DOVE FINISCE LA CURA? SALUTE, AMBIENTE E BENESSERE ANIMALE DIETRO L’INDUSTRIA DELLA CARNE
Per la rubrica Il Caleidoscopio, questo mese affrontiamo il tema di ciò che si cela dietro il nostro piatto partendo dal libro “Capitalismo carnivoro”, di Francesca Grazioli. Il testo mette in evidenza l’evoluzione dell’industria della carne e i suoi impatti in termini di danni agli ecosistemi, pericoli per la salute umana e sofferenza animale. Al centro c’è il rapporto tra la carne e il corrente sistema economico capitalista: il sistema ha progressivamente industrializzato gli animali, i territori e le filiere, ma a quale costo per l’ambiente e per noi? Riflettere su ciò che abbiamo nel piatto invita a guardare il cibo che consumiamo con occhi diversi, ripensando il legame tra alimentazione, salute, ambiente e benessere animale.
Una questione di identità
Siamo abituati a pensare al cibo come a un modo di prenderci cura di noi stesse e noi stessi, perché sappiamo che la nostra alimentazione costituisce un elemento fondamentale per mantenere una buona salute.
Questo atto di cura, però, deve considerare il contesto generale e non può risolversi in una mera azione individuale:il nostro benessere è strettamente legato alla salute dell’ambiente in cui viviamo e delle sue specie. Eppure siamo portati a dimenticarcene, anche nei nostri gesti più ordinari e semplici. Ma cosa accadrebbe se, recuperando consapevolezza di questa interdipendenza, iniziassimo a chiederci chi e cosa siamo disposti a includere nella nostra idea di cura, e quindi chi e cosa siamo disposti a mangiare?
Il cibo è sempre stato al centro delle preoccupazioni dell’umanità nel susseguirsi dei secoli e tra diverse culture. Il modo in cui ci relazioniamo al cibo, cosa riteniamo accettabile mettere in tavola, e le modalità di produzione degli alimenti che consumiamo si sono evoluti nel tempo. Oggi, come nel passato, questi elementi ci dicono molto sul valore che assegniamo alle cose e anche sul ruolo che assumiamo all’interno della nostra società. Se nell’antichità cacciare o uccidere animali era spesso legato a rituali e pratiche significative per intere comunità, oggi non è più così. Al contrario, si è diffusa una pratica di rimozione dei processi di produzione dalle nostre esperienze quotidiane. Allo stesso tempo – come racconta l’autrice di Capitalismo carnivoro, Francesca Grazioli – il cibo definisce anche i nostri spazi e ruoli: così le donne comprendono fin da piccole che non bisogna essere troppo voraci, e che è meglio preferire un atteggiamento composto; l’idea di maschio, invece, è più facilmente associata a immagini come barbecue e grandi abbuffate.
In questo contesto, la carne è l’alimento che mostra più di altri le contraddizioni del nostro tempo. Dietro c’è un sistema di produzione industriale incompatibile con la sostenibilità della vita sul pianeta, tra le cause della crisi climatica e ambientale in corso. Per prosperare, questo sistema ha allargato la distanza tra ciò che scegliamo di consumare e ciò che quelle scelte comportano.
| Che cos’è il carnismo Il carnismo è stato definito dalla psicologa Melanie Joy come quel sistema di credenze e istituzioni che porta a considerare il consumo di alcuni animali accettabile, mentre altri vengono percepiti come inadatti a diventare cibo. Questa visione si fonda principalmente su quelle che l’autrice identifica come le quattro N: normal, perché mangiare carne è un diritto garantito a qualsiasi cittadino; natural, perché è parte della routine; necessary, per mantenersi in buona salute; nice, per l’idea che la carne costituisca un alimento particolarmente gustoso, appetibile e gratificante. |
L’impero della carne
In un mondo dove tutto sembra dover tendere alla massimizzazione del profitto, l’industria della carne non può che fare dell’ottimizzazione e della riduzione dei costi i propri obiettivi prioritari. Così, ogni elemento all’interno della filiera è orientato alla produttività massima: dal patrimonio genetico degli animali alle tecnologie di allevamento, dall’alimentazione ai farmaci, fino all’organizzazione degli spazi.
Il sistema prospera grazie a due tipi di concentrazione: quella orizzontale e quella verticale. La prima raccoglie il potere in mano a grandi imprese che acquisiscono altre aziende dello stesso business assieme ai loro impianti, agli animali e ai rapporti con la clientela. La seconda consiste invece nel processo attraverso cui un’impresa incorpora attività collocate a monte o a valle della filiera, dalla produzione dei mangimi alla macellazione, fino alla trasformazione e alla distribuzione. Il risultato è un sistema in cui una quota crescente del mercato e delle attività produttive è controllata da un numero relativamente ristretto di operatori.
