ARTICOLO 6 TRA SEGGI, METODOLOGIE E POLITICA A COP30
- A Belém alcuni Paesi interessati al commercio di crediti nature-based hanno tentato di riaprire quanto già deciso dal Supervisory Body sugli standard PACM.
- Tiene banco la polemica sulla proposta di estensione indefinita del mandato dei membri del Supervisory Body da parte di alcuni Paesi.
- Rimane da decidere come il nuovo meccanismo PACM potrà svolgere le proprie attività in assenza di finanziamenti e, per adesso, di transazioni.
Ufficialmente, e per la prima volta dal 2016, a COP30 non ci sono tavoli negoziali veri e propri sull’Articolo 6 – o meglio, sulle sue due parti da sempre politicamente più calde, l’Articolo 6.2 (cooperazione bilaterale sulle emissioni) e l’Articolo 6.4 (il nuovo meccanismo ONU per lo scambio di crediti tra i Paesi). Come avevamo riportato al termine di COP29, tutte le regole minime per permettere ai due meccanismi di iniziare a funzionare sono state infatti definite in Azerbaigian.
Quindi, perché si parla di Articolo 6 a COP30? E come?
Il dibattito è politico e non tecnico, stavolta. Le delegazioni sono chiamate ad esprimersi su dei report prodotti quest’anno in merito al lavoro svolto fino ad ora su entrambi i filoni. A incidere sul clima generale, in quello che potrebbe essere uno degli innumerevoli confronti informali e non vincolanti tra le Parti, sono le polemiche nate in seno alla riunione di ottobre del Supervisory Body del PACM (Paris Agreement Crediting Mechanism), ossia del Meccanismo ONU creato a Baku sotto l’Articolo 6.4. In quell’occasione, infatti, il Supervisory Body avrebbe dovuto adottare decisioni vincolanti sul monitoraggio obbligatorio dopo la fine del periodo di emissione di crediti di ogni singolo progetto, sulle percentuali entro le quali il rischio di riversamento possa essere considerato ininfluente e su altre questioni tecniche rispetto alla permanenza minima degli stoccaggi. Quella riunione era stata preceduta da una call per contributi da parte di stakeholder e osservatori, che aveva visto pervenire al Supervisory Body una quantità enorme e inedita di contributi. In particolare, Paesi fortemente legati all’economia delle foreste e attori commerciali del settore nature-based solutions avevano fortemente obiettato l’approccio inizialmente proposto dal Supervisory Body, che avrebbe previsto regole identiche per tutti i tipi di progetti come parte del nuovo standard per le rimozioni di carbonio.
La riunione di ottobre era terminata con una non-decisione: il Supervisory Body aveva infatti deciso di rimandare la questione al Panel degli Esperti Metodologici (MEP), puntando alla stesura di specifiche metodologie diverse per ogni tipo di progetto. Questo aveva sollevato solo parzialmente gli operatori del settore dei crediti nature-based, che temevano che regole troppo stringenti sulla permanenza potessero di fatto escludere per sempre i crediti forestali dal PACM.
Una tensione riverberata nelle sale di Belém nella prima settimana di negoziati. Costa Rica e Indonesia hanno addirittura proposto di riaprire quanto deciso in ottobre dal Supervisory Body, preoccupati da una possibile deriva tecnica eccessivamente zelante sulla permanenza che potrebbe, questa la loro opinione, danneggiare fortemente chi ha già investito in progetti di riforestazione e afforestazione. Pur condividendo le preoccupazioni dei colleghi, il Canada ha espresso perplessità su quanto già adottato ma con la Nuova Zelanda ha cercato di riportare la sala a più miti consigli, per non screditare del tutto il Supervisory Body.
Supervisory Body che purtroppo non è stato messo nella migliore luce qui a Belém, vista la proposta di superare l’attuale termine di due anni per l’incarico dei suoi 12 membri effettivi più 12 supplenti. A COP26 i Paesi decisero per un criterio rotativo, con permanenza nel Board di massimo due anni, per lasciare spazio a tutte le voci e opinioni del contesto multilaterale, senza che la discussione tecnico-politica potesse trovarsi ostaggio di visioni e interessi sedimentati. Oggi sembra che le capitali di alcuni dei membri più influenti del Board stiano spingendo verso un prolungamento non meglio definito di questo mandato, visto il potere di influenza dei componenti sul futuro degli standard che definiranno il futuro dei mercati dei crediti di carbonio a livello globale.
Numerose voci del mondo delle COP e dei crediti si sono levate in queste ore contro una decisione che di fatto, oltre il merito specifico, andrebbe a riaprire il pacchetto Articolo 6 ben tre anni prima della data prevista, il 2028, solo per interessi platealmente commerciali e politici di alcune delegazioni. Tra le voci critiche Pedro Martins Barata, già negoziatore del Portogallo e oggi vicepresidente dell’Environmental Defense Fund e membro del board dell’Integrity Council for the Voluntary Carbon Market, con un durissimo op-ed su LinkedIn.
Non sono infine mancate discussioni sulle risorse economiche, altro tema centrale in questa fase finale di transizione tra il vecchio Clean Development Mechanism (CDM) del Protocollo di Kyoto ed il nuovo PACM, finalmente pronto a partire ma privo di risorse proprie. Il PACM infatti, come del resto l’intero Supervisory Body, dovrebbe finanziare le proprie attività di coordinamento e supervisione tramite una parte delle transazioni sulle quali vigila, che ad oggi però non sono ancora partite. Per evitare una sospensione delle attività che annullerebbe di fatto la partenza del nuovo Meccanismo, a Belém è stato proposto un “prestito” di risorse dalle casse dell’ormai tramontato CDM a favore del PACM, che una volta a regime potrà poi ri-dirottare quelle risorse nel Fondo per l’Adattamento.
Testi e relative polemiche rimandati alla seconda settimana – l’Articolo 6 di Parigi è infatti inevitabilmente una questione da discutere in sede COP-CMA, ossia nel setting che include i Paesi che hanno ratificato l’Accordo di Parigi. Seguiranno aggiornamenti.
Articolo a cura della delegazione di Italian Climate Network alla COP30 di Belém.
Immagine di copertina: foto di Rafa Pereira/COP30
