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Giu

CRIOSFERA E OVERSHOOT: COSA SI PERDE OLTRE 1.5°C

  • Ogni grado di overshoot impegna la criosfera a perdite irreversibili su scale temporali umane
  • A Bonn scienziati di diverse parti del mondo hanno presentato evidenze che rendono sempre più difficile per i negoziatori ignorare l’asimmetria fondamentale del sistema glaciale
  • La fusione è rapida, la ricostruzione richiede millenni

C’è una domanda che la comunità scientifica pone da anni con crescente urgenza e che i negoziatori climatici hanno a lungo evitato di affrontare con la necessaria franchezza: quando superiamo,  anche temporaneamente, la soglia di 1,5°C di riscaldamento globale, quanto di ciò che viene perduto può essere davvero recuperato? La risposta, emersa con chiarezza nel corso di un side event organizzato a Bonn dall’ICCI (International Cryosphere Climate Initiative),dal governo islandese, dallo SCAR (Scientific Committee on Antarctic Research) e dalla Fondazione Karuna, è scomoda: molto poco e su scale temporali che non appartengono alla politica, né alla vita umana.

Non si tratta di una questione simbolica o di una disputa sul decimale. Si tratta di fisica. L’inerzia termica dei sistemi glaciali e la capacità del ghiaccio e degli oceani di accumulare calore e rilasciarlo lentamente nel tempo trasformano ogni anno di emissioni in un impegno plurisecolare. Ciò che si fonde oggi non si riforma domani, nemmeno se le temperature tornassero ai livelli preindustriali.

L’overshoot non è una correzione, è una scommessa

Il concetto di overshoot, cioè superare il limite di temperatura per poi scendere grazie alla rimozione di CO₂ dall’atmosfera,è diventato centrale nei percorsi di decarbonizzazione più diffusi. Quasi tutti gli scenari compatibili con l’1,5°C oggi prevedono un superamento temporaneo di quella soglia, seguito da un ritorno. È una scommessa tecnologica e politica enorme. Ma è anche, dal punto di vista della criosfera, una scommessa fisica mal posta: il sistema glaciale non reagisce simmetricamente. La fusione è rapida; la ricostruzione richiede millenni.

La dottoressa Florence Colleoni, del Comitato Scientifico per la Ricerca in Antartide, ha sintetizzato il problema con precisione: “A causa dell’inerzia termica, ciò che abbiamo perso oggi è irreversibilmente perduto su scale temporali umane. Il calore già assorbito continuerà a fonderei ghiacci per secoli, indipendentemente da ciò che faremo dopo.”

I dati paleoclimatici confermano questa asimmetria in modo brutale. Per livelli di temperatura anche solo di 0,5/1,5°C superiori agli attuali, i ghiacciai storicamente hanno mantenuto contributi all’innalzamento del mare nell’ordine dei 5/10 metri non nell’arco di secoli, ma di millenni. La Groenlandia, ha spiegato Colleoni, è già sensibile a ciò che sta accadendo ora: “Anche se tornassimo a 1,5°C, dovremmo scendere molto più in basso per invertire le perdite già innescate. È facile perdere, difficilissimo recuperare.”

Punti di non ritorno: non tutti uguali, non tutti lontani

Uno degli errori più comuni nel dibattito pubblico è trattare i punti di non ritorno come soglie uniformi e distanti. In realtà sono soglie diverse, distribuite in modo disomogeneo tra i sistemi e alcune sono già pericolosamente vicine. Nell’Antartide occidentale, certi settori mostrano punti critici intorno a 1 e 2°C, altri intorno a 3°C. La differenza non è trascurabile: superare una soglia significa innescare dinamiche che procedono autonomamente, indipendentemente dalle scelte future dell’umanità.

Colleoni ha mostrato simulazioni che, pur variando negli scenari di overshoot,da 1°C a 7°C,convergono su un messaggio comune: “Qualunque sia lo scenario, il contributo a lungo termine dell’Antartide all’innalzamento del mare supera il metro entro il 2300. La magnitudine dell’overshoot ne determina la gravità, ma non ne annulla le conseguenze.”

