combustibili fossili
27
Ott

I COMBUSTIBILI FOSSILI MINACCIANO LA SALUTE UMANA LUNGO TUTTO L’ARCO DELLA VITA

Un nuovo report dimostra l’impatto sanitario devastante dei combustibili fossili e l’urgenza di una transizione equa.

Estrazione, raffinazione, trasporto, combustione e dismissione: i combustibili fossili impattano sulla salute umana lungo tutto il loro ciclo di vita e lungo tutte le fasi della nostra vita, perfino durante lo sviluppo fetale. Lo conferma un nuovo report della Global Climate and Health Alliance (GCHA), che analizza una per una tutte le fasi della filiera dei combustibili fossili, e il modo in cui ognuna di queste sia in grado di generare inquinamento atmosferico, idrico e del suolo, distruggendo habitat, producendo rifiuti tossici e aggravando il quadro sanitario con un forte incremento di mortalità e di malattie croniche. Tale pubblicazione rappresenta un passo avanti importante per riepilogare e comunicare, nel modo più completo possibile, il devastante impatto dei combustibili fossili sulle persone

Integrando evidenze scientifiche, dati quantitativi e testimonianze personali, l’analisi parte dalla definizione dell’OMS di salute ed evidenzia, pagina dopo pagina, gli effetti sproporzionati dell’industria fossile, soprattutto sulle popolazioni più vulnerabili. Da qui, l’urgenza di una transizione equa verso energie rinnovabili.

Che male fanno 

Passando in rassegna i danni causati dai combustibili fossili, dal concepimento della vita di una persona alla sua vecchiaia, il report racconta cosa accade già nella fase dello sviluppo fetale.
Prima ancora di nascere, se durante il suo sviluppo fetale è esposto a inquinanti come particolato fine (PM2.5), idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e composti organici volatili (VOC) derivanti dall’estrazione e combustione, un individuo ha un rischio maggiore di venire al mondo sottopeso o prematuramente, e di registrare anomalie congenite, come difetti cardiaci o del tubo neurale. Tutti questi effetti compromettono il suo sviluppo a lungo termine, aumentando il rischio di disturbi neurologici (es. deficit cognitivi) e di malattie cardiovascolari nell’età adulta. Inoltre, l’esposizione prenatale a sostanze chimiche derivanti dalla combustione di diesel e benzina incrementa il rischio di sviluppare tumori nell’infanzia.
I combustibili fossili hanno anche un impatto sulla salute materna, essendo correlati a una maggiore probabilità di infertilità, aborti spontanei e complicanze durante la gravidanza, come ipertensione, pre-eclampsia e diabete gestazionale. 

L’età infantile è altrettanto vulnerabile, a causa della frequenza respiratoria più elevata rispetto all’età adulta, delle vie aeree più strette, della minore capacità di metabolizzare sostanze tossiche e degli organi ancora in formazione. L’esposizione a inquinanti fossili, secondo il report, è legata a un aumento dell’incidenza di asma nelle comunità vicine a miniere di carbone (es. Witbank, Sudafrica) e a malattie respiratorie croniche. Aumenta anche il rischio di sviluppare tumori durante l’infanzia o durante l’età adulta, legato a una maggiore vulnerabilità degli organi in fase di sviluppo.

Passando alla fascia delle persone adulte, il report illustra come i combustibili fossili causino un aggravamento di malattie croniche, come malattie cardiovascolari, malattie endocrino-metaboliche, asma, broncopolmonite cronica, demenza. L’esposizione a particolato fine (PM2.5), biossido di azoto (NO2) e monossido di azoto contribuisce al declino cognitivo e aumenta il rischio di demenza

Secondo le stime l’inquinamento atmosferico legato ai combustibili fossili provoca oltre 8 milioni di morti all’anno, e rappresenta il secondo maggiore fattore di rischio per la mortalità globale. 

Tuttavia non tutti gli effetti sono immediati da riscontrare (e da immaginare), e alcuni riguardano il benessere mentale e sociale, non solo quello fisico. Nel panorama dei danni da fossile vanno infatti inclusi anche i disturbi di stress post-traumatico da disastri ambientali (per esempio nel caso di sversamenti petroliferi), la perdita di mezzi di sussistenza e lo sfollamento forzato e la disgregazione delle comunità, che possono causare disturbi di salute mentale, come ansia e depressione, oltre ad un aumento della violenza e dei conflitti. 

