SANTA MARTA CONTRO LO STALLO DELLE COP
- Lo stallo del negoziato climatico multilaterale deriva sempre più dalla regola del consenso dell’UNFCCC, che permette ai Paesi produttori di petrolio e gas di bloccare qualsiasi avanzamento reale sulla riduzione della produzione fossile.
- Gli equilibri geopolitici delle COP stanno cambiando, con un crescente peso delle economie emergenti e dei Paesi legati al sistema BRICS, mentre i tradizionali spazi di coordinamento occidentali come G7 e G20 risultano più frammentati.
- La diplomazia climatica si sta spostando verso coalizioni volontarie tra Paesi, che cercano di coordinare politiche e iniziative fuori dal processo UNFCCC per influenzare dall’esterno il negoziato multilaterale.
La conferenza sulla transizione dai combustibili fossili che a fine aprile si terrà a Santa Marta, in Colombia, potrebbe segnare l’inizio di qualcosa di più di una semplice conferenza climatica. L’iniziativa lanciata da Colombia e Paesi Bassi sembra infatti puntare a un obiettivo più ambizioso: costruire una diplomazia climatica parallela sui combustibili fossili, capace di muoversi dove il negoziato multilaterale continua a rimanere bloccato.
Che vi sia un blocco decisionale non è un mistero. Il processo dell’UNFCCC funziona per consenso, e questo significa che pochi grandi produttori di petrolio e gas possono frenare qualsiasi avanzamento reale sull’addio ai combustibili fossili. Arabia Saudita, Russia e altri esportatori riescono regolarmente a svuotare o indebolire i testi negoziali ogni volta che la discussione si avvicina alla riduzione della produzione fossile. Negli ultimi anni questo equilibrio ha paralizzato parti centrali dell’agenda climatica: il Mitigation Work Programme è da anni impantanato, e la produzione di petrolio e gas continua a essere uno dei tabù più resistenti dei negoziati.
Ma il contesto geopolitico del processo climatico è cambiato anche in un altro modo. Per molti anni l’agenda delle COP veniva di fatto preparata nei mesi precedenti dai summit del G7 e del G20. Le grandi economie occidentali coordinavano le proprie posizioni prima dei negoziati e spesso arrivavano alle conferenze con linee politiche già concordate su temi come la finanza climatica, il carbone o la riduzione delle emissioni.
Negli ultimi anni questo meccanismo si è indebolito. Le tensioni geopolitiche hanno reso il G20 molto più frammentato, e il peso politico delle economie emergenti è cresciuto rispetto al G7. Sempre più spesso i vertici dei BRICS si tengono nelle settimane o nei mesi precedenti alle COP, contribuendo a definire l’orientamento di una parte importante del Sud globale.
Anche la sequenza recente delle presidenze COP riflette questo spostamento di equilibri. Dopo la COP28 negli Emirati Arabi Uniti, oggi parte dell’allargamento BRICS+, la COP29 si è tenuta in Azerbaigian, Paese che aveva appena presentato candidatura per entrare nel blocco con il sostegno della Russia. La COP30 si è poi tenuta in Brasile, anch’esso fondatore del gruppo insieme a Russia, India e Cina. La COP31 sarà organizzata in Turchia, altro Paese candidato all’ingresso. Le COP successive si terranno in Etiopia, entrata nel blocco nel 2024, e poi in India. In altre parole, una lunga sequenza di conferenze ospitate o guidate da economie emergenti che guardano, sebbene per motivi diversi, al sistema BRICS. Questo indica chiaramente che l’equilibrio geopolitico delle COP è cambiato e che il negoziato multilaterale non è più dominato dalle economie occidentali come accadeva in passato.
La conferenza sulla transizione dai combustibili fossili che si svolgerà in Colombia nasce in questo contesto. L’idea sembra essere quella di riunire una coalizione di Paesi disposti a discutere concretamente di come uscire dai combustibili fossili, senza dover aspettare il consenso di tutti gli altri e senza dipendere completamente dalle dinamiche che oggi attraversano il processo UNFCCC.