Il risultato è una carne sempre più economica, e quindi più consumata: per molte persone è diventata accessibile, e viene vissuta come una conquista della modernità. Basti pensare che, a livello mondiale, la disponibilità media annua di carne è passata da 25 kg pro capite nel 1961 a 47 kg nel 2022, quasi il doppio.
Il sistema porta con sé conseguenze pericolose per l’ambiente: consumo di suolo e acqua per la produzione di mangimi, deforestazione, emissioni, inquinamento e perdita di biodiversità.
Una parte consistente delle colture agricole mondiali, infatti, non viene destinata direttamente all’alimentazione umana, ma a quella degli animali allevati per produrre carne e altri alimenti di origine animale. Per esempio, secondo un’elaborazione del WWF su dati FAO riferiti al 2022, circa l’80% della soia mondiale è destinato all’alimentazione animale. Per far spazio a queste colture, molti territori sono stati disboscati.
A ciò si aggiungono i danni causati dall’impiego di fertilizzanti, prodotti chimici e liquami, che possono contaminare il suolo e le risorse idriche.
Oltre alle emissioni di anidride carbonica associate alla produzione agricola, ai consumi energetici e ai trasporti lungo la filiera, il settore zootecnico genera emissioni rilevanti di metano e protossido di azoto. Secondo le stime pubblicate dalla FAO nel 2006, al settore nel suo complesso era attribuibile il 37% delle emissioni antropogeniche mondiali di metano e il 65% di quelle di protossido di azoto.
Metano e protossido d’azoto trattengono molto più calore della CO₂: secondo l’IPCC, su 100 anni il metano ha un potenziale di riscaldamento globale (GWP) di circa 27 volte superiore, il protossido di circa 273. Per questo l’impatto climatico dell’allevamento va oltre quello della sola CO₂.
Gli impatti degli allevamenti intensivi non si esauriscono qui, e ricadono anche su chi ci lavora. In molti Paesi la produzione si è concentrata in poche aziende, e gli allevatori più piccoli chiudono oppure lavorano su contratto per queste: l’azienda integratrice fornisce animali e mangimi, l’allevatore mette capannoni e manodopera. L’allevatore sostiene così gli investimenti sulle strutture, mentre una parte importante del valore resta in capo a pochi grandi gruppi. Come riporta Grazioli, allevamenti e macelli registrano tassi di turnover del personale più alti della media, e chi opera in questo ambito ha maggiore rischio di riportare conseguenze psicologiche anche gravi, come sintomi riconducibili allo stress post-traumatico, a cui si sommano altri problemi legati alle lunghe ore trascorse in piedi e all’eventuale esposizione ad agenti chimici. Così, all’invisibilità degli animali si aggiunge quella dei lavoratori, che si fanno carico anche del peso psicologico di attività che il sistema tende a nascondere ai nostri occhi.
Etica e responsabilità verso gli animali
Secondo il Factory Farming Index di World Animal Protection, nel 2020 circa 76 miliardi di animali sono stati allevati in sistemi di produzione intensivi nel mondo. Molti di loro vivono in una realtà spesso distante dalla quotidianità della maggior parte dei consumatori. Si tratta di corpi che si tenta di mantenere invisibili su diversi piani: non soltanto spaziale, attraverso la collocazione di allevamenti e macelli sempre a significativa distanza dai centri abitati, ma anche politico e morale, attraverso la loro esclusione dal dibattito pubblico e dalla nostra coscienza.
Alla base di questa invisibilità c’è anche il modo in cui l’essere umano percepisce il proprio rapporto con le altre specie.
L’essere umano tende a considerarsi in una posizione privilegiata nel mondo naturale, contribuendo, più o meno consapevolmente, a costruire una gerarchia tra le specie animali e stabilendo quali siano considerate meritevoli di affetto e protezione e quali, invece, possano essere allevate ed utilizzate per soddisfare i propri bisogni. È in questo contesto che si inserisce il concetto di specismo, ovvero la tendenza ad attribuire una diversa considerazione morale agli esseri viventi sulla base della specie a cui appartengono.
Non tutti gli animali, infatti, catturano allo stesso modo la nostra attenzione: alcuni vengono accolti nelle nostre case, diventano parte della famiglia; altri, invece, possono essere sfruttati e uccisi per soddisfare le nostre necessità, secondo il portato di tradizioni e modelli economici che rendono molto difficile mettere in discussione tali pratiche e dinamiche.
