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Mag

CLIMA E SALUTE, IL NESSO È SEMPRE PIÙ EVIDENTE

Aumentano i rischi per la salute umana, ma non ne parliamo né facciamo abbastanza

È stato pubblicato da pochissimo il report europeo 2026 del Lancet Countdown, un aggiornamento annuale e sistematico dell’evidenza scientifica in materia di clima e salute. Questo nuovo report mette in luce un aumento dei rischi dei cambiamenti climatici per la salute umana, affiancato da crescenti dati scientifici che li dimostrano, e rivela un calo dell’attenzione mediatica, pubblica e politica per queste tematiche, che invece è necessario affrontare per poter garantire un futuro più salubre e resiliente agli impatti dei cambiamenti climatici. 

In primo luogo, il report evidenzia un aumento importante dei rischi per la salute, sia diretti che indiretti, legati ai cambiamenti climatici. Uno dei rischi più evidenti è quello della mortalità legata al calore, che è aumentata di 52 morti per milione di persone l’anno nel periodo 2015-2024 (rispetto al 1991-2000); ciò corrisponde a circa 3000 morti in più l’anno in un Paese di 60 milioni di persone come l’Italia. I giorni di calore tanto intenso da mettere a rischio la salute sono diventati più frequenti nel periodo 2015-2024 (4,3 giorni l’anno in media) rispetto al 1991-2000 (1 giorno l’anno) e questo trend è ancora più pronunciato nei Paesi dell’Europa meridionale e occidentale. Inoltre, a causa dell’aumento di ondate di calore e di siccità, più di un milione di persone in più a livello europeo si trovano in condizioni di insicurezza alimentare rispetto alla media annuale per il periodo 1981-2010. Anche il potenziale di diffusione e trasmissione di malattie infettive, sia emergenti che riemergenti, sta crescendo a causa dei cambiamenti climatici. Tra queste, la trasmissibilità del virus Dengue in Europa è triplicata nel periodo 2015-2024, rispetto al periodo 1981-2010, portando a focolai epidemici locali. 

Per la complessità dei nessi e degli impatti, il report non analizza la morbilità e la mortalità legate alle malattie croniche, il cui aumento è difficile da stimare. Tuttavia, i dati suggeriscono un rischio maggiore, complessivamente, per le persone vulnerabili, come anziani e persone affette da patologie croniche. Inoltre, le fasce più povere della popolazione, che vivono in ambienti meno salubri, sono quelle più esposte agli impatti dei disastri climatici (es. incendi, inondazioni), a condizioni di insicurezza alimentare e con meno accesso a rifugi climatici e a spazi verdi che sono utili a proteggere e migliorare la salute mentale e fisica delle persone, oltre a ridurre l’esposizione al calore e all’inquinamento dell’aria. 

A livello politico e amministrativo qualcosa si sta muovendo. Due terzi dei Paesi europei (36 su 53) hanno effettuato una valutazione delle vulnerabilità e dell’adattamento ai cambiamenti climatici e hanno stabilito un piano di adattamento nazionale del settore sanitario (Health National Adaptation Plan, HNAP), come raccomandato dall’alleanza internazionale ATACH (Alliance for Transformative Action on Climate and Health). Gran parte delle città europee (83% delle 209 prese in esame) ha intrapreso una valutazione dei rischi e delle vulnerabilità climatiche. Tuttavia, molte città dichiarano di avere difficoltà nell’implementazione di misure di adattamento climatico per carenza di fondi, expertise e priorità politica. 

Mancano, inoltre, azioni coerenti e tempestive per la mitigazione e il phase-out dei combustibili fossili. I sussidi per i combustibili fossili hanno raggiunto un nuovo picco nel 2023 (444 miliardi di euro), in risposta alla crisi energetica dopo l’invasione russa in Ucraina. Nonostante gli obiettivi europei per il phase-out dei fossili (riduzione del 55% entro il 2030, net zero entro il 2050), solo la Danimarca al momento ha adottato un piano nazionale per implementarlo. Al tempo stesso, l’apporto di energie rinnovabili alla fornitura elettrica europea sta aumentando (21.5% nel 2023 vs. 8.4% nel 2016), affiancato da un aumento degli investimenti nelle rinnovabili (427 miliardi vs. 229 miliardi nel 2015). Per poter raggiungere il target europeo del 42.5% in apporto di energie rinnovabili entro il 2030, c’è bisogno di un’ulteriore accelerazione nell’implementazione di queste fonti di energia. 

