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TFFF: LA FINANZA PER LE FORESTE, TRA NUOVE PROMESSE E VECCHI PROBLEMI

Durante la COP30 di Belém, il Presidente del Brasile Lula ha annunciato il lancio del meccanismo finanziario TFFF (Tropical Forest Forever Facility).
Anche se è presentato come una novità, in realtà si tratta di uno strumento già noto: se n’era discusso durante il G20 del 2018, con l’obiettivo di preservare la foresta amazzonica e, allo stesso tempo, garantire alle popolazioni indigene le tutele necessarie a gestire direttamente le proprie risorse, senza intermediari.

Alla COP13 del 2007, inoltre, era stato lanciato un meccanismo paragonabile alla TFFF, il REDD+ (Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation, con l’obiettivo di ridurre la deforestazione e incentivare la conservazione delle foreste attraverso la creazione di crediti di carbonio.

Le foreste sono spesso al centro di investimenti di questo tipo e sono particolarmente importanti per la regolazione del carbonio perché agiscono come enormi “serbatoi”, in grado di assorbire anidride carbonica dall’atmosfera, contribuendo a limitare la concentrazione di gas serra e a regolare la temperatura del pianeta. Proprio per la loro capacità di assorbire le emissioni, però, quando vengono danneggiate o distrutte le foreste rilasciano enormi quantità di CO2, il che compromette la loro funzione di mitigazione climatica. 

Nonostante questi rischi, negli ultimi 20 anni la protezione delle foreste attraverso meccanismi finanziari di questo tipo si è trasformata in un’occasione per fare affari e costruire campagne di marketing e greenwashing, aiutando aziende e giganti del fossile a continuare a inquinare senza dover rispondere davvero delle proprie responsabilità né agire in modo concreto sulla riduzione delle emissioni climalteranti

La logica delle compensazioni si basa sul presupposto che, dato che i cambiamenti climatici sono fenomeni a impatto globale, finanziare progetti che riducono, evitano o sequestrano gas serra in un luogo specifico contribuisca a ridurre l’impatto delle emissioni generate in un altro angolo del pianeta. Con questo approccio si sono affermate molte iniziative di “finanziarizzazione della natura”, che trasformano le risorse naturali in asset finanziari.

Tuttavia, la TFFF si differenzia dai meccanismi precedenti perché non segue la logica della compensazione ma si basa sui risultati, che devono essere verificati tramite sistemi di monitoraggio satellitare e dovranno confermare che i tassi di deforestazione siano al di sotto di soglie predefinite. 

Come funziona la TFFF?

La Tropical Forests Forever Facility (TFFF) è stata presentata come uno dei più ambiziosi esperimenti di finanza climatica degli ultimi anni sebbene, come osservato da diversi analisti, la sua impostazione non rappresenti una novità assoluta nel panorama dei meccanismi di finanza ambientale ispirati a modelli di dotazione permanente e blended finance.

Sviluppato e guidato dal Governo del Brasile, il meccanismo globale di finanziamento è concepito come una struttura permanente sul modello dei grandi fondi, destinata a fornire finanziamenti basati sui risultati per la conservazione delle foreste tropicali.
Le due componenti della TFFF sono la Facility stessa, ospitata presso la World Bank, e il Tropical Forest Investment Fund (TFIF), un veicolo di investimento indipendente: entrambe mirano a mobilitare capitali mediante un’architettura di finanza mista che prevede una tranche junior di 25 miliardi di dollari proveniente da capitale pubblico e filantropico e una tranche senior di 100 miliardi fornita da investitori istituzionali.

La Tropical Forests Forever Facility nasce come una delle proposte più ambiziose e discusse nella nuova architettura della finanza climatica globale, perché affronta con un approccio radicalmente diverso uno dei nodi irrisolti della conservazione: la frammentazione e la volatilità delle risorse economiche destinate alle foreste tropicali. La sua logica si discosta dai meccanismi tradizionali basati sul mercato del carbonio, spesso frenati da contestazioni su addizionalità, leakage e permanenza, e propone invece un sistema di pagamento per risultati che non richiede la generazione di crediti né l’adesione a un mercato soggetto a oscillazioni e speculazioni. Il valore della foresta viene riconosciuto per la sua capacità di esistere, non di compensare emissioni altrui, e la performance non si misura in tonnellate di CO2, ma in aree forestali effettivamente conservate. Questo aspetto risulta particolarmente attrattivo per governi che rivendicano autonomia sulla gestione delle proprie risorse naturali e vogliono sottrarsi alle logiche di scambio commerciale delle compensazioni. Inoltre, faciliterebbe i meccanismi di monitoraggio e valutazione.

Secondo i suoi promotori, la forza della TFFF risiederebbe nella sua promessa di prevedibilità e scalabilità: finanziamenti pluriennali, potenzialmente nell’ordine delle decine di miliardi, che consentono di programmare politiche a lungo termine anziché interventi episodici. In un contesto globale in cui l’adattamento richiede decenni e non cicli progettuali di pochi anni, la TFFF si propone di superare la frammentazione dei grant multilaterali e la lentezza dei fondi climatici, mettendo sul tavolo impegni vincolati a verifiche semplici ma rigorose, riducendo così costi di transazione e tempi di approvazione. I governi manterrebbero la titolarità della pianificazione, stabilendo le priorità territoriali e definendo l’allocazione interna, mentre la Facility garantisce supervisione, reporting e trasparenza senza imporre la cessione della governance strategica, un elemento geopolitico non trascurabile in un’epoca in cui la sovranità sulle risorse naturali è al centro delle negoziazioni climatiche.

