia B. Seruiratu, COP31 Oceania Envoy for the Ocean. Dalle nuove frontiere nell’estrazione mineraria in acque profonde alla pesca su larga scala, l’Oceano, che già assorbe il 30% della CO2 prodotta dall’uomo, deve essere al centro della diplomazia climatica.
Il quarto obiettivo, Pacific Leadership and Voices, è un fil rouge che permea gli altri tre, basandosi anch’esso in larga misura sulle conoscenze tradizionali dei popoli autoctoni. Non a caso, tutti e tre gli inviati della COP31 provenienti dall’Oceania non provengono dall’Australia o dalla Nuova Zelanda, bensì dalle piccole isole del Pacifico. Un segnale forte, su cui però il presidente del Consiglio dell’University of the South Pacific (ed ex ministro delle Finanze di Tonga) ha posto un interrogativo di fondo: «Quando parliamo di leadership del Pacifico, stiamo finanziando anche le istituzioni che la rendono possibile?».
Geopolitica
Dietro la Pre-COP31 nelle isole Fiji e Tuvalu si nasconde una grande superpotenza: l’Australia, che insieme alla Turchia detiene la presidenza dei negoziati alla COP31. Dal punto di vista delle politiche climatiche, la posizione dell’Australia è «già compromessa», come ha sottolineato di recente la deputata australiana Nicolette Boele: tra i maggiori esportatori di combustibili fossili al mondo, ad appena una settimana dalla Pre-COP31 ha approvato molti nuovi impianti di carbone e gas in nome di presunti maggiori ‘benefici economici’. Ciononostante il governo di Canberra, in un clima di forte tensione elettorale, ha fornito al governo delle Fiji un pacchetto da 150 milioni di dollari australiani, di cui 20 dedicati alla “gestione degli eventi” legati alla COP31. Tra questi figura in particolare il Vale ni Vanua, il programma della Pre-COP per gli stakeholder dedicato allo scambio di esperienze e saperi. L’iniziativa si terrà nei due dei resort più esclusivi delle isole, e la scelta della sede e le spese da sostenere sono state oggetto di un vasto dibattito politico. Un’altra fonte di critiche è stata la mancanza di partecipazione dei grandi leader internazionali: solo 5 Paesi non provenienti dalla regione del Pacifico hanno annunciato la loro presenza (oltre alla Turchia), ovvero Antigua e Barbuda, Capo Verde, Thailandia, Maldive e Timor Est. Dalle Fiji arrivano però rassicurazioni di altro segno: i vertici ricordano che «i leader mondiali solitamente non prendono parte alle riunioni pre-COP» e sottolineano che «la partecipazione ridotta è una scelta deliberata».
Va inoltre sottolineato come nell’emisfero australe la geopolitica giochi un ruolo cruciale, a prescindere dal clima. Come rileva The Strait Times, il posizionamento dell’Australia all’interno della Pre-COP31 è necessario per rafforzare il partenariato Australia-Pacifico, contrastando la crescente influenza cinese nella regione. Pechino ha infatti finanziato ingenti progetti di energia rinnovabile nella regione, inclusi i recenti parchi eolici a Tonga. Un altro attore chiave sono gli Stati Uniti, che, attraverso il Compact of Free Association (COFA), gestiscono la difesa di Palau, Isole Marshall e Stati Federati di Micronesia. Questo legame rende i tre paesi dipendenti sul piano della sicurezza e, come rilevato da più parti, viola persino le clausole di giusto processo di Palau, sancite dal diritto ambientale del Paese. Nemmeno Washington e Pechino parteciperanno ufficialmente alla Pre-COP, ma la loro influenza sul Pacifico rende la tensione chiaramente percepibile.
Aspettative
La posta in gioco prima della COP31 dunque è molto alta: sul piatto ci sono obiettivi ambiziosi, da perseguire mentre le isole del Pacifico vedono il proprio territorio eroso dal mare; i giuristi si aggrovigliano nei cavilli legali e i governi occidentali sembrano più concentrati sulle proprie strategie di influenza geopolitica che sulla crisi climatica. Sindra Sharma, del Pacific Islands Climate Action Network, lo ha detto chiaramente: non fare abbastanza significa far passare il messaggio, da parte della comunità globale, che «siamo sacrificabili, una vera e propria zona di sacrificio».
Nel frattempo a Tuvalu si attende l’arrivo dei leader mondiali, che visiteranno in canoa le zone di costa bonificate e i nuovi impianti di energia rinnovabile. Il carico di attese è enorme, ma la Pre-COP31 deve inviare un segnale forte, colmando il vuoto di risultati concreti che ci si aspetta dal vertice ufficiale. A fare da cornice alle discussioni sarà un metodo unico: non i classici panel o vertici formali, ma il Talanoa. Questo termine di origine fijiana e tongana indica una forma tradizionale di dialogo aperto, libero e senza gerarchie. Sarà questo lo spirito con cui i circa 4.000 partecipanti attesi alle Fiji – dai rappresentanti dei governi alla società civile – dovranno confrontarsi per negoziare il futuro climatico e la sopravvivenza stessa delle isole.
Articolo a cura di Matteo Zorra, volontario di Italian Climate Network alla Pre-COP31 alle Fiji.
Immagine di copertina: foto di Matteo Zorra.
«1.5°C to stay alive»: un momento del panel dedicato a finanza climatica, giustizia e centralità delle comunità locali per mantenere l’obiettivo di 1,5 °C, tenutosi il 3 ottobre al Japan ICT Lecture Theatre dell’University of the South Pacific (Suva, Fiji). Da destra a sinistra nella foto: il reverendo James Shri Bhagwan; Kristina Eonemto Stege, inviata regionale della COP31 per l’Oceania; Siosiua ‘Utoikamanu, docente dell’University of the South Pacific; Morgan Wairiu, docente della Solomon Islands National University; Inia B. Seruiratu, inviato regionale della COP31 per l’Oceano.
