MAI SPRECARE UNA CRISI ENERGETICA
- Climate Action Tracker analizza le risposte immediate a breve termine dei governi alla terza crisi energetica dell’ultimo decennio, in relazione alla dipendenza dai combustibili fossili, e le azioni strutturali a lungo termine già introdotte o da introdurre, per un cambiamento sistemico del settore.
- Una riforma strutturale e profonda del sistema, multilivello, è fondamentale e necessaria ed è già avviata o realizzata in diversi Paesi, in fasi di sviluppo e con sistemi energetici differenti tra loro, dimostrando che il cambiamento non è necessariamente vincolato a specifici contesti economici.
- Si evince che, se i Paesi avessero già puntato agli obiettivi del primo Global Stocktake (GST-1), l’impatto dell’attuale crisi energetica sarebbe stato significativamente limitato.
Climate Action Tracker (CAT) ha presentato i principali risultati di un briefing intitolato “Mai sprecare una crisi energetica: le risposte dei governi alla guerra di USA e Israele contro l’Iran” (Never let an energy crisis go to waste: government responses to the US-Israel war on Iran), proprio nel corso dei negoziati intermedi di Bonn, durante i quali si stanno ponendo le basi per la prossima COP31 ad Antalya e in cui, a fatica, si sta trattando anche il tema della mitigazione delle emissioni globali. Ne abbiamo parlato qui.
La guerra innescata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha determinato la terza crisi dell’energia solo nell’ultimo decennio, riportando la questione della sicurezza energetica e della volatilità delle importazioni al centro del dibattito globale e mettendo ancora una volta in luce le vulnerabilità intrinseche dei sistemi energetici basati sui combustibili fossili.
Alle motivazioni ambientali, etiche, sociali ed economiche che portano a considerare la transizione energetica come necessaria e urgente, tornano ad aggiungersi nuovamente anche gli aspetti legati al contesto geopolitico, sempre più instabile e imprevedibile.
Come riporta il documento realizzato da CAT, storicamente i periodi caratterizzati da insicurezza energetica e interruzione delle forniture, dovuti per esempio a guerre o alla pandemia del Covid-19, hanno per lo più rafforzato la dipendenza dei Paesi dai combustibili fossili. Le modalità prevalenti sono risultate essere l’incremento dell’estrazione di combustibili fossili, la diversificazione dei canali di approvvigionamento e l’espansione delle riserve strategiche, anche attraverso nuovi progetti estrattivi.
Analizzando in particolare gli ultimi dieci anni, i governi non hanno saputo cogliere l’opportunità delle condizioni dettate dalla pandemia del 2020 per accelerare la decarbonizzazione, preferendo investire nel mantenimento di sistemi ad alta intensità di combustibili fossili. Analogamente, dopo l’attacco russo in Ucraina del 2022, la principale soluzione portata avanti è stata la diversificazione delle forniture di gas fossile e la creazione di nuove strutture per l’importazione. Il risultato è stato quello di sostenere contemporaneamente le energie rinnovabili e i combustibili fossili, stabilizzando le emissioni, ma senza ottenere un progresso e una transizione effettiva dei sistemi verso una decarbonizzazione a lungo termine.
L’attuale crisi si presenta, però, in un contesto diverso e più complesso, tale per cui CAT la definisce una vera minaccia esistenziale, che si estende anche alla stabilità economica, alla sicurezza alimentare, alla competitività dell’industria, fino ovviamente alla resilienza climatica. Le tecnologie per l’energia pulita sono adesso mature, il processo di elettrificazione sta accelerando e le energie rinnovabili stanno vedendo una diffusione a velocità esponenziale, in contrasto con il costo elevato, l’incertezza e le limitazioni a cui sono soggetti i combustibili fossili.
Nonostante ci siano tutte le carte in regola per spingere verso la transizione, dall’analisi di 40 Paesi inclusi nel Climate Action Tracker la reazione dei governi nel 2026 è stata contrastante. Molti Paesi ammettono che i combustibili fossili rappresentano un rischio in termini di sicurezza e sviluppo economico, ma questo stenta a tradursi in azioni concrete e adeguate.
La risposta immediata dei governi
Gli aspetti considerati nell’analisi, rispetto alle azioni immediatamente attuate dai governi, riguardano:
- il prezzo dei combustibili fossili e come questo viene gestito dai governi durante le crisi;
- gli incentivi comportamentali e la riduzione della domanda;
- il mantenimento dell’equità e la prevenzione della speculazione durante le crisi.


