COP30 E LE ISTANZE DELLE COMUNITÀ INDIGENE
La COP30 di Belém è stata presentata dal presidente brasiliano Lula come la “COP dell’Amazzonia”: portare la conferenza sul clima alle porte della foresta e sulle rive del Rio delle Amazzoni avrebbe dovuto incarnare la centralità della foresta pluviale e dei popoli indigeni nei negoziati, rendendo tangibile il legame tra crisi ambientale, diritti collettivi e transizione ecologica. Tuttavia, questa scelta ha amplificato le contraddizioni intrinseche del processo: mentre oltre 50 mila persone – tra cui molte e molti rappresentanti delle popolazioni indigene – hanno attraversato fiumi e foreste per raggiungere Belém, portando un messaggio inequivocabile sulla loro vulnerabilità alla crisi climatica e alle politiche estrattive, l’accesso reale ai processi decisionali è rimasto limitato e conflittuale.
Esclusione decisionale e scontri a Belém
Circa 3000 rappresentanti delle popolazioni indigene erano attesi a COP30, ma solo 900, di cui 360 brasiliani, hanno ottenuto l’accredito per la Blue Zone, lo spazio riservato ai negoziati formali. Questo ha generato tensioni e scontri: proteste all’interno della Blue Zone, marce oceaniche e assemblee parallele come la Cupula dos Povos hanno denunciato la frattura profonda tra un evento che celebra simbolicamente l’Amazzonia ma esclude strutturalmente chi la custodisce da millenni. La campagna A resposta somos nós (“La risposta siamo noi”), lanciata dai movimenti indigeni, ha simboleggiato questa resistenza, sottolineando come la COP, pur ambientata alle porte dell’Amazzonia, abbia ignorato le istanze per un riconoscimento vincolante del consenso libero, previo e informato (FPIC), principio sancito dalla Dichiarazione ONU sui Diritti dei Popoli Indigeni.
Il FPIC stabilisce che qualsiasi progetto – pubblico o privato – che possa avere un impatto sui territori, sulle risorse o sulle vite delle comunità indigene deve essere discusso con loro in anticipo, senza pressioni o coercizioni, garantendo informazioni complete e comprensibili e assicurando la possibilità di rifiutare o modificare la proposta. In altre parole: nessuna decisione sui popoli indigeni può essere presa senza la loro partecipazione piena e consapevole.
E se è vero che la Conferenza delle Parti ha processi, ritualità e una Indigenous Constituency (IPO) formalmente riconosciuta, un governo che porta i negoziati alle porte dell’Amazzonia – e che colora di piume, archi, simboli e merchandising l’immaginario dell’evento – avrebbe potuto fare molto di più per garantire una rappresentanza autentica delle volontà e delle istanze delle comunità indigene, attivando un percorso dedicato di meaningful engagement.
Lula tra diritti proclamati e trivellazioni autorizzate
A questo si sono aggiunte ulteriori contraddizioni. Il governo Lula ha presentato la COP30 come un’opportunità per un Brasile ‘progressista’, annunciando passi concreti come l’accelerazione del processo di demarcazione dei territori indigeni, un’azione storica per proteggere i territori tradizionali dalla pressione estrattiva. Un impegno che potrebbe rafforzare la tutela dei diritti e della biodiversità, ma che resta fragile se non accompagnato da politiche coerenti e dal rispetto rigoroso del FPIC, soprattutto nei contesti più esposti agli interessi del settore petrolifero e minerario.
Tuttavia, questa promessa si è accompagnata all’autorizzazione a nuove trivellazioni petrolifere in Amazzonia, concessa a Petrobras alla foce del Rio delle Amazzoni proprio alla vigilia della conferenza, configurando un ‘neo-estrattivismo’ che sacrifica i diritti collettivi per la sicurezza energetica nazionale. La COP che ambiva a definire una roadmap per l’“uscita progressiva” dai combustibili fossili ci ha ricordato, ancora una volta, che gli interessi economici di pochi continuano a prevalere sul bene comune. E soprattutto sui diritti di chi, proteggendo le foreste, custodisce il futuro di tutte e tutti.
L’assenza di accordo sulla deforestazione
Tra gli elementi più paradossali della COP30 c’è stata la mancata adozione di un impegno esplicito e vincolante per fermare e invertire la deforestazione entro il 2030, nonostante la conferenza si svolgesse nel cuore di un bioma che molti considerano ormai vicino a punti di non ritorno. Gli incendi record del 2024 e i dati sulle emissioni provenienti dalla regione hanno reso evidente che l’Amazzonia non può essere trattata come semplice ‘sfondo’ dei negoziati, ma rappresenta una cartina di tornasole della loro credibilità. Senza un legame forte tra obiettivi di deforestazione, diritti territoriali indigeni e flussi finanziari condizionati al rispetto del FPIC, la promessa di proteggere il “polmone del pianeta” rischia di restare una formula retorica. A questo si è aggiunta la mancata adozione di una roadmap chiara per l’uscita definitiva dai combustibili fossili e il fatto che, dove i testi negoziali riconoscono il ruolo dei popoli indigeni nei processi decisionali, lo fanno per lo più formalmente.
Nel Mitigation Work Programme o nella revisione del meccanismo WIM su perdite e danni, si ribadisce l’importanza del sapere tradizionale, della tutela delle terre ancestrali e della partecipazione ‘significativa’ delle comunità indigene. Tuttavia, questo riconoscimento non si traduce in strumenti vincolanti né in un coinvolgimento effettivo nei nodi decisionali più urgenti, inclusa la definizione dei percorsi di uscita dai combustibili fossili. È come se il linguaggio negoziale continuasse a citare le popolazioni indigene come custodi della biodiversità, senza però garantire loro l’accesso reale al tavolo dove si decide del destino dei loro territori. Una distanza che rende ancora più evidente la necessità di passare dalle dichiarazioni alle pratiche di governance che rispettino davvero il principio del consenso libero, previo e informato e che rendano la rappresentanza indigena un elemento centrale – non ornamentale – del processo climatico globale.
E mentre la COP30 giungeva al termine tra proteste e aspettative disattese, un gruppo di Paesi guidati dalla Colombia ha annunciato per aprile un summit dedicato a chi vuole compiere passi concreti verso l’abbandono dei combustibili fossili. Una sorta di contro-COP, pensata per trasformare in azione ciò che i negoziati continuano a rimandare. Ci auguriamo che in questo contesto la voce indigena sia realmente protagonista.
Articolo a cura di Erika Moranduzzo, coordinatrice della sezione Clima e Diritti di Italian Climate Network, e Martina Rogato, presidente dell’associazione Human Rights International Corner (HRIC).
