gender cop30
21
Nov

GENDER EQUALITY A RISCHIO A COP30

  • A COP30 alcuni Paesi stanno tentando di ridurre o eliminare il linguaggio di genere dai testi, ostacolando l’adozione di un nuovo Gender Action Plan coerente con i bisogni delle comunità più colpite.
  • Donne, ragazze e persone LGBTQIA+ subiscono impatti climatici più duri e hanno un ruolo cruciale nella resilienza delle comunità: cancellare il genere dai negoziati significa cancellare dati, diritti e strumenti di protezione.
  • La spinta a indebolire il GAP si inserisce in una strategia più ampia che punta a fare passi indietro sui diritti e rischia di compromettere la giustizia climatica; attiviste ed esperte chiedono testi forti, risorse dedicate e partecipazione piena nei processi decisionali.

Già alla fine della prima settimana, a COP30 erano emerse le preoccupanti richieste di alcuni Paesi ‘conservatori’ di ridimensionare o eliminare il linguaggio di genere dai testi ufficiali. A poche ore dal traguardo, è evidente che i tentativi di contrastare questo arretramento e di orientare le Parti verso un nuovo Gender Action Plan (GAP) coerente con i bisogni delle comunità più colpite non hanno, finora, prodotto un cambio di passo significativo.​

Nel frattempo, la crisi climatica continua a colpire in modo sproporzionato donne, ragazze e persone LGBTQIA+, più esposte a eventi estremi, insicurezza alimentare, stress idrico, migrazioni forzate e violenze connesse ai conflitti per le risorse. Eppure, il loro ruolo nei processi decisionali rimane marginale, e l’indebolimento dell’approccio di genere nei negoziati rischia di tradursi in un grave passo indietro sul terreno della giustizia climatica.​

Come documentato, nelle discussioni sul nuovo GAP alcuni Paesi – tra cui Russia e Arabia Saudita – si sono opposti all’uso di termini chiave, mentre altri, come Paraguay, Argentina, Santa Sede e Iran, hanno preteso note a piè di pagina che ridefiniscono il concetto di ‘genere’ in senso restrittivo. Questa strategia non mina solo l’efficacia del nuovo GAP, ma apre la strada a limitazioni trasversali alle considerazioni di genere in altri filoni negoziali. Non è un caso che, in parallelo, si siano moltiplicati i tentativi di eliminare o indebolire qualsiasi riferimento al genere nei testi su adattamento, finanza e giusta transizione.​

Tali dinamiche si inseriscono in un contesto più ampio di attacco coordinato al linguaggio dei diritti fondamentali e alle politiche di uguaglianza nel sistema multilaterale. Diversi studi e osservatori segnalano infatti una recrudescenza di strategie di backlash, pensate per fare passi indietro sui diritti delle donne, delle persone LGBTQIA+ e sulle stesse norme sull’uguaglianza di genere nei consessi G7, G20 e UNFCCC. Allo stesso tempo, la progressiva centralità delle COP ospitate nel Sud Globale si intreccia con sistemi politici spesso ancora restii a riconoscere le disuguaglianze di genere come questioni strutturali di giustizia climatica, mentre anche in molti Paesi occidentali si moltiplicano gli attacchi ai diritti sessuali e riproduttivi e alla partecipazione delle donne alla vita pubblica.​

Perché la rimozione del genere è pericolosa

Indebolire o cancellare la dimensione di genere dai testi negoziali non è un dettaglio tecnico, ma comporta conseguenze gravi su più livelli. Significa ignorare l’evidenza che donne e ragazze, in particolare nei contesti di povertà e conflitto, sono maggiormente esposte a rischi climatici, insicurezza alimentare e violenza di genere. Senza un esplicito riferimento al genere, diventa più difficile raccogliere e utilizzare dati disaggregati per progettare politiche climatiche efficaci, monitorare gli impatti e correggere le disuguaglianze. Inoltre, si cancella il ruolo cruciale delle donne come pilastri della resilienza delle comunità afflitte, dell’adattamento locale e della difesa dei territori, in particolare nelle regioni del Global South dove le donne sostengono gran parte del lavoro di cura, produzione alimentare di sussistenza e gestione delle risorse naturali. Come ricordano attiviste ed esperte presenti ai negoziati, rendere invisibile il genere significa rendere invisibili milioni di esperienze e di strategie di sopravvivenza e resistenza.​