Questo ha implicazioni dirette per il Bangladesh, per i piccoli stati insulari, per le città costiere di tutto il mondo. Come ha ricordato il professor Saiful Islam, dell’Università di Ingegneria del Bangladesh: “Che siano 30 centimetri o mezzo metro, per le nostre coste il disastro è già lì. Non fa una grande differenza statistica. Fa una differenza enorme per milioni di persone.”

Il mare che cambia: ghiaccio marino, acidificazione, AMOC

Oltre ai ghiacciai continentali, esistono componenti del sistema climatico che operano su scale più brevi, ma con impatti altrettanto profondi. Il dottor Petra Heil, direttore scientifico della British Antarctic Survey, ha illustrato tre di questi: il ghiaccio marino, l’acidificazione degli oceani e la circolazione meridionale atlantica, nota come AMOC.

Il ghiaccio marino antartico ha subito negli ultimi anni un collasso senza precedenti, fuori da qualsiasi variabilità naturale attesa. Non è solo una perdita di superficie riflettente, è una perturbazione profonda della circolazione oceanica, della formazione delle acque di fondo, dell’habitat di intere catene alimentari. Ha affermato: “Stiamo parlando di un collasso che non è facile da invertire come quello Artico. Le condizioni che lo hanno generato stanno cambiando strutturalmente.”

L’acidificazione degli oceani polari aggiunge un’altra dimensione di irreversibilità. Negli scenari a 2,5°C, gli oceani artici e subantartici raggiungeranno livelli di pH talmente bassi da richiedere, secondo i modelli, tra 30.000 e 50.000 anni per tornare ai valori attuali,ammesso che le emissioni si fermino e le specie calcificanti  – molluschi, coralli, zooplancton, alla base della catena alimentare marina – non avranno il tempo di adattarsi.

Quanto all’AMOC, cioè la circolazione meridionale atlantica, la situazione è altrettanto seria: si stima un declino del 19% entro il 2050 e un possibile collasso della corrente di fondo antartica del 42% nel corso del prossimo secolo. Sono numeri che riguardano direttamente l’Europa, il clima dell’Atlantico del Nord, la stabilità dei monsoni.

Il risvolto politico

A livello politico come si traduce tutto questo in decisioni? Come si comunica l’incertezza senza che diventi un alibi per l’inazione?
La risposta più lucida è arrivata proprio da Colleoni:“Dobbiamo smettere di concentrarci solo sull’incertezza numerica. La direzione del cambiamento non varia. I ghiacci continueranno a fondersi. Lavoriamo su ciò che sappiamo con certezza, non solo su ciò che non sappiamo ancora.”

Un’osservazione che suona come un invito metodologico, ma è anche un atto politico. Perché l’incertezza, nella comunicazione climatica, è spesso diventata un’arma nelle mani di chi preferisce rimandare. Come ha sottolineato un rappresentante delle delegazioni presenti: “Non sappiamo mai quale sia il punto sensibile per un decisore. In Islanda, l’AMOC è sul radar politico. Altrove, sono i ghiacciai o la sicurezza idrica. Dobbiamo imparare a parlare di impatti concreti, localizzati, tangibili.”

Il messaggio finale di questa prima giornata a Bonn è che la scienza ha già risposto alle domande fondamentali. La criosfera è vulnerabile, asimmetrica nelle sue reazioni e buona parte delle perdite già in corso è irreversibile. L’overshoot non è una soluzione tecnica elegante: è un rischio enorme che sposta il peso delle conseguenze sulle generazioni future, senza garanzie di ritorno.

La politica deve scegliere se ascoltare questo messaggio adesso, o farselo ricordare – a caro prezzo – nei decenni che verranno.

Articolo a cura di Marta Abbà, volontaria Italian Climate Network

Immagine di copertina: Magnific.com

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