18
Apr

Verso il Summit sul clima: un punto di svolta nella politica USA e internazionale?

Di Klarisa Stafa e Teresa Giuffrè

(foto: sito ufficiale Casa Bianca)

In occasione della Giornata della Terra e del quinto anniversario della cerimonia di firma dell’Accordo di Parigi, il 22 aprile, il Presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden ha convocato un vertice (online) sul clima al quale sono stati invitati i leader di ben 40 paesi, paesi del G7 e del G20 ma anche alcuni paesi in via di sviluppo. Il summit si svolgerà nelle giornate del 22-23 aprile e sarà trasmesso in diretta per il pubblico internazionale. Questa convocazione rappresenta la prima iniziativa di politica estera del nuovo Presidente ed è altrettanto importante che sia dedicata proprio al clima, in netta contrapposizione alla visione della precedente amministrazione. Inoltre, il vertice ha un’importanza non solo simbolica: il 2021 è un anno chiave per l’Accordo di Parigi, in quanto le parti (i paesi firmatari) sono tenute a rinnovare quest’anno i propri NDC (Contributi Determinati su Base Nazionale) in vista della COP26 di Glasgow, rimandata a novembre 2021 a causa della pandemia.

Oltre agli sforzi per ridurre le emissioni di gas climalteranti, le principali tematiche del summit includono la mobilitazione del settore finanziario pubblico e privato per accelerare la transizione a emissioni zero e fornire aiuti economici ai paesi vulnerabili, mostrare i benefici economici della transizione energetica, non ultimo, discutere delle sfide poste dal cambiamento climatico alla sicurezza globale.

Uno degli ospiti più attesi è sicuramente la Cina popolare: il Presidente cinese Xi Jinping ha cercato, negli ultimi anni e durante la presidenza Trump, di mantenere uno standing sul tema nella possibilità di sfruttare il vuoto di leadership lasciato dagli Stati Uniti a livello internazionale e solo parzialmente colmato dall’Unione Europea fino al lancio dell’European Green Deal. La posizione cinese è stata rafforzata dall’annuncio, durante la sessione dell’Assemblea Generale ONU dello scorso settembre, dell’obiettivo cinese di raggiungere il proprio picco emissivo entro il 2030 per poi puntare alla neutralità climatica entro il 2060.

Il ritorno di un presidente democratico alla Casa Bianca sembra aver rilanciato il dialogo multilaterale sul clima attorno al perno USA-Cina dal quale lo stesso Accordo di Parigi scaturì ai tempi dell’amministrazione Obama. A confermarlo il dialogo recentemente avviato da Pechino con Francia e Germania proprio sulla questione climatica e in particolare il comunicato stampa congiunto Cina-USA uscito stamani (18 aprile, ndr) a seguito della due-giorni cinese dell’inviato speciale statunitense John Kerry. Nel comunicato si legge che Cina e Stati Uniti puntano ad una proficua collaborazione nell’ottica di un buon esito del vertice del 22 aprile, quindi della COP26 di Glasgow, verso un rilancio dell’ambizione dei due paesi nella cornice dell’Accordo e della necessità di mantenere le temperature medie globali entro +2°, oppure +1,5° gradi. Sebbene il comunicato congiunto non preannunci nuovi obiettivi specifici, vi si riscontrano importanti passi in avanti nel linguaggio e nella visione politica: il riferimento all’obiettivo +1,5, appunto, ma anche la dicitura “crisi climatica” fino ad oggi mai utilizzata dal governo cinese.

Un altro paese convocato a cui prestare particolare attenzione è la Russia: i rapporti tra il Presidente Putin e Biden continuano a rimanere tesi, soprattutto dopo le ultime accuse che il presidente statunitense ha mosso nei confronti del leader russo. La presenza di Putin al summit non è ancora stata confermata; il portavoce del Cremlino qualche giorno fa ha confermato l’interesse del paese per la questione climatica, sebbene la Russia non si sia ancora pronunciata circa eventuali impegni concreti in vista della COP26.

Uno degli NDC più ambiziosi finora presentati sotto l’Accordo di Parigi è quello dell’Unione europea: tramite l’European Green Deal e poi la Climate Law, le istituzioni europee si sono pronunciate per una riduzione delle emissioni del -55% (rispetto al 1990) entro il 2030 ed una decarbonizzazione netta del continente entro il 2050. L’obiettivo europeo risulta di poco meno ambizioso di quanto chiesto dalla società civile nel corso del 2020, una riduzione del -60% (come del resto richiesto dal Parlamento Europeo nel corso del dialogo istituzionale) se non addirittura del -65% rispetto al 1990, che porterebbe l’Unione in linea con l’ultimo Emissions Gap Report dell’UNEP del 2020 – che prevede la necessità di una riduzione del 7,6% annuo entro il 2030 per raggiungere l’obiettivo globale di non superare +1,5° gradi. Nonostante tutto l’Europa si conferma, comunque, tra i leader globali nell’ambizione climatica soprattutto verso i negoziati di novembre. 

L’Arabia Saudita, anch’essa convocata al summit, si è invece sempre distinta per la sua riluttanza ad una maggiore cooperazione sul clima. In questo senso può aver sorpreso l’annuncio, due settimane fa, del programma Saudi Green Initiative, che mira a un abbandono progressivo dell’uso del petrolio per consumi interni con lo scopo di produrre il 50% dell’energia attraverso fonti rinnovabili entro il 2030. Il piano saudita sembra tuttavia rivolto esclusivamente alla risoluzione di dinamiche di consumo e inquinamento interne al paese e difficilmente potrà rappresentare un cambio di passo nell’approccio saudita al commercio ed ai negoziati internazionali.

Come anticipato, un tema chiave del vertice sarà la finanza sostenibile e l’aiuto finanziario ai paesi più vulnerabili nell’affrontare gli effetti avversi del cambiamento climatico. A questo proposito è interessante la presenza al summit di alcuni paesi in via di sviluppo (Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo, Gabon) e stati insulari (Antigua e Barbuda, Isole Marshall). Se ad oggi ben poco è stato fatto in termini di finanza climatica e solidarietà internazionale dopo la firma di John Kerry del 2016, con la relativa promessa di avviare dal 2020 i trasferimenti per almeno 100 miliardi di dollari all’anno, la proposta di Biden di aumentare il contributo finanziario degli Stati Uniti potrebbe oggi spingere altri paesi sviluppati in questa direzione. La posta in gioco è sicuramente ambiziosa e c’è il sentore, confermato via Twitter dallo stesso John Kerry, che gli Stati Uniti potrebbero fare un annuncio importante circa il loro NDC. Fonti giornalistiche parlano di una possibile riduzione delle emissioni del -50% (rispetto al 2005) entro il 2030. Quale che sia l’ambizione effettiva dell’obiettivo climatico statunitense, tuttavia, la convocazione di questo vertice multilaterale e la ritrovata collaborazione sul clima tra Washington e Pechino segna sicuramente l’inizio di una nuova era di relazioni rispetto al più grande dei problemi della nostra epoca.

https://twitter.com/ClimateEnvoy/status/1382330530587369474

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