materie prime critiche
28
Ott

MATERIE PRIME CRITICHE E COP31: IL TASSELLO CONTESO DELLA GIUSTA TRANSIZIONE

  • A COP30 i minerali critici sono entrati esplicitamente in una bozza dello UAE Just Transition Work Programme, ma sono scomparsi dalla decisione finale.
  • Nel frattempo G7, IEA e accordi industriali li stanno governando soprattutto come questione di sicurezza economica e di approvvigionamenti.
  • Per Climate Action Network, i transition minerals sono invece una questione di giustizia climatica: diritti, sufficienza, circolarità e valore aggiunto nei Paesi produttori.
  • A COP31 il Just Transition Mechanism dovrà trasformare questa impostazione in cooperazione, assistenza tecnica e sostegno concreto.

Nell’articolo dedicato al ruolo delle materie prime nella transizione europea abbiamo visto come litio, rame, nichel, cobalto, grafite e terre rare siano incorporati nelle tecnologie necessarie per uscire dalle fonti fossili. A pochi giorni dalla COP31 sul clima spostiamo la domanda dal piano industriale a quello negoziale: se la transizione dipende da questi materiali, quale spazio occupano nel processo COP?

La risposta non è semplice perché i minerali, pur essendo ormai centrali nelle politiche energetiche, commerciali e di sicurezza, faticano a trovare una collocazione stabile nei testi climatici multilaterali. A Belém erano approdati fino a una bozza negoziale, senza riuscire a sopravvivere nella decisione finale. Ad Antalya, dove la COP31 si terrà dal 9 al 20 novembre 2026, il nuovo Just Transition Mechanism offrirà l’occasione per riportarli nel processo, questa volta con una funzione operativa.

Dai side event al testo negoziale

Il tema non nasce alla COP30. Già alla COP28 il Segretario generale delle Nazioni Unite aveva annunciato il Panel on Critical Energy Transition Minerals, istituito nel 2024. Il suo rapporto Resourcing the energy transition ha proposto sette principi e cinque raccomandazioni su equità, diritti umani, tutela ambientale, trasparenza e valore aggiunto locale.

Da quel momento i minerali hanno trovato uno spazio crescente ai margini dei vertici sul clima.
A COP29 il lavoro del Panel è stato discusso in incontri ad alto livello, mentre nei dialoghi dello UAE Just Transition Work Programme il tema è stato collegato esplicitamente alla cooperazione tecnologica, alle politiche industriali e alla creazione di valore nei Paesi produttori. Il rapporto annuale sui dialoghi del 2025 riconosce che le attuali regole commerciali e di investimento possono limitare l’industrializzazione locale nei Paesi ricchi di minerali critici.

La COP30 ha segnato un momento di svolta: per la prima volta si è cercato di inserire il tema direttamente nel linguaggio negoziale della giusta transizione. Nell’informal note del 18 novembre 2025, il paragrafo 12(u) riconosceva i rischi sociali e ambientali connessi all’espansione delle filiere delle tecnologie pulite, compresi quelli derivanti dall’estrazione e dalla lavorazione non sostenibile dei minerali critici. Lo stesso passaggio richiamava la distribuzione equa dei benefici del valore aggiunto e le raccomandazioni del Panel ONU, mentre il paragrafo successivo chiedeva filiere affidabili, diversificate, sostenibili, trasparenti e responsabili, basate sulla tutela dell’ambiente e sul coinvolgimento delle comunità.

Le forti divergenze tra le Parti erano tuttavia evidenti nella struttura stessa della bozza, dove accanto al testo sui minerali figurava l’opzione “no text”. Se da un lato diverse delegazioni spingevano per integrare diritti, tracciabilità, circolarità e valore locale, dall’altro c’era chi contestava formulazioni ritenute troppo prescrittive o sbilanciate sui rischi. Alla fine, questi riferimenti non sono entrati nella decisione finale 2/CMA.7.

Questo non significa che a COP30 non si sia parlato di risorse minerarie, ma evidenzia come il negoziato sia riuscito a individuarle come parte della giusta transizione senza però trovare il consenso necessario per stabilizzarle nei testi ufficiali.

Il passaggio decisivo: il Just Transition Mechanism (JTM)

Gli intermedi di Bonn del giugno 2026 hanno fatto avanzare il lavoro, senza chiuderlo. Le posizioni sono rimaste distanti nel corso dell’anno e sono state al centro anche del workshop informale di Sydney, tenutosi tra il 30 settembre e il 2 ottobre. Di conseguenza, sia la decisione politica sia l’architettura del meccanismo arrivano sul tavolo di Antalya ancora del tutto aperte.
È proprio in questo spazio che i minerali possono rientrare, riconoscendo formalmente che le opportunità, i rischi e i bisogni di sostegno legati alla transizione si manifestano lungo l’intera catena di fornitura.

Una filiera concentrata

La criticità non risiede soltanto nella disponibilità geologica delle risorse, ma nell’elevata concentrazione del potere industriale lungo le filiere. Secondo il Global Critical Minerals Outlook 2026 dell’IEA, nel 2025 la quota media del primo Paese raffinatore dei principali minerali energetici si attestava intorno al 70%. Per gallio, grafite, manganese e terre rare, la Cina controlla oltre il 90% della raffinazione. Anche la fase estrattiva presenta forti concentrazioni geografiche: la Repubblica Democratica del Congo per il cobalto, l’Indonesia per il nichel, e l’America Latina per rame e litio.

