SANTA MARTA EXPLAINER: COME LEGGERE IL SUMMIT COLOMBIANO DI APRILE
- Una piattaforma oltre le COP: Colombia e Paesi Bassi organizzano ad aprile 2026 il primo summit internazionale dedicato non più al se, ma al come realizzare la transizione dai combustibili fossili, in uno spazio complementare al processo UNFCCC.
- Tre i pilastri di lavoro: riconversione delle economie dipendenti dai fossili, trasformazione di offerta e domanda energetica, rafforzamento della cooperazione internazionale per colmare i vuoti di governance sul phase-out dei fossili.
- Un processo, più che un vertice: contributi di governi, città, imprese, società civile e accademia confluiranno in un report politico-tecnico destinato alle presidenze di COP30 e COP31 e, nelle intenzioni degli organizzatori, nell’avvio di un processo diplomatico continuativo.
A COP30, mentre il negoziato faticava a tradurre in impegni operativi il tema dell’uscita dai combustibili fossili, Colombia e Paesi Bassi avevano lanciato un’iniziativa destinata a proseguire oltre Belém: la First International Conference on Transitioning Away from Fossil Fuels, in programma a Santa Marta, in Colombia, dal 24 al 29 aprile 2026. Ora il progetto ha preso forma, e i dettagli emersi nelle ultime settimane aiutano a capire meglio che tipo di spazio politico si stia costruendo. Non si tratta di una nuova COP, né di un negoziato parallelo, ma di un tentativo dichiarato di creare una piattaforma complementare alla UNFCCC, pensata per affrontare non più il “se” della transizione dai combustibili fossili, ma il “come”.
Il punto politico di partenza è chiaro: per gli organizzatori l’attuale architettura multilaterale non è sufficiente a mettere in atto in modo concreto gli impegni climatici già assunti. A quanto leggiamo nei documenti preparatori, la conferenza parte dal presupposto che i processi esistenti abbiano prodotto segnali normativi importanti, ma non abbiano ancora generato il livello di coordinamento, velocità e capacità attuativa necessario per allineare agli obiettivi climatici la produzione, il consumo e i sistemi energetici. Da qui l’idea di uno spazio dedicato a chi è già disposto a discutere seriamente l’uscita dai fossili, una sorta di coalizione d’intenti centrata su soluzioni pratiche, cooperazione tra capofila e costruzione di percorsi condivisi.
La conferenza ruota attorno a tre pilastri tematici.
Il primo riguarda la dipendenza economica dai combustibili fossili: non solo per i Paesi esportatori, ma più in generale per tutte quelle economie in cui petrolio, gas e carbone continuano a sostenere entrate fiscali, occupazione, bilancia commerciale e stabilità macroeconomica. Il messaggio è che la transizione non può essere discussa in astratto: va affrontata come questione di riconversione economica, di spazio fiscale, di debito, di giustizia territoriale e di responsabilità differenziate tra Nord e Sud globale.
Il secondo pilastro, il più ampio, è quello della trasformazione dell’offerta e della domanda di combustibili fossili. Qui l’accento è molto operativo: sostituzione diretta dei fossili con alternative a zero emissioni, elettrificazione, sicurezza energetica, riduzione dei nuovi driver della domanda, calo pianificato dell’estrazione, gestione della chiusura delle infrastrutture, riforma dei sussidi e riallineamento degli incentivi economici. In altre parole, il vertice di Santa Marta vuole discutere i meccanismi concreti attraverso cui una transizione può essere resa ordinata, giusta e politicamente sostenibile, evitando sia nuove lock-in fossili sia nuove forme di dipendenza estrattiva (rimandiamo su questo al glossario in fondo all’articolo).
Il terzo pilastro riguarda la cooperazione internazionale e la diplomazia climatica. Qui la posta in gioco è apertamente sistemica: gli organizzatori mettono in evidenza il vuoto di governance che ancora esiste sul phase-out (l’abbandono dei combustibili fossili), i limiti di un quadro internazionale concentrato soprattutto sulle emissioni e non sulla produzione, e alcuni ostacoli legali presenti negli accordi internazionali sugli investimenti. Molti di questi trattati, infatti, prevedono che le imprese straniere possano portare gli stati davanti a tribunali arbitrali internazionali quando una decisione pubblica – per esempio la chiusura anticipata di un impianto fossile o il blocco di nuovi progetti di estrazione – riduce il valore dei loro investimenti. Questo tipo di contenzioso può rendere politicamente e finanziariamente più difficile per i governi adottare politiche di uscita dai combustibili fossili. La conferenza si propone quindi anche come laboratorio politico per capire quali strumenti possano rafforzare il multilateralismo esistente: cooperazioni volontarie tra paesi pionieri, nuove alleanze, approcci di soft law e, potenzialmente, anche discussioni su strumenti più vincolanti.