Chi ne soffre maggiormente, e come

Gli effetti, descritti dettagliatamente nel report, non hanno tutti lo stesso impatto e la stessa diffusione sulle diverse categorie di persone: le comunità più vulnerabili, povere e marginalizzate vengono colpite con maggiore frequenza e intensità. Nella maggior parte dei casi, le vittime sono soprattutto persone che appartengono a queste fasce di popolazione e vivono vicino a siti estrattivi, raffinerie o discariche di rifiuti tossici, per cui restano esposte a livelli di inquinanti elevati. Per esempio i pescatori di Kattukuppam, in India, hanno visto i loro mezzi di sussistenza direttamente distrutti da sversamenti petroliferi e inquinamento da raffinerie, subendo la conseguente devastazione degli ecosistemi marini per loro vitali. Questo li ha costretti ad abbandonare tradizioni secolari, migrare per lavori precari e affrontare povertà, perdita di identità culturale e stress psicologico, con un forte impatto sulle comunità costiere indiane dipendenti dalla pesca. 

Anche le donne sono mediamente più esposte agli effetti dei combustibili fossili, anche a causa dell’uso che mediamente ne fanno in ambito domestico (es. gas per cucinare), ma non solo. Tante sono le concause che fanno registrare in loro un aumento del rischio di malattie respiratorie croniche. Anche i lavoratori nell’industria fossile sono particolarmente esposti al rischio per la loro esposizione ravvicinata agli agenti inquinanti.
Come già accennato, poi, i bambini e le bambine, per la loro fisiologia, assorbono più sostanze inquinanti, con un aumento delle infezioni respiratorie acute in aree industrializzate. Anche le persone anziane sono particolarmente vulnerabili a causa del declino, in parte fisiologico, delle funzioni dei loro organi, della più probabile presenza di malattie preesistenti e dell’esposizione cumulata alle sostanze inquinanti durante gran parte della loro vita. Un’altra categoria particolarmente danneggiata dal settore è quella delle comunità indigene e delle minoranze etniche. Questi gruppi affrontano disuguaglianze sistemiche, un’aggravante che si manifesta con lo scarso accesso a cure mediche, esposizione cronica e mancanza di rappresentanza politica, che amplificano povertà e instabilità sociale. 

Combustibili fossili e “giusta transizione”

Sfogliando il report si trovano diversi elementi che confermano il forte legame tra combustibili fossili e giusta transizione o, per meglio dire, l’assenza di quest’ultima. Si tratta infatti di un settore che risulta oggettivamente insostenibile dal punto di vista sia climatico, che sanitario ed economico. Gli analisti parlano infatti di “tripla crisi”, mettendo in luce come e quanto il fossile contribuisca ai cambiamenti climatici, con costi sanitari globali stimati in migliaia di miliardi di dollari all’anno per cure mediche e produttività persa.

Ora che le fonti rinnovabili di energia – solare ed eolico in primis – sono diventate più economiche (costi scesi dell’85% dal 2010), oltre che affidabili e salutari, sfruttarle potrebbe permetterci di salvare 2 milioni di vite all’anno, solo per come migliorano la qualità dell’aria. E allora perché continuiamo a puntare sui combustibili fossili? 

La risposta è nel report stesso: le aziende del settore si impegnano per ritardare la transizione con potenti azioni di lobbying, con cui bloccano regolamenti, per poter mantenere i propri investimenti pur rischiando che perdano valore prima di essere completamente ammortizzati (a causa dell’impatto di vari cambiamenti, normativi ma anche geopolitici e ambientali). Come se non bastasse, continuano a essere enormemente sostenute da sussidi pubblici: secondo le stime solo nel 2022 sono stati spesi circa 7 mila miliardi di dollari.

I fossili non sono solo obsoleti, ma anche moralmente inaccettabili, poiché minano diritti umani ed equità globale.
Una transizione equa dovrebbe includere riqualificazione dei lavoratori (es. minatori), supporto economico per comunità dipendenti dai fossili e inclusione sociale per evitare disuguaglianze. E invece il phase-out dai fossili viene ancora visto come una minaccia per milioni di posti di lavoro, mentre le comunità marginalizzate, che subiscono la maggior parte degli impatti, tuttora non ricevono compensazioni o bonifiche adeguate. 

