I CAMBIAMENTI CLIMATICI AUMENTERANNO L’ESPOSIZIONE ALLE MICOTOSSINE
I cambiamenti climatici stanno modificando la distribuzione di alcune specie di funghi che contaminano alimenti e mangimi e che producono naturalmente molecole tossiche, chiamate micotossine.
Questo è il tema di un briefing pubblicato recentemente dall’Agenzia europea dell’ambiente (EEA), dal titolo “Mycotoxin exposure in a changing European climate”.
Micotossine, un pericolo silenzioso
Periodicamente leggiamo notizie allarmanti di prodotti alimentari ritirati dal mercato perché contaminati da micotossine. Solo nell’ultimo mese sono stati segnalati alcuni lotti di fette biscottate, polpa di frutta e caffè contenenti livelli di queste tossine superiori al limite. Ma cosa sono le micotossine e perché costituiscono un pericolo?
Le micotossine vengono prodotte naturalmente dai funghi delle specie Aspergillus, Penicillium, Fusarium e Claviceps, che contaminano soprattutto piante di cereali, frutta a guscio, frutta fresca e spezie. Ne consegue che la principale via di esposizione per l’uomo è quella alimentare.
Le piante assorbono le micotossine durante la crescita, oppure in seguito alla raccolta. Purtroppo queste contaminazioni sono insidiose perché invisibili, inodori e insapori, quindi difficili da individuare in assenza di specifici test. Come se non bastasse, alcune micotossine resistono inalterate ai comuni processi di lavaggio, cottura e trasformazione degli alimenti. Se non individuate, quindi, possono rappresentare un pericolo per la salute.
Tra le micotossine più dannose per la salute umana troviamo Aflatossina B1 (AFB1), Deossinivalenolo (DON), Fumonisine, Zearalenone (ZEN) e Ocratossina A (OTA). A seconda della specifica tossina, l’esposizione può portare ad effetti cancerogeni, problemi a carico dei reni (dalla tossina OTA), del fegato (dalla AFB1), del sistema endocrino (dalla ZEN) e immunitario (dalla DON).
Fra le categorie maggiormente a rischio ci sono le donne in gravidanza e i bambini fino ai tre anni, i quali risultano più vulnerabili per il loro ridotto rapporto tra peso corporeo e quantità di cibo assunta. Anche i lavoratori del settore agroalimentare sono particolarmente esposti, perlopiù tramite l’inalazione di polveri contaminate o il contatto diretto con la pelle.
Esiste anche una via di contaminazione ambientale. Di recente infatti, la presenza di micotossine è stata rinvenuta nelle falde acquifere e nell’acqua potabile, probabilmente a causa dello sversamento di acque di scarico o altro materiale inquinato nei corpi idrici, oppure in seguito al dilavamento dei terreni agricoli. Purtroppo alcune tossine, come DON e ZEN, una volta immesse nell’ambiente tendono per loro natura a persistere. La tossina OTA, invece, può persistere perché spesso non viene rimossa in modo adeguato dai trattamenti delle acque di scarico.
Micotossine e cambiamenti climatici
Secondo le previsioni, entro la fine del secolo il continente europeo potrebbe riscaldarsi di ulteriori 1,5-4,5 °C, a seconda di quanto riusciremo a ridurre le emissioni climalteranti. L’Europa non ha davanti a sé un futuro roseo, visto che dal 1980 ad oggi si è scaldata a velocità doppia rispetto alla media globale.
Ma cosa c’entrano i cambiamenti climatici con le micotossine?
C’entrano, perché diversi fattori connessi ai cambiamenti climatici potrebbero favorire una maggiore diffusione delle micotossine.
Primo fattore: l’aumento della temperatura, che potrebbe favorire la proliferazione dei funghi soprattutto nei Paesi sviluppati con clima temperato, laddove ci siano condizioni di umidità idonee alla crescita delle muffe. Ovviamente la portata della contaminazione varierà da regione a regione a seconda dell’effettivo aumento della temperatura, ma si stima che potrebbe coinvolgere anche aree del nord Europa in precedenza meno interessate dal fenomeno. L’esposizione della popolazione aumenterà di conseguenza, probabilmente anche a più micotossine insieme.