Dal punto di vista del formato, quello di Santa Marta non sarà solo un vertice di due giorni tra ministri. Il segmento politico di alto livello si terrà il 28 e 29 aprile, ma sarà il punto di arrivo di un processo articolato in più fasi, avviato nei mesi precedenti con l’obiettivo di raccogliere e strutturare contributi da una platea molto ampia di attori. La prima fase ha previsto la raccolta di contributi scritti da governi e stakeholder su possibili soluzioni concrete nei tre pilastri della conferenza. Questi input sono stati poi sintetizzati per gruppo di attori e utilizzati come base per una seconda fase di dialoghi online tematici, organizzati per categorie di partecipanti.
Il processo culminerà poi a Santa Marta con una serie di dialoghi autogestiti tra il 24 e il 27 aprile: incontri organizzati e facilitati direttamente dai diversi gruppi di attori (accademia, governi subnazionali, parlamentari, sindacati, settore privato, società civile, giovani e movimenti sociali, insieme alle rappresentanze dei popoli indigeni, afrodiscendenti e contadini) che discuteranno e raffineranno proposte operative da portare nel segmento politico finale. L’enfasi sull’autogestione è un elemento centrale dell’impostazione della conferenza: l’obiettivo non è semplicemente “consultare” gli stakeholder, ma costruire un processo in cui le diverse comunità politiche e sociali possano articolare direttamente le proprie priorità e convergere su soluzioni condivise. I risultati di questi dialoghi confluiranno nelle sessioni ministeriali del 28 e 29 aprile e nel report politico-tecnico che la conferenza intende consegnare alle presidenze di COP30 e COP31.
È un elemento importante, perché chiarisce anche cosa Santa Marta non vuole essere. Non sarà uno spazio negoziale in senso stretto, non produrrà un nuovo testo multilaterale e non pretende di sostituire la COP. Piuttosto, punta a fornire contenuti, soluzioni e pressione politica a supporto della roadmap sul transitioning away from fossil fuels che i governi stanno cercando di sviluppare nel quadro UNFCCC. In questo senso, gli organizzatori hanno già chiarito che il risultato atteso non è tanto una dichiarazione simbolica quanto un report politico-tecnico, insieme all’ambizione di consolidare un processo destinato a continuare anche oltre il vertice colombiano, idealmente con una seconda conferenza nel 2027.
Per chi osserva i negoziati sul clima, il significato di Santa Marta sta quindi soprattutto qui: nel tentativo di trasformare l’espressione transitioning away from fossil fuels, entrata ormai stabilmente nel lessico diplomatico, in un’agenda concreta di implementazione. Dopo anni in cui il conflitto politico si è concentrato soprattutto sul riconoscimento del problema, Colombia e Paesi Bassi stanno provando a costruire uno spazio in cui la discussione si sposti finalmente sugli strumenti, sui costi, sulle alleanze e sui compromessi necessari per rendere quella transizione realizzabile. A fine aprile capiremo se questo esperimento avrà davvero la forza di incidere sul dibattito multilaterale, o se resterà soprattutto un segnale politico. In ogni caso, è uno sviluppo da seguire con attenzione, e ICN non mancherà.
| Glossario rapido: alcune parole chiave della transizione energeticaTransizione “ordinata” (orderly transition): una transizione pianificata nel tempo, che riduca progressivamente produzione e consumo di combustibili fossili evitando shock economici, crisi energetiche o chiusure improvvise di interi settori. Il termine non indica un ordine tra diversi combustibili fossili (ad esempio prima carbone, poi petrolio e gas), ma il fatto che il processo di uscita dai fossili sia programmato e accompagnato da politiche adeguate.Transizione “giusta” (just transition): un principio ormai centrale nel dibattito climatico: significa che la transizione deve proteggere lavoratori, territori e comunità oggi dipendenti dalle industrie fossili, evitando che i costi sociali ricadano sulle fasce più vulnerabili.Transizione “politicamente sostenibile”: politiche climatiche che riescono a mantenere consenso pubblico e stabilità politica nel tempo, evitando contraccolpi sociali o economici che possano bloccare o invertire la transizione.Lock-in fossile: situazioni in cui infrastrutture, investimenti o politiche pubbliche creano una dipendenza di lungo periodo dai combustibili fossili (per esempio nuove centrali, gasdotti o impianti industriali progettati per funzionare per decenni).Dipendenza estrattiva: modello economico in cui la crescita di un paese dipende fortemente dall’estrazione e dall’esportazione di risorse naturali (petrolio, gas, carbone o minerali), rendendo più difficile diversificare l’economia. |
Articolo a cura di Anna Pelicci, Capa delegazione di Italian Climate Network alla COP30 di Belém
Immagine di copertina: Ministerio de Ambiente y Desarrollo Sostenible, Colombia