Del resto, è lo stesso sistema produttivo a strutturare la gerarchia tra le specie. Per farlo rende invisibili l’allevamento e la macellazione, anestetizzando la nostra percezione della sofferenza animale, mentre con la pubblicità e la cultura ci abitua ad associare la carne a benessere, tradizione e prosperità.
Questo meccanismo non è nuovo: la storia coloniale ha seguito uno schema simile, e dividendo gli esseri umani in categorie ha permesso di deumanizzare e marginalizzare interi popoli, considerati inferiori per giustificare la schiavitù e il diniego dei diritti.
Immaginare nuovi orizzonti
Se gli impatti dell’industria della carne sono sempre più documentati, è naturale chiedersi quali sono le alternative possibili per evitare o diminuire il consumo di alimenti di origine animale.
Come osserva Grazioli, le alternative vegetali, oggi, sono molteplici e permettono di seguire una dieta sana ed equilibrata, in grado di soddisfare le esigenze nutrizionali dell’organismo tanto quanto una dieta onnivora, se adeguatamente pianificata: un’alimentazione vegetariana o vegana è quindi possibile, senza dover rinunciare al benessere.
Secondo l’autrice esiste poi un’altra possibilità, che non rinuncia alla carne in sé, ma mira a superare il modello produttivo che oggi la rende disponibile: la carne coltivata. Questa tecnologia potrebbe consentire di ottenere carne senza ricorrere all’allevamento e alla macellazione degli animali, aprendo nuove prospettive per ridurre la sofferenza animale e, potenzialmente, parte degli impatti ambientali della produzione.
Tuttavia, le resistenze sono ancora molte, soprattutto per il cosiddetto fattore yuck: una sorta di repulsione che si prova di fronte a ciò che viene percepito come innaturale. Certo, fa un po’ sorridere se pensiamo alla grande diffusione degli alimenti ultraprocessati, ampiamente pubblicizzati ed esposti nei nostri supermercati.
Interrogarsi sui processi produttivi che si celano dietro ciò che portiamo in tavola è più che legittimo. Tuttavia, alla luce delle conoscenze attuali sembra altrettanto legittimo mettere in discussione l’equivalenza tra consumo di carne e benessere, e chiederci: vogliamo soltanto trovare un modo diverso di produrre carne o cogliere l’occasione per ripensare la nostra relazione con il cibo e con gli animali?
La ricerca di cibi alternativi alla carne richiede un cambio di prospettiva: significa superare l’idea che il cibo sia soltanto una merce o una risposta ai nostri bisogni immediati, per tornare a riconoscerne la dimensione ecologica, etica e relazionale. Una consapevolezza che ci invita a ripensare non soltanto ciò che mangiamo, ma anche il posto che occupiamo nel mondo naturale e la responsabilità che abbiamo nei confronti dell’ambiente e delle altre forme di vita.
Come scrive Jonathan Safran Foer nel suo libro Se niente importa:
| “Chiedersi se mangiare o meno gli animali tocca corde che risuonano nel profondo di noi – la nostra idea di noi stessi, le nostre memorie, i nostri desideri e i nostri valori. Si tratta di risonanze potenzialmente controverse, potenzialmente minacciose, potenzialmente ispiratrici, ma sempre cariche di significato. Il cibo importa e gli animali importano e mangiare gli animali importa ancora di più.” |
Al termine del suo libro, Grazioli ci invita a immaginare un modo di vivere completamente nuovo, al di là delle categorie e delle dicotomie corpo e mente, maschile e femminile, umano e animale.
Il futuro della nostra alimentazione potrà aprirsi a nuove possibilità, se sapremo mettere in dialogo le conoscenze maturate nel tempo con le nuove scoperte tecnologiche, tenendo sempre al centro una consapevolezza fondamentale: sul nostro pianeta, come nell’intero universo, tutto è interconnesso.
Articolo a cura di Cecilia Robellini, volontaria della sezione Diritti e Clima di Italian Climate Network.
| Questo articolo fa parte de Il Caleidoscopio, la rubrica di approfondimenti che punta a chiarire teorie e riflessioni sviluppate dal movimento femminista, calandole nel contesto delle tematiche legate al clima per capire meglio le richieste e i concetti di azione climatica e giustizia climatica. Come il caleidoscopio restituisce immagini plurime sempre diverse, le nostre riflessioni femministe vogliono restituire un’immagine pluriversale del mondo e fornire strumenti utili a renderlo più equo, inclusivo, giusto e sostenibile. Direzione e coordinamento di Erika Moranduzzo, Coordinatrice della Sezione Clima e Diritti di Italian Climate Network. |
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