La proposta è particolarmente interessante anche per filantropia e i capitali privati, perché offre una struttura finanziaria più stabile rispetto a schemi ad alto rischio reputazionale o esposti a contestazioni etiche. Anche la narrazione politica è potente: non si tratta di compensare, ma di investire nella maggiore infrastruttura naturale del pianeta, riconoscendo il valore sistemico delle foreste come regolatori climatici, riserve di biodiversità, serbatoi idrici e barriere sanitarie naturali contro la zoonosi. Se funzionasse come previsto dai suoi promotori, la TFFF potrebbe contribuire a colmare il divario tra i miliardi promessi e i pochi effettivamente erogati per la protezione delle foreste tropicali, inaugurando una fase nuova della cooperazione climatica basata non su progetti isolati, ma su impegni contrattuali e verificabili per mantenere in vita un capitale naturale che, una volta perduto, non può essere ricostruito con alcun meccanismo di mercato.

Aspetti finanziari della TFFF

Al lancio dell’iniziativa il Brasile ha annunciato un impegno iniziale pari a 1 miliardo di dollari, e a tale impegno si sono affiancate altre dichiarazioni formali di sostegno. La Norvegia ha promesso 3 miliardi di dollari distribuiti su dieci anni, subordinando tuttavia l’attivazione degli esborsi al raggiungimento di una massa critica minima del fondo pari ad almeno 10 miliardi di dollari complessivi e ponendo come ulteriore condizione che il proprio contributo non possa in alcun caso superare il 20% del valore totale della Facility, onde evitare una concentrazione eccessiva del rischio su un singolo Paese sponsor.

La Germania ha annunciato un impegno di circa 1 miliardo di euro nell’arco di dieci anni, attraverso erogazioni annuali di circa 100 milioni di euro provenienti dal bilancio federale. Come comunicato da Berlino, la scelta di scaglionare il contributo nel tempo risponde all’esigenza di distribuire il rischio lungo un orizzonte pluriennale e di mantenere la possibilità di rivedere l’impegno qualora le performance del fondo risultassero inferiori alle attese, dal momento che i fondi tedeschi confluirebbero nella tranche junior – costituita come capitale di rischio e destinata a coprire eventuali perdite per proteggere la posizione della tranche senior degli investitori istituzionali.

Anche la Francia ha manifestato la disponibilità a contribuire fino a circa 500 milioni di euro entro il 2030, condizionando la piena adesione alla definizione di un quadro di governance e trasparenza ritenuto adeguato, in particolare per quanto riguarda la tracciabilità dei flussi e la distribuzione dei benefici alle comunità locali e indigene.

La logica operativa della TFFF resta relativamente semplice: il fondo emetterà obbligazioni a basso rischio e con rating elevato, con un tasso atteso intorno al 5,3%, garantite dai Paesi sponsor della tranche junior. I capitali raccolti saranno investiti in un portafoglio globale diversificato, con una forte presenza di titoli obbligazionari dei mercati emergenti e un rendimento previsto di circa l’8,3%. In prospettiva, i rendimenti saranno destinati innanzitutto a remunerare gli investitori, mentre lo spread residuo, circa 3 punti percentuali, verrà impiegato per trasferimenti finanziari non rimborsabili ai Paesi che ospitano le foreste tropicali. Secondo i promotori della TFFF, le sovvenzioni dovrebbero arrivare fino a 4 dollari per ettaro all’anno, calcolati in funzione della superficie forestale idonea effettivamente preservata.

Secondo diversi analisti, tuttavia, lo spread del 3% non rappresenta un semplice flusso garantito, ma un premio derivante da capitale di rischio, con l’inevitabile possibilità di incorrere in perdite – soprattutto qualora i rendimenti del portafoglio risultassero inferiori all’8,3% previsto o si verificassero svalutazioni legate a esposizioni in giurisdizioni caratterizzate da elevato rischio finanziario o geopolitico. Come evidenziato da BloombergNEF, gli studi di fattibilità della TFFF non sembrano aver ancora prodotto una valutazione del rischio sufficientemente strutturata. Una performance debole degli asset dei mercati emergenti, soggetti a volatilità macroeconomica, instabilità politica e shock valutari, potrebbe azzerare i pagamenti previsti per la conservazione forestale e, contestualmente, far sì che i contributi pubblici e filantropici della tranche junior debbano assorbire le perdite, salvaguardando la posizione degli investitori privati della tranche senior.

