CAMBIAMENTI CLIMATICI E FATTORI SOCIO-ECONOMICI AGGRAVANO LA RESISTENZA AGLI ANTIBIOTICI
Con oltre un milione di decessi registrati nel 2021, la resistenza agli antibiotici rappresenta la terza causa di morte a livello globale e una delle maggiori sfide sanitarie del nostro secolo.
La problematica di recente è stata oggetto di un meeting di alto livello all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che si è concluso con l’impegno da parte degli stati membri di ridurre del 10% i decessi associati all’antibiotico-resistenza entro il 2030, affrontando il problema con un approccio One Health.
Cosa si intende per antibiotico-resistenza?
L’antibiotico-resistenza è definita come la capacità dei microrganismi di sopravvivere e di replicarsi anche in presenza di un agente che di norma li uccide o ne inibisce la crescita, come un antibiotico. Sappiamo con certezza che l’utilizzo eccessivo e/o inappropriato di farmaci antimicrobici è fra le cause principali di questo fenomeno. Un’analisi più approfondita, tuttavia, rivela che anche altri fattori potrebbero influenzarne lo sviluppo.
Prendendo in esame i dati di sorveglianza sanitaria raccolti a livello globale su alcuni ceppi di batteri resistenti, uno studio pubblicato su Nature Medicine ha messo in luce come i cambiamenti climatici e le condizioni socio-economiche possano contribuire all’evoluzione della resistenza agli antibiotici.
Antibiotico-resistenza e fattori socio-economici
Dallo studio emerge che le regioni più colpite dal problema dell’antibiotico-resistenza sono quelle a basso e medio reddito, dove a mancare sono infrastrutture sanitarie adeguate e condizioni igieniche accettabili, oltre alle risorse economiche. In queste zone, il contesto socio-economico gioca un ruolo fondamentale nel condizionare l’insorgenza e lo sviluppo di ceppi batterici resistenti. Secondo gli autori della ricerca, i fattori di tipo socio-economico avrebbero un impatto sullo sviluppo della resistenza pari a quello derivante dall’utilizzo improprio di antibiotici, di norma considerato il driver principale di questi meccanismi.
Tra i fattori associati all’antibiotico-resistenza è stata identificata l’elevata densità di popolazione, che facilita la trasmissione di patogeni soprattutto dove la copertura vaccinale è bassa e l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici è limitato. Al contrario, la presenza di questi servizi mitiga la diffusione di patogeni anche in aree densamente popolate. Altri fattori socio-economici correlati all’antibiotico-resistenza sono gli investimenti limitati nella sanità pubblica, la malagestione e la corruzione nei governi e le spese sanitarie elevate a carico dei cittadini e delle cittadine – tutti elementi correlati a una riduzione degli standard sanitari e a un aumento delle prescrizioni improprie di farmaci antibiotici.
Gli autori, dunque, sottolineano l’importanza di direzionare gli sforzi internazionali verso la promozione di uno sviluppo sostenibile nelle regioni più colpite dall’antibiotico-resistenza, favorendo l’accesso alle cure mediche, la copertura vaccinale, servizi igienici di base e spese mediche sostenibili per tutta la popolazione. Questo approccio appare più efficace degli investimenti nello sviluppo di nuovi farmaci o procedure diagnostiche, che non sempre risultano accessibili in contesti dove permangono situazioni di povertà e fragilità sociale. Questa linea è confermata dai modelli previsionali riportati, che indicano che entro il 2050 gli sforzi per lo sviluppo sostenibile potrebbero ridurre il fenomeno della resistenza agli antibiotici del 5,1%, superando i benefici dovuti ad un minore utilizzo di antibiotici (2,1%).
Nonostante l’importanza di questi sforzi per contrastare le barriere socio-economiche, i ricercatori hanno sottolineato che è fondamentale considerare l’influenza, anche a lungo termine, dei cambiamenti climatici sulle dinamiche dell’antibiotico-resistenza.
Resistenza agli antibiotici e cambiamenti climatici
Le aree del mondo che versano in condizioni socio-economiche critiche sono anche quelle maggiormente colpite dai cambiamenti climatici, che possono contribuire al fenomeno dell’antibiotico-resistenza in vari modi.