Secondo fattore: l’aumento delle precipitazioni e dell’erosione del suolo che, come si diceva prima, potrebbe favorire il trasferimento delle tossine dai terreni ai fiumi, fino ad arrivare alle falde acquifere, portando così la contaminazione all’acqua potabile e agli alimenti.
Terzo: il susseguirsi di eventi meteorologici estremi, come le alluvioni, e di periodi siccitosi prolungati, che saranno causa di stress per le piante cerealicole, rendendole più fragili e vulnerabili alle infezioni fungine.
Quarto fattore: la distribuzione spaziale delle popolazioni di insetti, che potrebbe variare come conseguenza dei cambiamenti climatici. Gli insetti giocano un ruolo importante nella trasmissione dei funghi produttori di tossine, pertanto potrebbero contribuire a diffondere la contaminazione nelle colture.
Quali saranno le conseguenze di una maggiore contaminazione da micotossine?
Secondo quanto riporta il documento dell’EEA, attualmente circa il 25% delle colture supera i limiti normativi europei per le micotossine, mentre fino al 60-80% avrebbe livelli di contaminazione rilevabili. Un aumento della contaminazione in Europa potrebbe minare fortemente la sicurezza alimentare e causare un calo delle rese agricole, con pesanti ripercussioni dal punto di vista economico.
È probabile che in futuro gli agricoltori modificheranno i propri modelli di coltura, prediligendo varietà più adatte a condizioni ambientali mutevoli, con effetti al momento non prevedibili sull’ambiente.
Infine, al crescente rischio di contaminazione da micotossine e infezioni fungine seguirà probabilmente un aumento nell’uso di prodotti fungicidi, a cui anche l’uomo sarà verosimilmente più esposto.
Ciò potrebbe determinare l’insorgenza di nuovi meccanismi di resistenza ai fungicidi stessi, un problema che riguarda sia l’ambito agricolo sia quello sanitario, in quanto i funghi possono provocare infezioni anche nel corpo umano.
One Health, un approccio integrato per mitigare il rischio
Come abbiamo visto, la questione delle micotossine abbraccia settori differenti (agroalimentare, medico, ambientale), determinando effetti per la salute di animali, esseri umani ed ecosistemi. Pertanto, secondo l’EEA le soluzioni per mitigare i rischi derivanti dalle micotossine devono necessariamente seguire un approccio di tipo One Health.
Cosa significa? Traducendo dal briefing, leggiamo: “One Health è un approccio che riconosce la complessa interconnessione tra la salute umana, animale e ambientale. La sua applicazione mira a prevenire e rispondere alle minacce per la salute, salvaguardando contemporaneamente piante, animali, ecosistemi e salute umana”.
Nell’ottica di un approccio integrato, l’EEA porta alcuni esempi di strumenti concreti da utilizzare e sviluppare ulteriormente per prevenire la diffusione di micotossine.
In ambito agricolo sarà fondamentale approfondire la ricerca e la selezione di colture resistenti alle infezioni fungine. Un altro strumento utile è il controllo biologico, che prevede l’impiego di ceppi di funghi non patogeni che competono per spazio e risorse con i produttori di micotossine, riducendo così la proliferazione di questi ultimi.
Esistono anche modelli predittivi, peraltro già testati, in grado di valutare le interazioni tra patogeni e piante in circostanze di cambiamenti climatici. In futuro queste previsioni potranno supportare agricoltori e responsabili politici nell’anticipare il rischio di contaminazione da micotossine sulla base delle condizioni climatiche, in modo da prendere provvedimenti tempestivamente e in modo mirato.
Anche l’adattamento delle pratiche agricole alle nuove condizioni ambientali sarà importante, per esempio attraverso un’opportuna variazione dei periodi di raccolta, dell’irrigazione e dell’uso di pesticidi e fertilizzanti. Infine, la rotazione delle colture e la consociazione (la pratica di coltivare diverse specie di piante sullo stesso terreno in modo che possano beneficiare degli effetti reciproci) potranno rivelarsi efficaci per il controllo dei patogeni fungini.
L’auspicio è che, a fronte dell’evolversi della situazione, venga messo in campo uno sforzo collaborativo e trasversale, che possa giovare all’intera comunità, agli animali e all’ambiente.
Articolo a cura di Rossella De Poi, volontaria di Italian Climate Network.