Mappa dei principali poli di estrazione e raffinazione (non delle riserve geologiche).

Questa sproporzione spiega perché il tema venga gestito sempre più spesso fuori dalle sedi UNFCCC. Nel giugno 2026 il G7 ha adottato una dichiarazione specifica sulle catene di approvvigionamento dei minerali critici, concentrata su diversificazione, finanziamento, tracciabilità, stock strategici, riciclo e cooperazione industriale. Si tratta di strumenti importanti, che restano però ancorati prevalentemente a una logica di sicurezza economica e geopolitica.

Anche le strategie di stoccaggio mostrano i limiti di un approccio non coordinato: una corsa unilaterale alle riserve rischia di sottrarre materiali al mercato, far salire i prezzi e rendere più costose le tecnologie pulite, come evidenziato da una ricerca riportata da Climate Home News. La sicurezza delle forniture, insomma, non coincide automaticamente con la giustizia della transizione.

La posizione di Climate Action Network International

Per superare questa impostazione, CAN propone di adottare la definizione di transition minerals al posto delle categorie nazionali di minerali “critici” o “strategici”. Se queste ultime riflettono soprattutto gli interessi economici e di sicurezza dei Paesi consumatori, la dicitura transition minerals sposta il focus sulla funzione che tali materiali svolgono nel percorso di decarbonizzazione e sulle condizioni in cui vengono estratti. Nella posizione pubblicata nel novembre 2025, CAN individua quattro priorità: 

  • sufficienza e riduzione della domanda materiale; 
  • centralità dei diritti, compreso il consenso libero, previo e informato dei Popoli Indigeni; 
  • salvaguardie vincolanti e accesso a rimedi; 
  • distribuzione del valore attraverso fiscalità equa, benefit sharing e lavorazione locale.

Già prima di Belém, oltre 200 organizzazioni avevano chiesto con una lettera aperta di collegare i minerali all’attuazione dell’Accordo di Parigi. 

Il sistema ONU è già passato all’attuazione

Il lavoro avviato dal Panel del Segretario generale è proseguito anche dopo la pubblicazione del rapporto del 2024. Nel dicembre 2025 è stata istituita la UN Task Force on Critical Energy Transition Minerals, coordinata congiuntamente da UNEP, UNDP e UNCTAD. A valle del primo incontro ad alto livello sul tema, il 23 settembre 2026 il Segretario generale ha annunciato il Country Support Mechanism, nato per affiancare i Paesi produttori nella costruzione di filiere sostenibili, trasparenti e resilienti.

Una lettera inviata dalla società civile nel luglio 2026 collega esplicitamente questo lavoro a COP31: ilJust Transition Mechanism dovrebbe aiutare i Paesi produttori in via di sviluppo a rafforzare istituzioni, regole e capacità negoziale. L’obiettivo della COP non è sostituirsi alla Task Force ONU, ma connetterne le risorse e i principi alla cornice della giusta transizione sancita dall’Accordo di Parigi.

Cosa ci aspettiamo dalla COP31

Alla COP31 i minerali della transizione dovrebbero entrare nel Just Transition Mechanism attraverso cinque funzioni concrete.

In primo luogo, il meccanismo deve riconoscere che le filiere minerarie generano opportunità e rischi per le transizioni giuste, evitando di promuovere le tecnologie pulite senza considerarne la base materiale.

In secondo luogo, deve sostenere capacità istituzionali e regolatorie, negoziazione dei contratti, finanza non generatrice di debito, lavorazione e valore aggiunto locali. L’obiettivo non può essere rendere più efficiente solo il modello “estrai ed esporta”: non possiamo continuare ad applicare il “metodo fossile” di estrazione.

In terzo luogo, deve integrare diritti umani, diritti dei Popoli Indigeni e consenso libero, previo e informato; lavoro dignitoso; trasparenza, anticorruzione e accesso a rimedi. I titolari di diritti devono contribuire alla definizione delle priorità, non essere consultati a decisioni già prese.

Il quarto punto riguarda la gestione della domanda: la sufficienza, l’efficienza dei materiali, il riuso e il riciclo vanno considerati veri e propri strumenti di mitigazione climatica, capaci di ridurre la pressione sui territori.

Infine, il meccanismo deve garantire coordinamento e responsabilità: collegare UNFCCC, Task Force ONU, ILO, UNCTAD, UNEP e UNDP, individuare le lacune di sostegno e verificare i benefici nei Paesi e nelle comunità di origine.

La criticità è politica

I minerali critici non sono più assenti dal dibattito globale: ne discutono il G7, l’IEA, le Nazioni Unite e i principali partner commerciali. Il problema risiede nel fatto che la loro governance rimane quasi interamente dominata da esigenze di competitività e sicurezza degli approvvigionamenti.

La COP31 può riequilibrare questa impostazione. Inserire i transition minerals nel Just Transition Mechanism non significa rallentare la decarbonizzazione, ma impedire che venga costruita attraverso nuove zone di sacrificio. Significa riconoscere che la transizione comincia nei luoghi in cui i materiali vengono estratti, lavorati e raffinati, e che i benefici devono raggiungere anzitutto i Paesi e le comunità che sostengono questi costi.

Una transizione che riduce i combustibili fossili moltiplicando le estrazioni senza diritti non può dirsi giusta: rischia di essere soltanto la riconfigurazione di vecchie dipendenze.

Articolo a cura di Anna Pelicci, Capodelegazione di Italian Climate Network alla COP31 di Antalya

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