Figura 1 – Reazioni immediate che ostacolano o supportano la decarbonizzazione. Fonte: Never let an energy crisis go to waste: government responses to the US-Israel war on Iran, Climate Action Tracker, June 2026
Per la maggior parte dei casi, si evidenziano da parte dei Paesi risposte a breve termine come sussidi generalizzati ai carburanti,tagli alle tasse (Australia, Brasile, Canada, Germania),tetti ai prezzi (Giappone) e riduzione temporanea degli incentivi alla transizione (EU), che attenuano la pressione sociale nell’immediato, ma vanno a consolidare la dipendenza dai combustibili fossili e aumentano i costi fiscali. Tra gli altri temi, quello del prezzo dei combustibili è cruciale, perché riflette le condizioni del mercato (scarsità, rischio di approvvigionamento e incertezza geopolitica) e porta a un arricchimento dei produttori a scapito di costi economici e sociali più elevati per i consumatori. Il documento enfatizza che questa condizione avversa dovrebbe però essere sfruttata dai governi per modificare le abitudini di consumo e non per generare più sussidi per i carburanti.
L’extra profitto che i produttori ottengono in questi periodi emergenziali deriva proprio dalla scarsità del mercato. Come anticipato, le soluzioni per superare questo squilibrio non sono però diffusamente adottate: la tassazione dei guadagni (attuata dal solo Regno Unito dal 2022), la limitazione dei margini di vendita al dettaglio, con un contenimento dei ricarichi dei rivenditori (Austria, Repubblica Ceca, India). L’Europa, ad esempio, ha lasciato ai singoli Stati la decisione di istituire o meno un’imposta straordinaria, non estendendola a livello comunitario.
In controtendenza, alcuni Paesi hanno invece adottato soluzioni pratiche per incentivare una contrazione dei consumi, proprio facendo leva su un cambio di comportamento, come la riduzione dei limiti di velocità (Pakistan), l’incremento del telelavoro (Thailandia e Vietnam), l’incentivazione del trasporto pubblico con la riduzione dei prezzi (Lituania, Pakistan, Filippine) o ancora con una gestione più ottimale e guidata della richiesta di riscaldamento e raffrescamento (Bangladesh, Filippine).
Un numero finora limitato di governi ha optato per soluzioni più in linea con gli obiettivi climatici per un sostegno mirato alle famiglie vulnerabili e ai settori critici, mantenendo elevato il prezzo per i combustibili fossili e riducendo contemporaneamente il costo dell’energia elettrica pulita (Belgio, Bulgaria e Francia) e per incentivare il processo di elettrificazione.
Reazioni strutturali alla crisi energetica e impatto sulla transizione
Gli aspetti considerati nella valutazione delle misure strutturali si concentrano su due opzioni, su cui si trovano ora a scegliere i governi:
- mantenere e rafforzare la dipendenza da combustibili fossili;
- veicolare gli sforzi per attuare la transizione energetica.


Figura 2 – Reazioni strutturali che ostacolano o supportano la transizione energetica. Fonte: Never let an energy crisis go to waste: government responses to the US-Israel war on Iran, Climate Action Tracker, June 2026
L’eliminazione degli incentivi alla transizione – come le tasse sul carbonio, i sistemi di scambio di quote di emissione e tempistiche troppo dilatate per l’uscita graduale dal carbone – unitamente all’espansione nella produzione di petrolio, gas e carbone, sono soluzioni che ostacolano la transizione e deviano solo momentaneamente le problematiche energetiche (EU, UK, Germania e Italia).
Inoltre la scelta di diversi governi, tra cui l’Italia, di puntare sul gas fossile come combustibile di transizione, già nelle precedenti situazioni emergenziali non ha fatto altro che far emergere ed esacerbare lo stesso problema ora, poiché ha aumentato la dipendenza da mercati globali ancora una volta volatili e ha ritardato i cambiamenti strutturali necessari per la sicurezza energetica a lungo termine.
