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Giu

A BONN IL MULTILATERALISMO È VIVO, MA RESTA FERMO

Si è chiusa la prima settimana di negoziati agli SB64, la sessione intermedia fondamentale in vista della prossima COP. Ma qual è l’atmosfera che si respira nelle sale della conferenza?

Tra tavoli tecnici che si trasformano in scontri politici e l’urgenza climatica che fatica a trovare spazio nei testi, la nostra capa delegazione Anna Pelicci fa il punto della situazione in questo report direttamente dalla Germania, analizzando i blocchi negoziali e l’unica vera eccezione positiva di questi giorni: il tavolo sulla giusta transizione.

La prima settimana degli SB64 a Bonn ha dato l’impressione di un multilateralismo ancora vivo, ma non necessariamente in movimento. Le sale sono piene, le Parti intervengono, i tavoli si susseguono, le parole chiave sono sempre le stesse: implementazione, ambizione, giustizia, finanza, transizione. Eppure, dietro questa apparente normalità negoziale, manca spesso il senso dell’urgenza. Si parla molto, non sempre si ascolta. Si resta al tavolo, ma sempre più spesso arroccati sulle proprie linee rosse.

Bonn dovrebbe essere una sessione intermedia, tecnica, preparatoria. In realtà, questa prima settimana ha mostrato quanto poco sia rimasto di una fase realmente tecnica del processo climatico, ora che l’Accordo di Parigi è stato scritto e il negoziato è entrato pienamente nella fase dell’implementazione. Ogni discussione operativa si trasforma rapidamente in una domanda politica: chi deve fare di più, chi deve pagare, con quali soldi, con quali obblighi e con quale riconoscimento delle responsabilità storiche. La frattura, spesso strumentalizzata, tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo, pur con tutte le semplificazioni di questa formula, continua a strutturare quasi ogni negoziato. E il contesto geopolitico attuale sembra irrigidire ancora di più le posizioni.

Il risultato è un processo che si presenta come in fase di attuazione, ma che inciampa appena l’attuazione richiede risorse, trasferimento tecnologico, capacity-building o nuove responsabilità. Si torna sempre lì: non basta dire che bisogna fare di più, se poi non c’è accordo su chi mette i mezzi per farlo. L’Accordo di Parigi sta entrando davvero nella fase dell’attuazione, o nelle sale si concede una moltiplicazione degli spazi di discussione per evitare decisioni più puntuali e, quindi, scomode?

In questo quadro, il tavolo sulla Giusta Transizione appare come l’eccezione più interessante. Non perché sia privo di conflitti, ma perché sta effettivamente lavorando sulla forma, sulle funzioni e sul possibile meccanismo da portare verso COP31. È uno dei pochi spazi in cui la discussione sembra ancora capace di produrre qualcosa di strutturato, e per questo sarà uno dei dossier da osservare con maggiore attenzione nei prossimi giorni. Ma perché questo tavolo funziona? La giusta transizione ha una cosa che gli altri tavoli in questo momento hanno meno: un mandato relativamente “costruibile”. Devono discutere come operazionalizzare un meccanismo: forma, funzioni, attività, workplan. È proprio il tipo di materiale su cui un negoziato COP “classico” può lavorare. Allora forse è proprio questo il problema degli altri tavoli: forse le “COP dell’implementazione” dovrebbero cambiare formato. Ma come?

Il resto del processo guarda già alla COP31 in Turchia. La Presidenza prova a costruire una narrativa politica forte attorno a elettrificazione, energia pulita e attuazione, ma molta di questa spinta rischia di restare fuori dal cuore duro dei testi negoziali, più vicina agli annunci e alle iniziative volontarie che al compromesso multilaterale. Per questo COP31 difficilmente sarà una COP solo tecnica: sarà un test politico sulla capacità del processo UNFCCC di trasformare anni di decisioni, roadmap e promesse in soldi, regole e cambiamenti reali.

Anna Pelicci, capa delegazione di Italian Climate Network


In attesa di capire se la seconda e ultima settimana porterà passi avanti più concreti, entriamo nel dettaglio dei negoziati. Ecco come stanno andando le cose nelle sale dedicate ai temi chiave di questo vertice: giusta transizione, adattamento, mitigazione e Global Stocktake.

Giusta Transizione

A Bonn, il tavolo sulla Just Transition è attivo e procede a passo deciso, in linea con il ritmo che il tavolo negoziale aveva assunto a Belém e che aveva portato alla creazione di un Meccanismo di Giusta Transizione (Just Transition Mechanism, JTM), attraverso la Decisione 2/CMA.7 (para. 25).

Nel corso della prima settimana, le Parti sono riuscite ad affrontare tutti e tre i temi chiave previsti per i negoziati intermedi: lo sviluppo dei termini di riferimento (Terms of Reference, ToR) per la revisione del programma di lavoro per la Giusta Transizione (Just Transition Work Programme, JTWP), l’operazionalizzazione del Meccanismo di Giusta Transizione e l’implementazione del programma di lavoro.