È necessario ridurre anche la combustione di biomassa solida, utilizzata soprattutto per il riscaldamento delle abitazioni. Questa fonte di energia è considerata rinnovabile (apportando il 31% dell’energia rinnovabile nel 2023), ma è tra le principali cause di inquinamento atmosferico in Europa ed è nociva per la salute. I decessi attribuibili all’inquinamento atmosferico da combustione di biomassa nelle abitazioni sono aumentati del 4% nel 2022 rispetto al 2000. Inoltre, l’utilizzo di biomassa nelle abitazioni contribuisce alla perdita netta di copertura arborea, aumentata dell’80% nel periodo 2014-2023 rispetto al periodo 2001-2010. Un segnale positivo è arrivato per quanto riguarda il carbone. Dopo due anni consecutivi di aumento, l’utilizzo del carbone in Europa è calato al 13.6% dell’apporto totale di energia nel 2023, rispetto al 14.8% nel 2022. 

Il report evidenzia solo un minimo progresso nella riduzione di gas serra legati alla mobilità e all’adozione di diete alimentari più sostenibili. Un adeguamento della dieta a livello collettivo non comporterebbe solamente una riduzione delle emissioni di gas serra (a cui il settore agro-alimentare contribuisce per il 25-30%), ma anche un miglioramento netto della salute e della resilienza rispetto agli impatti dei cambiamenti climatici. Una dieta di tipo ‘planetario’ (prevalentemente di origine vegetale, con ridotto apporto di carne e latticini), secondo le stime, sarebbe in grado di prevenire 11-15 milioni di morti l’anno legate a malattie croniche. 

Nonostante le crescenti evidenze scientifiche sul nesso tra clima e salute, il report rivela un calo preoccupante nell’impegno politico, mediatico e pubblico per queste tematiche. Solo lo 0,4% dei discorsi tenuti in sede europarlamentare nel 2024 ha fatto riferimento congiuntamente ai cambiamenti climatici e alla salute, il 4,5% ai cambiamenti climatici e il 7,6% alla salute e, in generale,tutte queste tematiche sono state discusse con minore frequenza rispetto agli anni precedenti. Inoltre, secondo i risultati di un sondaggio esteso a 29 Paesi europei, solo l’1,2% della popolazione considera il nesso tra clima e salute una priorità pubblica. A livello mediatico, mentre i cambiamenti climatici emergono frequentemente come argomento di condivisione e discussione sui social (nel 21% delle 96.969 descrizioni di video di TikTok esaminate), solo una piccola parte (2.776 video, ossia il 13,5%) include anche termini rilevanti per la salute. 

In controtendenza a questo calo di interesse pubblico, è emerso negli ultimi anni il contenzioso climatico come piattaforma e strumento per rivendicare i diritti alla salute e un ambiente salubre in relazione ai cambiamenti climatici, dando maggiore spazio alla salute nell’agenda climatica e politica globale. Dal 2011 in poi, con un picco tra il 2019 e il 2021, la maggior parte delle cause climatiche esaminate (il 58% su un totale di 961) fanno riferimento alla salute come fattore decisionale. Ne è stata un esempio fondamentale la causa portata di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia che ha definito gli obblighi e le responsabilità degli Stati in relazione ai cambiamenti climatici, necessari per proteggere la salute delle persone assieme a quella del pianeta. Sono emersi, in queste cause, riferimenti specifici alla salute mentale e nuovi termini, come ‘ansia climatica’ ed ‘eco-ansia’, soprattutto nelle cause avanzate da giovani e altri gruppi vulnerabili. 

Questo ‘engagement gap’ è preoccupante, ribadisce il report. Sappiamo sempre di più del nesso tra clima e salute, siamo consapevoli di quanto le nostre azioni verso il pianeta siano determinanti per il nostro benessere, ma non ne parliamo abbastanza e nemmeno facciamo abbastanza per cambiare le carte in tavola. Gli impatti dei cambiamenti climatici sulla salute sono già evidenti e forti, anche in Europa, e sono destinati ad aggravarsi se non ci muoviamo in modo tempestivo ed efficace. Servono maggiore impegno politico e consapevolezza collettiva, servono sistemi sanitari sostenibili e resilienti, servono approcci che integrino adattamento e mitigazione per massimizzare i co-benefici climatici e sanitari delle nostre azioni e dei nostri stili di vita. 

Articolo a cura di Lucia Giannini, coordinatrice della sezione Clima e Salute di Italian Climate Network

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