Passo dopo passo verso l’uscita (dall’era fossile)

Oltre alla denuncia di una situazione così insostenibile, il report indica anche come compiere una svolta, suggerendo la fine dei sussidi fossili, il reindirizzamento di investimenti verso rinnovabili (triplicare a 4,5 mila miliardi di dollari all’anno entro il 2030) e l’esclusione dei lobbisti fossili dai processi decisionali. Questi cambiamenti hanno il potenziale di migliorare sostanzialmente la salute pubblica, oltre a portare risparmi economici a lungo termine (oltre 4 mila miliardi di dollari che attualmente vengono persi a causa degli impatti climatici e dell’inquinamento). 

Un report come questo non può avere un lieto fine (almeno non per ora), ma l’ultima sezione è almeno costruttiva. Gli autori e le autrici hanno infatti deciso di lanciare l’ennesimo appello per un’azione collettiva urgente, indicando raccomandazioni specifiche per governi, società civile, imprese e settore sanitario:

  1. Mettere fine ai sussidi fossili: serve smettere di finanziare i combustibili fossili con sussidi pubblici per migliaia di miliardi di dollari e liberare risorse da destinare a rinnovabili, interventi di adattamento e resilienza climatica, riducendo l’influenza delle aziende fossili e accelerando la decarbonizzazione.
  2. Contrastare la disinformazione e l’influenza mediatica dell’industria fossile: serve bandire le pubblicità che promuovono l’utilizzo dei fossili e, al contempo, divulgare evidenze scientifiche che ne dimostrano la dannosità. Come il tabacco è stato escluso dalle conferenze sanitarie, le aziende fossili devono essere escluse da eventi come le COP sul clima, per evitare sabotaggi alle politiche climatiche e sanitarie.
  3. Ridurre l’impatto della produzione attuale di fossili: prima del completo phase-out dei fossili, è importante mettere in atto regolamentazioni rigide per il controllo di tutte le fasi della loro produzione, monitorare i livelli di inquinamento, limitare l’esposizione allo smaltimento di rifiuti pericolosi e richiedere valutazioni del rischio ambientale e sanitario. 
  4. Considerare i costi sanitari dei combustibili fossili nella compensazione climatica: le aziende fossili devono essere chiamate a ripagare i costi degli impatti climatici, inclusi quelli sanitari (che vengono spesso trascurati), secondo il principio “Chi inquina, paga”. In questo modo si possono creare degli incentivi finanziari e regolatori per ridurre le emissioni e accelerare la transizione.  
  5. Reindirizzamento della finanza globale: istituzioni come la Banca Mondiale devono smettere di finanziare i fossili (attualmente il 60% degli investimenti energetici) e triplicare gli investimenti in rinnovabili a 4,5 mila miliardi di dollari all’anno entro il 2030, come richiesto dall’Agenzia internazionale per l’energia.
  6. Ricerca e azione climatica guidata dalle comunità: la ricerca, e soprattutto la ricerca effettuata in cooperazione con le comunità, è necessaria per far luce sugli impatti dei fossili sulle comunità, includendo la salute psicofisica e il funzionamento sociale. I risultati di questo tipo di ricerca ‘sul campo’ devono portare a cambiamenti nelle politiche e nell’allocazione delle risorse e a tentativi di risarcimento per i danni subiti.
  7. Leadership del settore sanitario: il settore sanitario, come voce autorevole, deve decarbonizzare i sistemi (es. ospedali a energia rinnovabile), disinvestire dai fossili, adottare pratiche sostenibili e condividere testimonianze di pazienti per sensibilizzare sull’impatto dei fossili sulla salute umana. Questo può ispirare una trasformazione sociale.
  8. Protezione delle comunità vulnerabili: è importante anche garantire programmi di riqualificazione, compensazioni e bonifiche per le comunità vulnerabili, con fondi specifici per regioni del cosiddetto Sud globale, più colpite e meno resilienti. 

Sono tutte azioni che richiedono una collaborazione tra governi, società civile e professionisti sanitari per dare priorità a salute, equità e sostenibilità. Per realizzare ciò, è importante che passi il concetto che una transizione giusta non solo limiterebbe i danni, ma creerebbe un futuro più sano ed equo, proteggendo le generazioni future e dando voce alle persone più vulnerabili.

Articolo a cura di Marta Abbà, volontaria di Italian Climate Network.

Immagine di copertina: The global climate and health alliance

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