Per quanto riguarda i Terms of Reference, la discussione si è concentrata sull’identificazione di criteri che misurino il raggiungimento degli obiettivi, l’impatto, la qualità del programma di lavoro, nonché delle fonti di input da utilizzare nella sua revisione. Diverse coalizioni negoziali hanno sottolineato la necessità di definire dei parametri chiari e pratici, capaci di guidare la valutazione dell’efficacia, dell’efficienza e del valore aggiunto del programma. Gli input condivisi sono stati raccolti in una prima bozza di testo. Ne abbiamo parlato qui.

Il confronto su come rendere operativo il Meccanismo è stato, come atteso, quello più impegnativo, come raccontato in dettaglio in questo articolo.
Se i principi guida e le funzioni chiave del Meccanismo hanno raccolto un consenso generale, riconfermando la centralità della dimensione sociale della Giusta Transizione già emersa a COP30, sono invece emersi nodi politici importanti in riferimento all’assetto di governance, al tema della finanza, del commercio e del legame tra Just Transition e i risultati del primo Global Stocktake. Le discussioni hanno preso in considerazione anche il documento di mappatura di strumenti esistenti pubblicato martedì.

Il terzo ciclo di interventi ha riguardato, invece, i messaggi chiave del Quinto dialogo nell’ambito del Programma di lavoro degli Emirati Arabi Uniti sulla Giusta Transizione incentrato sui percorsi di giusta transizione per approcci olistici alla sicurezza alimentare, con particolare attenzione all’agricoltura e agli oceani. Anche in questo caso, i principali punti di divergenza tra le Parti hanno riguardato temi quali la scienza, l’ambizione climatica, il commercio e la finanza. 

Adattamento

Anche l’adattamento è stato discusso soprattutto come passaggio dalla pianificazione all’attuazione concreta. Il Global Goal on Adaptation e la Baku Adaptation Road Map sono stati il centro politico del confronto. Le Parti hanno discusso come usare meglio l’architettura esistente, senza creare processi paralleli o duplicazioni.

I Paesi in via di sviluppo hanno insistito sul fatto che i Piani nazionali di adattamento restano spesso senza supporto sufficiente. La finanza è emersa come nodo principale: non basta promettere risorse, bisogna renderle accessibili, prevedibili e adatte ai bisogni nazionali, serve più finanza a fondo perduto, denunciando il peso dei prestiti e del debito climatico.
Si è discusso anche di tecnologia e capacity-building, considerati mezzi di attuazione essenziali e non elementi secondari.

Sul fronte tecnico, il dibattito sui Belém Adaptation Indicators si è concentrato su metadati, metodologie, task force e uso degli indicatori nel futuro Global Stocktake previsto per il 2028.

In sintesi, la settimana ha mostrato che l’adattamento non è più solo una questione di piani e indicatori, ma di soldi, accesso, capacità istituzionale e giustizia climatica. Ci auguriamo di vedere le Parti muoversi facendo passi in avanti l’una verso l’altra nei prossimi giorni.

Mitigazione

La continuazione del Mitigation Work Programme, in stallo da molte sessioni, sembra probabile ma non automatica: nessuna Parte ne chiede apertamente la chiusura, ma manca consenso su mandato e funzione. Alcune Parti chiedono un programma più utile, capace di tradurre i dialoghi in risultati concreti, ma il nodo politico è il legame con il Global Stocktake: per alcuni il tavolo deve aiutare ad attuare gli esiti su energia, deforestazione e uscita dai combustibili fossili. Altri Paesi difendono invece un processo non prescrittivo, guidato dalle Parti e senza nuovi obblighi sugli NDC.

È emersa anche la tensione sui settori: alcuni vogliono discutere energia, foreste e temi specifici, altri temono che questo apra a pressioni selettive sulle economie nazionali.

In parallelo, la mitigazione è entrata anche nei lavori su Articolo 6.8, approcci non di mercato, come iniziato a COP30.

Global Stocktake

A Bonn il Global Stocktake è entrato subito nel vivo con il UAE Dialogue, lo spazio creato dopo Dubai per capire come trasformare gli esiti del primo bilancio globale in azione concreta.

Il Segretariato ha portato un dato utile: il 90% dei nuovi NDC presentati tra giugno 2024 e giugno 2026 dichiara di essersi basato sul GST1, e l’83% spiega in che modo. Ma ancora non tutte le Parti hanno presentato il loro NDC: 53 ancora risultano assenti, nonostante la scadenza fosse per febbraio 2025.

Nei primi scambi, però, i Paesi in via di sviluppo hanno insistito su finanza prevedibile, accessibile e in larga parte pubblica: senza mezzi di attuazione, molte promesse restano piani sulla carta.
Sul tavolo sono tornati anche transizione dai fossili, deforestazione, adattamento, perdite e danni, tecnologie e misure commerciali unilaterali, con posizioni ancora distanti tra gruppi negoziali.

Il vero test arriverà più avanti: nel report dei co-facilitatori, nelle submission che le Parti presenteranno prima del prossimo UAE Dialogue del giugno 2027 e, soprattutto, nella fase tecnica del secondo Global Stocktake. Per ora Bonn ha mostrato una cosa più semplice: tutti parlano di implementazione, ma il conflitto su finanza, responsabilità e mezzi di attuazione resta intatto.

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