Nel frattempo anche il ruolo delle COP sta cambiando. Con l’Accordo di Parigi ormai nella sua fase di implementazione, le conferenze sul clima stanno diventando sempre più luoghi di monitoraggio e coordinamento delle politiche nazionali, più che spazi di decisione politica. I governi arrivano alle COP con i propri obiettivi climatici, con i piani nazionali di adattamento e con le promesse di finanza climatica. Il processo multilaterale registra questi impegni, li confronta e li valuta attraverso strumenti come il Global Stocktake. Ma le decisioni politiche più incisive spesso vengono prese altrove.
Negli ultimi anni molte delle iniziative più importanti sono nate proprio fuori dal processo UNFCCC. La Powering Past Coal Alliance, la Beyond Oil and Gas Alliance, o il Global Methane Pledge sono esempi di una diplomazia climatica che si muove sempre più spesso attraverso coalizioni volontarie.
Santa Marta sembra voler portare questa logica su un piano più ampio. Non una singola alleanza tematica, ma una piattaforma politica dedicata direttamente alla transizione dai combustibili fossili. L’obiettivo non è negoziare un nuovo trattato internazionale, ma creare uno spazio in cui governi disposti a muoversi più velocemente possano coordinarsi, condividere strategie e discutere concretamente di come ridurre la dipendenza da petrolio, gas e carbone.
La conferenza dovrebbe concludersi con un report politico-tecnico che raccoglierà le proposte emerse dal processo preparatorio e che verrà trasmesso alle future presidenze delle COP. In altre parole, Santa Marta nasce con l’ambizione esplicita di influenzare il negoziato multilaterale dall’esterno.
Anche la coalizione che sta emergendo attorno all’iniziativa racconta molto di questa strategia. La Belém Declaration che ha sostenuto il lancio del summit è stata firmata da una ventina di Paesi che formano una combinazione piuttosto atipica: alcuni stati dell’Unione europea, piccoli stati insulari particolarmente vulnerabili alla crisi climatica e diversi Paesi dell’America Latina e del Sud globale. Non è il G7, ma nemmeno il G77 – gruppo formato prevalentemente da Paesi in via di sviluppo. Non segue nemmeno le classiche divisioni tra Nord e Sud globale che hanno strutturato per decenni il negoziato climatico.
Anche all’interno dell’Unione europea la questione ha rivelato fratture politiche. Durante la COP30 la firma della dichiarazione ha incontrato resistenze da parte di alcuni governi, tra cui Italia e Polonia, segno che il tema dell’uscita dai combustibili fossili resta divisivo anche tra Paesi formalmente impegnati nella transizione.
Altrettanto significativo è chi non fa parte della coalizione. Tra i firmatari non figurano molte delle grandi economie emergenti e dei principali produttori di combustibili fossili, come Cina, Russia e Arabia Saudita. Questo suggerisce che Santa Marta potrebbe diventare il punto di incontro di una nuova alleanza internazionale in fieri: non basata su blocchi geografici o categorie storiche del negoziato climatico, ma sulla condivisione dell’interesse politico ad accelerare la transizione energetica.
Gli organizzatori indicano una partecipazione potenziale tra 40 e 80 Paesi. Se anche solo una parte significativa di questi governi decidesse di coordinare le proprie posizioni prima delle COP, l’effetto sul negoziato multilaterale potrebbe essere rilevante. Una coalizione di queste dimensioni avrebbe la capacità di cambiare gli equilibri politici di un processo che finora è stato spesso condizionato dal peso diplomatico dei grandi produttori di combustibili fossili.
In questo senso la conferenza di Santa Marta può essere letta come un primo tentativo di riequilibrare il negoziato climatico internazionale. Non sostituire le COP, ma arrivarci con una massa critica di Paesi già coordinati su come affrontare il nodo più difficile della transizione energetica: la riduzione della produzione fossile.
Se questa strategia funzionerà resta da vedere. Molto dipenderà da quanti Paesi decideranno di partecipare (e a quale livello) e da quanto saranno disposti a trasformare il dialogo politico in iniziative concrete all’interno di questo nuovo percorso.
Ma il segnale politico è già evidente. Di fronte a negoziati multilaterali sempre più lenti e difficili da far avanzare, una parte della comunità internazionale sta iniziando a cercare nuovi spazi diplomatici per affrontare i problemi che le COP continuano a rimandare.
Articolo a cura di Anna Pelicci, Capa delegazione di Italian Climate Network alla COP30 di Belém
Immagine di copertina: transitionawayconference.com