CAT enfatizza come le crisi possano invece fungere da catalizzatori per consentire riforme strutturali dei sistemi a lungo termine, ma deve esserci la volontà dei governi di cogliere l’opportunità e agire conseguentemente. Risposte mirate per affrontare la crisi e incentivare la resilienza esistono e sono implementabili, come l’incremento dell’energia generata tramite fonti rinnovabili (solare e eolico in particolare), con l’espansione della capacità disponibile (Spagna, Cina, Cile e Sud Corea), l’accelerazione nell’elettrificare i settori chiave, quali la mobilità (Francia e Vietnam) e l’espansione della rete elettrica e dei sistemi di trasmissione. Anche strumenti economici e di supporto alle fasce di popolazione più vulnerabili rappresentano una risposta alla sfida climatica, come la riduzione delle imposte sui veicoli elettrici e programmi di leasing sociale per veicoli elettrici.
Una menzione particolare è fatta per la Cina, che ha attuato un’espansione significativa delle energie rinnovabili, con l’incremento della capacità energetica nel solare, nell’eolico e nell’idroelettrico, seguita da una rapida elettrificazione dei settori di utilizzo finale, in cui ha superato il tasso di incremento di UE e Stati Uniti.
Il report sottolinea inoltre che questi esempi positivi includono Paesi in diverse fasi di sviluppo e con strutture energetiche variabili, a dimostrazione che il modello applicato non è necessariamente limitato a un gruppo di economie specifiche.
Emerge che una riforma strutturale e profonda del sistema, multilivello, compreso quello internazionale, è fondamentale e necessaria. Le strategie già portate avanti in ottica di transizione dimostrano che adottare risposte sistemiche rende i Paesi meno vulnerabili, riduce l’esposizione agli shock, consente una maggiore resilienza alle oscillazioni di prezzo e alle fluttuazioni dell’approvvigionamento.
Citando testualmente il report “L’attuale crisi energetica solleva quindi non solo la questione dell’orientamento delle politiche nazionali, ma anche se sia necessaria una nuova generazione di istituzioni a supporto di un’architettura per la sicurezza energetica pulita.”
La soluzione a portata di mano
Il punto focale individuato dal CAT è che gli obiettivi già fissati attraverso il primo Global Stocktake (GST-1) sarebbero la risposta corretta ed efficace per superare le vulnerabilità emerse nella crisi energetica e per contrastare fattivamente i cambiamenti climatici, nel breve e nel lungo periodo, collegando e allineando le misure prese in fase emergenziale alla riforma strutturale del sistema.
Le soluzioni sono, quindi, già definite, ma devono essere attuate:
- triplicare l’approvvigionamento da fonti rinnovabili, che consentirebbe di superare la dipendenza dai combustibili fossili;
- raddoppiare l’efficienza dei sistemi energetici (edifici, industria e trasporti), che permetterebbe di ridurre la domanda di energia e conseguentemente ridurrebbe i costi, attutendo il contraccolpo in caso di variazioni dell’offerta;
- la riduzione delle emissioni di metano del 30% al 2030 rispetto ai livelli del 2020 (in linea con il Global Methane Pledge), che determinerebbe una contrazione degli sprechi nei sistemi basati sui combustibili fossili e offrirebbe già a breve termine un immediato beneficio climatico ed economico.

Figura 3 – Obiettivi di energia e metano. Fonte: Never let an energy crisis go to waste: government responses to the US-Israel war on Iran, Climate Action Tracker, June 2026
Dal documento emerge quindi che, se i Paesi avessero già intrapreso il percorso definito dal GST, l’impatto delle attuali crisi energetiche sarebbe stato significativamente mitigato.
La conferenza stampa si è conclusa con la richiesta di un commento alla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia e la conseguente decisione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che per il CAT può certamente aumentare le probabilità che i governi siano chiamati a rispondere per la mancata attuazione di politiche climatiche. Allo stesso tempo ha sottolineato quanto gli argomenti a favore di una transizione energetica pulita, indipendente dalle fonti fossili, non siano mai stati così evidenti in questo momento storico, per cui ci si aspetterebbe un cambiamento anche in assenza delle evidenze scientifiche e giuridiche, che rimangono ovviamente rilevanti.
Climate Action Tracker si auspica, quindi, che questa ennesima crisi rappresenti il punto di svolta, per superare finalmente le criticità legate alla dipendenza da combustibili fossili e per virare verso un sistema basato su energie rinnovabili ed elettrificazione, che consenta di ottenere una maggiore resilienza, contrastando i cambiamenti climatici e preservando la stabilità economica a lungo termine.
Articolo a cura di Giada Fenocchio, delegata di Italian Climate Network