Da un lato, eventi meteorologici estremi, come violente tempeste e inondazioni, hanno l’effetto di esacerbare la diffusione delle resistenze microbiche, aumentando il rischio di trasmissione nella popolazione. Per esempio, in occasione di alluvioni o altri fenomeni climatici estremi si assiste all’evacuazione obbligata di molte persone, che si rifugiano in zone affollate facilitando la trasmissione dei patogeni portatori di resistenze. Anche la fuoriuscita di acqua contaminata proveniente da condotte fognarie o aree dove viene allevato il bestiame può portare alla diffusione di patogeni resistenti. Infine, questi eventi mettono a dura prova le infrastrutture sanitarie, che nei Paesi a basso e medio reddito sono già estremamente precarie, complicando gli sforzi di controllo e prevenzione delle infezioni.
Un altro problema è quello degli effetti dei cambiamenti climatici sulle specie microbiche ed animali, che hanno ripercussioni anche sulla salute umana. È già stato dimostrato, a livello scientifico, che l’aumento della temperatura terrestre favorisce la sopravvivenza ed espande la distribuzione geografica delle zanzare che trasmettono alcuni importanti patogeni, come la malaria e la dengue. Si prevede che con l’aumento della temperatura l’esposizione dell’uomo alle malattie trasmesse da vettori continuerà ad aumentare.
Oltre a ciò, alcuni studi stanno riscontrando un legame tra l’aumento della temperatura e la proliferazione di specie microbiche resistenti. Anche nello studio che abbiamo esaminato è stata riscontrata una correlazione tra l’aumento della temperatura globale e la resistenza agli antibiotici, ma solo di una specie batterica specifica. Gli autori suggeriscono che ci possano essere dei meccanismi biomolecolari di risposta alle temperature elevate diversi per ogni specie batterica, per cui alcune specie esprimono più delle altre i geni di resistenza. Un altro meccanismo che si ipotizza sia un effetto diretto delle temperature elevate è l’abbassamento della soglia per l’acquisizione e la persistenza di mutazioni di resistenza. Non è da escludere, inoltre, un’influenza dei fattori socio-economici su questa correlazione tra riscaldamento globale e aumento dell’antibiotico-resistenza.
Infine, anche l’inquinamento atmosferico potrebbe avere un ruolo nello sviluppo delle resistenze. Stando ai risultati dello studio, la resistenza agli antibiotici è associata alla concentrazione di particolato fine (PM 2.5) in atmosfera, un inquinante in grado di penetrare in profondità nei polmoni ed entrare nel flusso sanguigno, con conseguenze a livello cardiovascolare, cerebrovascolare e respiratorio. Si ipotizza che le particelle fungano da vettori per batteri portatori di resistenze o per materiale genetico, facilitando la trasmissione tra ambiente e ospite umano. Inoltre, l’esposizione al particolato atmosferico colpisce l’apparato respiratorio, aumentando la vulnerabilità individuale e l’assunzione, talvolta impropria, di antibiotici della popolazione.
Esiste una soluzione?
Comprendere la complessità del fenomeno dell’antibiotico-resistenza è il primo passo nello sviluppo di strategie di contrasto efficaci. Sicuramente, come suggeriscono gli autori, la prescrizione appropriata e preferenziale di classi di antibiotici meno comunemente utilizzate, o meno a rischio per lo sviluppo di resistenze, può essere un intervento concreto ed efficace, così come il miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie e l’aumento dell’immunizzazione della popolazione a livello globale.
I ricercatori sottolineano anche la necessità di affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici, dal momento che questi continueranno anche in futuro a influenzare le dinamiche dell’antibiotico-resistenza. Secondo le proiezioni dello studio, una riduzione delle emissioni di gas climalteranti è associata a prevalenze più basse di antibiotico-resistenza. Gli studiosi pertanto suggeriscono di adottare un approccio One Health, che riconosce lo stretto legame tra la salute delle persone, degli animali e dell’ambiente – come già è stato proposto nel meeting delle Nazioni Unite. Una politica che metta in campo strategie multisettoriali – volte a migliorare in modo sinergico resilienza climatica, sviluppo equo e sostenibile e un’organizzazione sanitaria giusta e accessibile nelle regioni più svantaggiate del pianeta – è indispensabile per ottenere risultati tangibili.
Articolo a cura di Rossella De Poi, volontaria di Italian Climate Network.
Immagine di copertina: foto di Jordan Opel su Unsplash