A ciò si aggiunge un ulteriore elemento critico legato alla gestione della Facility, per la quale lo stesso meccanismo ha indicato un fabbisogno di circa 300 milioni di dollari l’anno, lasciando intravedere una struttura gestionale potenzialmente elefantiaca, le cui caratteristiche operative, governance interna e modalità di implementazione risultano ancora da definire. In questo quadro, il promesso obiettivo di 4 dollari per ettaro di foresta all’anno appare distante e alcuni osservatori lo hanno definito anche poco realistico, suggerendo che target più modesti e, forse, conseguibili attraverso approcci più differenziati, settoriali o frammentati, possano rivelarsi maggiormente praticabili nel breve e medio periodo.

Foreste come asset? Il nodo politico e culturale della TFFF

Al di là delle promesse tecniche e delle architetture finanziarie, permane una domanda di fondo che attraversa l’intera impalcatura della TFFF e ne mette in discussione non tanto l’efficacia operativa quanto la legittimità concettuale: è davvero possibile, e soprattutto giusto, continuare a trattare le foreste tropicali come asset finanziari da ottimizzare all’interno di portafogli d’investimento globalizzati? Dietro le percentuali di rendimento, gli spread calibrati e le tranche strutturate con sofisticazione crescente, si celano territori vivi, abitati da migliaia di persone per le quali la foresta non rappresenta un “capitale naturale” da preservare in cambio di 4 dollari per ettaro all’anno, ma costituisce uno spazio vitale insostituibile, intrecciato in modo inscindibile con identità culturali, pratiche ancestrali, sistemi di conoscenza tradizionale e forme di relazione con il vivente che nessuna metrica finanziaria, per quanto raffinata, potrà catturare o quantificare adeguatamente.

Il paradosso strutturale della TFFF emerge con chiarezza proprio in questo snodo critico: mentre si propone esplicitamente di sottrarre le foreste alla volatilità e alle contestazioni dei mercati volontari del carbonio, finisce comunque per consegnarle a una logica di finanziarizzazione profonda, nella quale il valore stesso della conservazione viene subordinato ai rendimenti degli strumenti obbligazionari dei mercati emergenti e alla capacità di attrarre e remunerare investitori istituzionali alla ricerca di stabilità e rating elevati. Quando un ecosistema complesso e irriducibile viene trasformato in garanzia collaterale per veicoli di investimento, quando la sua esistenza materiale dipende dalla performance di un portafoglio diversificato esposto a rischi valutari e geopolitici, si compie una trasformazione che non è soltanto tecnica o procedurale, ma profondamente antropologica: ciò che per secoli è stato custodito come bene comune, condiviso e inalienabile, viene ridotto a commodity astratta; ciò che era relazione quotidiana, cura territoriale e appartenenza diventa semplice transazione misurabile in dollari per ettaro.

Come messo in evidenza dall’analisi di Global Witness, le comunità indigene e locali – che attualmente gestiscono in modo diretto ed efficace una parte significativa delle foreste tropicali del pianeta, dimostrando tassi di deforestazione significativamente inferiori rispetto ad altre forme di governance territoriale – rischiano concretamente di essere marginalizzate o completamente escluse dai processi decisionali della TFFF, nonostante la loro comprovata capacità storica di proteggere questi ecosistemi senza bisogno di incentivi finanziari esterni o di architetture istituzionali complesse. La retorica della sovranità nazionale, frequentemente evocata nelle dichiarazioni ufficiali, nasconde in realtà l’esclusione sistematica delle voci locali dalla governance effettiva del meccanismo, mentre i “benefici” promessi alle popolazioni che abitano le foreste restano subordinati a verifiche satellitari, criteri di performance stabiliti altrove e flussi finanziari mediati da istituzioni multilaterali. Secondo Global Witness, manca ancora una chiarezza sufficiente sulle modalità concrete attraverso cui i fondi raggiungeranno effettivamente queste comunità, su quali salvaguardie sociali e ambientali verranno implementate per proteggere i loro diritti e su quali meccanismi di partecipazione reale garantiranno loro di poter influenzare le decisioni che riguardano i loro territori.

Inoltre, la TFFF riproduce una logica consolidata ma problematica, secondo la quale la conservazione ambientale deve essere resa finanziariamente attrattiva per il capitale privato, generando rendimenti competitivi secondo i criteri degli investitori istituzionali. Questo approccio presuppone che la protezione della natura necessiti sempre di una giustificazione economica, di un business case solido, di un modello di redditività che convinca chi detiene i capitali. Ma forse la vera innovazione – quella che il dibattito climatico globale continua a eludere – non starebbe nella costruzione di architetture finanziarie sempre più sofisticate e complesse, bensì nel riconoscere radicalmente che alcune cose, per loro natura e per il ruolo che svolgono nella riproduzione della vita sul pianeta, non possono e non devono essere monetizzate, mercificate o trasformate in strumenti di investimento. Forse è arrivato il momento di chiedersi, con onestà intellettuale, se proteggere davvero le foreste tropicali significhi continuare a investire su di esse attraverso meccanismi finanziari estrattivi, oppure se non richieda semplicemente – e radicalmente – di smettere di distruggerle, restituendo autonomia decisionale, risorse dirette e riconoscimento politico a chi da sempre le ha protette senza bisogno di rendimenti finanziari.

Immagine di copertina: foto di Bruno Peres/Agência Brasil

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