salute
28
Mar

Cambiamenti climatici e salute mentale: quanto ancora c’è da fare

È il 2009 quando la Commissione del The Lancet sul cambiamento climatico definisce quest’ultimo una delle più grandi minacce alla salute globale del ventunesimo secolo. Nel 2015 nasce la ‘Lancet Countdown on health and climate change’, un sistema di monitoraggio dedicato agli effetti dei cambiamenti climatici sul benessere della persona che, sebbene fornisca un apporto significativo all’identificazione di numerosi indicatori della salute, non fa nessun cenno alla salute mentale. Anche se non mancano in letteratura studi che provano la correlazione negativa tra cambiamenti climatici e salute mentale, poco è stato fatto per comprendere quali possano essere gli interventi più efficaci anche a livello politico per salvaguardare la salute mentale.

I cambiamenti climatici possono produrre un impatto sulla salute mentale in tanti modi diversi: dall’esposizione diretta ad eventi traumatici (come uragani, frane, siccità) all’indiretta correlazione con fattori sociali, economici, politici che determinano il benessere della persona, influenzati dalla crescente crisi ambientale che si sta osservando globalmente. Le conseguenze includono ansia e disordini dell’umore, disordine post-traumatico da stress, deprivazione del sonno, suicidio e pensieri suicidi, così come perdita del senso di identità dovuto alla perdita dei propri averi e al lutto per la morte di persone care.

Si tratta di effetti sulla salute psicologica della persona e della comunità, a breve e a lungo termine. Questo trend negativo è stato provato sia in paesi industrializzati, come l’Australia, sia in quelli in via di sviluppo, come l’India. Uno studio del National Center for Biotechnology Information ha suggerito che le ondate di calore sono correlate a un più alto tasso di ospedalizzazioni per disordini mentali. Analogamente, si è visto che i cambiamenti nel tasso di precipitazioni annue incidono sulla frequenza di eventi come inondazioni o siccità, che a sua volta incide sul tasso di suicidi, specialmente tra gli agricoltori che si ritrovano ad aver perso tutto e sono costretti a migrare in cerca di una nuova occupazione. Questo è soltanto uno dei tanti esempi di impatto psicologico dei cambiamenti climatici studiati negli anni. 

I fattori di rischio sono molteplici: quanto è stato impattante l’evento traumatico, il genere femminile, la minore età, uno status socioeconomico e livello di educazione bassi, l’appartenenza a una minoranza, l’instabilità familiare, la mancanza di supporto sociale. Più si è vulnerabili economicamente e socialmente, più aumenta il rischio che i disastri ambientali siano maggiormente impattanti sulla persona. La natura, mitizzata in letteratura da millenni, è considerata un rifugio per l’anima e il corpo, per trovare pace e ripararsi dal mondo urbano. Vedere danneggiata la nostra unità con il mondo naturale fa vacillare anche la nostra identità. 

La salute mentale necessita di essere riconosciuta come un determinante del benessere di una persona. Gli impatti psicologici dei cambiamenti climatici, globalmente riconosciuti dalla scienza, devono necessariamente essere presi in considerazione anche dalle autorità politiche. La priorità è ora comprendere in che modo intervenire per proteggere la salute in tutte le sue forme, considerando la salute mentale al pari di quella fisica. 

di Federica Ceraso, volontaria di Italian Climate Network

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