Un Gender Action Plan già costruito, oggi sotto attacco​

Il GAP attualmente in discussione è il risultato di anni di lavoro coordinato sotto l’egida delle Nazioni Unite e della società civile femminista e indigena. Non necessita di essere riscritto da zero, ma di essere approvato, rafforzato e dotato di risorse adeguate per funzionare. Il piano contiene strumenti fondamentali per integrare il genere nelle politiche climatiche, garantire la protezione delle ambientaliste e delle attiviste per i diritti umani, rendere sicuri e accessibili gli spazi di partecipazione, migliorare i sistemi di raccolta dati disaggregati e assicurare formazione e capacity-building.​

Indebolire questo strumento ora equivarrebbe a creare una pericolosa incoerenza con gli impegni internazionali già assunti in materia di diritti umani e uguaglianza di genere, compresi quelli riconosciuti nei precedenti accordi UNFCCC. Significherebbe privare la transizione giusta di uno dei pochi meccanismi realmente trasformativi disponibili, capace di spostare risorse e potere decisionale verso chi vive in prima persona gli impatti della crisi climatica. E vorrebbe dire, infine, smentire nella pratica le dichiarazioni pubbliche di Stati che, negli ultimi anni, hanno espresso sostegno a un GAP ambizioso e intersezionale.​

Cosa chiedono attiviste ed esperte alla COP​

Le reti femministe, i movimenti per la giustizia climatica e la Women and Gender Constituency hanno avanzato richieste chiare ai governi. Anzitutto, proteggere integralmente il linguaggio di genere in tutti i filoni negoziali, rifiutando sostituzioni regressive – come il passaggio da “genere” a “sesso” – che cancellano la complessità delle oppressioni e indeboliscono la responsabilità degli Stati. In secondo luogo, adottare un nuovo GAP forte, dotato di risorse dedicate, strumenti di accountability efficaci e un mandato esplicito su intersezionalità, diritti umani e partecipazione significativa.​

Le attiviste chiedono anche di garantire la rappresentanza e la partecipazione piena, equa e sicura di donne, ragazze, persone gender-diverse e difensore dei diritti umani in tutti i processi negoziali, dai tavoli tecnici ai segmenti di alto livello. Infine, sollecitano i governi a respingere qualsiasi tentativo di annacquare o rinegoziare concetti consolidati nel diritto internazionale dei diritti umani, come l’uguaglianza di genere, la non discriminazione e la protezione delle persone LGBTIQ+.​

A COP30 una prova di verità per la giustizia climatica di genere​

La COP di Belém avrebbe dovuto segnare un passo avanti verso una transizione climatica giusta, inclusiva e guidata dai territori. Invece, come denunciato da diverse organizzazioni femministe e di giustizia climatica, si assiste a un preoccupante arretramento, con pressioni intense per rimuovere o diluire la prospettiva di genere proprio mentre la crisi climatica ne conferma la centralità. Lasciare che il linguaggio di genere venga “tenuto in ostaggio” nei negoziati significherebbe accettare un compromesso al ribasso sulla pelle di chi paga il prezzo più alto dell’emergenza climatica.​

Per questo, difendere il Gender Action Plan e l’architettura di genere dell’UNFCCC non è una questione di coerenza formale, ma una scelta politica cruciale per mantenere viva l’idea stessa di giustizia climatica. In gioco non c’è solo il testo di un accordo, ma la possibilità di riconoscere e sostenere, nei prossimi anni, le lotte e le soluzioni guidate da donne, popolazioni indigene e comunità LGBTQIA+ in tutto il mondo.​

Articolo a cura di Martina Rogato e Erika Moranduzzo.

Immagine di copertina: foto di Martina Rogato a COP30.

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